Commento al Vangelo
30 aprile - III di Pasqua
At 2, 14-22-33; Sal 15; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35

Il Vangelo di questa domenica ripresenta l’episodio di Emmaus e dei due discepoli che fuggono da Gerusalemme perché gli eventi di quei giorni sono troppo pesanti per resistervi. Cleopa e il suo compagno prendono la strada della campagna, vogliono andar lontano da quegli avvenimenti, ma per strada non parlano d’altro. Proprio sulla strada sono raggiunti da Gesù che, per tutto il tratto, li ascolta, risponde, li porta a ricordare, a credere, a tornare a sperare.

Passeranno alla storia come i discepoli di Emmaus. Uno è Cleopa, forse zio di Gesù: l’ha conosciuto secondo la carne, ma deve riconoscerlo nello Spirito. L’altro è anonimo, porta il nome di ogni lettore, può essere ciascuno di noi, chiamato a fare la stessa esperienza. Parlano di Gesù, conoscono tutti i fatti che lo hanno visto coinvolto, fino alla morte, ma manca loro il dato decisivo, la resurrezione. Anzi, nel loro dire “speravamo che”, si comprende come la croce sia stata da loro interpretata come la fine di ogni speranza.
E’ proprio qui che il Risorto li ammaestra: la morte in croce non è un incidente, un fallimento, ma proprio alla luce della Pasqua è la chiave per comprendere tutta la Scrittura, tutti gli avvenimenti.

La sera scende e i discepoli lo invitano a restare con loro, a cena. E proprio mentre Lui è con loro, allo spezzare il pane, lo riconoscono! Ora, finalmente, non è più notte. La sposa riconosce lo sposo e può dire, come nel Cantico dei cantici: “la sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccia”.

Anche noi ci troviamo nella condizione dei lettori del Vangelo di Luca; siamo i cristiani della terza generazione e fondiamo la nostra fede sulla parola tramandataci dalla testimonianza dei testimoni oculari. Se anche noi, oggi, ci rechiamo al sepolcro, lo troviamo vuoto e, ancora, luogo di violenza e disperazione. Il Vivente non è lì, ma non ci ha lasciati, è per le strade del mondo dove ci incontra e si accompagna a noi. Come per i due di Emmaus, anche la nostra nostalgia e paura può trasformarsi in gioia dinanzi al gesto memoriale dell’amore di Dio: un pane spezzato e condiviso. Nella parola e nel pane eucaristico, che sono il viatico della Chiesa fino alla fine dei tempi, il Risorto si fa presente e visibile, riscalda i cuori e ci convince anche dell’altro sacramento della sua presenza, il fratello, con il quale spezzare il pane della riconciliazione e della pace.

I due discepoli di Emmaus, lasciato il villaggio, tornarono a Gerusalemme per annunciare lietamente ai fratelli che avevano visto il Signore. Attraverso la loro gioia, è il Risorto che vuole raggiungere ogni altro fratello, ogni uomo: coloro che non hanno potuto o voluto rispondere, che non hanno neppure sentito la chiamata. Nel rispetto dovuto alla libertà di ciascuno, il cristiano non può rimanere indifferente di fronte alla lontananza o alla latitanza di tanti suoi fratelli.
Francamente ci saremmo aspettati un altro racconto dei fatti del giorno di Pasqua. I discepoli, al vedere il Risorto avrebbero dovuto immediatamente esultare di gioia! Invece stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Il vangelo dei fatti pasquali è di un realismo sconcertante: la Maddalena scambia il risorto per un ortolano; le tre donne al sepolcro lo trovano vuoto e piene di dubbio e spavento se ne tornano a casa; i due di Emmaus lo scambiano per un viandante; gli apostoli nel cenacolo, infine, lo credono un fantasma e hanno paura.

Dopo la resurrezione, Gesù appare trasfigurato, ma non con i segni della gloria: in qualche modo continua a partecipare alle vicende umane dei suoi discepoli e della sua Chiesa. I discepoli, le donne e gli apostoli, pur avendolo visto e toccato, dovettero riconoscerlo e credergli attraverso la sua parola e il segno del banchetto eucaristico. Anche noi.
Mons Angelo Sceppacerca
30 Aprile 2017
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