Domenica 15 giugno | Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Domenica 15 giugno

Domenica 15 giugnoUn compito enorme per il piccolo numero dei Dodici. Eppure è andata proprio così. Gesù ha consegnato agli apostoli la sua stessa missione e li ha mandati in tutto il mondo affinché tutti gli uomini potessero conoscere ed entrare nel Regno di Dio. Ciò che Gesù ha detto e fatto, gli apostoli hanno continuato a dire e a fare. L'identità del discepolo e la sua vocazione sono attaccate: la vocazione si realizza nella missione. In quanto figlio di Dio, ogni discepolo è chiamato a dilatare la fraternità universale. Se Gesù è il primo apostolo, la Chiesa tutta è apostolica perché fatta da figli che si sentono – tutti – inviati ai fratelli.

Abbiamo duemila anni di Cristianesimo e ancora due terzi dell'umanità – più di quattro miliardi di persone! – non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo. C'è bisogno di tutti e di ognuno. Occorrono sacerdoti, religiosi, suore, ma anche laici insegnanti, medici, istruttori, volontari. Come deve essere il profilo del missionario, del discepolo inviato?
I dodici apostoli, elencati nel Vangelo di oggi, hanno caratteri, comportamenti e modi di essere diversi. Non sono né sapienti né perfetti, né dotti né pii. Si tratta di pescatori e di peccatori, uomini qualunque, come noi, alcuni addirittura poco raccomandabili, quasi sempre con caratteri incompatibili fra loro. Eppure li accomuna l'amore a Gesù Cristo, l'adesione alla sua chiamata. Non solo inviati a due a due – due è il principio della fraternità – ma si sentono anche chiamati alla fraternità con tutti gli uomini di tutti i tempi.

Il compito degli apostoli è lo stesso dei cristiani di oggi, perché è quello che ha fatto Gesù: curare i deboli facendoci servi dei fratelli, risvegliare i morti con l'amore ("siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli"), mondare le lebbre del peccato e dell'egoismo, scacciare i demòni della menzogna e della divisione.
Gesù manda i suoi discepoli nel mondo a predicare e a guarire. Due cose che sono una perché si tratta di annunciare la vicinanza di Dio e renderla credibile col calore di un amore che risana le ferite della vita. Gesù chiama e invia. Anche la chiamata e la missione rappresentano una unità, perché quando si sperimenta di essere figli di Dio si decide anche di amare tutti come fratelli. Chi si sente salvato sa di essere anche mandato a salvare.

In questo brano Gesù chiama i Dodici, due nomi per volta perché così vuole il principio della fraternità. Poi li istruisce. Gesù è il primo apostolo del Padre, i dodici sono gli apostoli di Gesù. Proprio attraverso i dodici apostoli, la Chiesa ha le proprie radici in Gesù, l'inviato del Padre. Come Lui, anche noi dobbiamo andare, annunciare e servire. Come gli apostoli, anche noi non siamo dotti, né pii, ma peccatori e uomini qualunque. Ciò che ci unisce è la chiamata del Figlio, per il resto siamo e dobbiamo restare cattolici, cioè universali, aperti a tutti. E per questa missione ogni mestiere va bene. Tanto tutti dobbiamo imparare a "pescare uomini". Ci riusciremo nella misura in cui avremo la stessa compassione di Gesù.

Così uno dei più grandi mistici islamici: "Il Signore ha bisbigliato qualcosa all'orecchio della rosa, ed eccola aprirsi al sorriso. Ha mormorato qualcosa al sasso, ed ecco ne ha fatto una gemma preziosa, scintillante nella miniera. E quando ancora dice qualcosa all'orecchio del sole, la guancia rossa del sole si copre di mille eclissi. Ma che cosa avrà mai bisbigliato il Signore all'orecchio dell'uomo per farne una creatura così mirabile? Misericordia". (Gialal ed-Din Rumi).

Il motivo della compassione di Gesù è la tenerezza misericordiosa del pastore che porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri. Pastore compassionevole e misericordioso, visse e morì a braccia spalancate: tutto gli era stato dato dal Padre suo, e tutto egli dona ai suoi discepoli, tutto, il potere di insegnare e quello di guarire. Penso agli educatori cristiani: spesso solo attraverso loro tanti giovani possono ancora salvarsi. I fatti di Vangelo convincono che la vita è fatta di Vangelo.

Angelo Sceppacerca

Mons. Angelo Sceppacerca15 giugno 2008

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