Appello del Vescovo di Rovigo al papà di Eluana | News

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Appello del Vescovo di Rovigo al papà di Eluana

Appello del Vescovo di Rovigo al papà di Eluana

UDINE (4 febbraio, ore 14) - Forte, caldo appello di un vescovo carnico al papà di Eluana, pure lui carnico. «Può un genitore fare a meno di dare da mangiare ad un figlio perché è malato?». A chiederlo a Beppino Englaro è mons. Lucio Soravito de Franceschi, vescovo di Adria-Rovigo, nato in Carnia. In cattedrale a Adria, per la Giornata della Vita, e ieri sera a Lendinara nella festa di S. Biagio, mons. Soravito ha manifestato il suo «no» accorato contro la scelta fatta da Beppino Englaro e dalla Corte di Appello di «uccidere» Eluana e di farlo, per giunta, proprio a Udine.

«Da vescovo carnico alzo anche io il mio grido contro questa grave offesa alla Vita, fatta da un carnico» ci dice mons. Soravito. «Ovviamente con tutto il rispetto verso coloro che stanno soffrendo per questa drammatica situazione».

Ma ecco quanto ha detto mons. Soravito nelle omelie in cattedrale e Lendinara.
«C’è chi vorrebbe rispondere a stati permanenti di sofferenza, reclamando forme più o meno esplicite di eutanasia. Vogliamo ribadire con serenità, ma anche con chiarezza, che queste risposte sono errate. La vita umana è un bene inviolabile e indisponibile, anche dentro la sofferenza, e non può mai essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure (senza scivolare per questo nell’accanimento terapeutico).

Qualcuno vorrebbe far passare la “libertà di morire” come un diritto. Di fronte a questa pretesa, che offende il valore della vita, noi cristiani affermiamo che la vita dell’uomo è “sacra” e inviolabile in ogni momento e situazione: quando l’uomo è bambino e quando è vecchio, quando è sano e quando è malato, quando lavora e quando gode il meritato riposo.


Non possiamo disporre della vita a nostro piacimento; non possiamo sciuparla, adoperarla male, metterla a rischio, sopprimerla con la pena di morte, l’omicidio, il suicidio, l’aborto, l’eutanasia. La vita non è nostra proprietà. Noi non ne siamo padroni, ma solo “amministratori”. La vita è dono di Dio, è un “ben di Dio”, è di Dio.


Pertanto non può essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure verso un malato. Né si può sospendere l’alimentazione o l’idra-tazione di una persona malata, come pretende il papà di Eluana Englaro verso la propria figlia e come ha deciso la Corte di Appello di Milano.


Può un tribunale decidere di non soccorrere chi ha bisogno di mangiare e di bere? Può un genitore fare a meno di dare da mangiare a un figlio, perché é malato? Può un figlio fare a meno di dare da mangiare a un genitore che è incapace di nutrirsi da solo, perché malato di Alzeimer o col morbo di Parkinson? Possiamo decidere noi quando lasciar morire di fame e di sete un malato o un vecchio?


Questo non può avvenire neppure se l’avesse chiesto la persona malata prima di ammalarsi. Se un aspirante suicida non riesce a togliersi la vita, il medico che lo soccorre, deve aiutarlo a vivere o a morire? Se un aspirante suicida volesse buttarsi giù dal quarto piano, dobbiamo convincerlo a desistere oppure possiamo dirgli che è libero di farlo?


A chi è malato allo stadio terminale o affetto da patologie particolarmente dolorose, vanno applicate con umanità e sapienza tutte le cure oggi possibili. Da parte loro, i medici devono percorrere la strada della ricerca e devono moltiplicare gli sforzi per combattere e vincere le patologie – anche le più difficili – senza abbandonare mai la speranza».

Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali - Comunicato StampaUdine, 4 febbraio 2009

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