La Pentecoste agli Apostoli fruttò il coraggio di non aver più paura | Diocesi di Trivento

Riflessioni

La Pentecoste agli Apostoli fruttò il coraggio di non aver più paura

La Pentecoste agli Apostoli fruttò il coraggio di non aver più paura

Pentecoste: è il compleanno della Chiesa!
Da secoli, la povera nostra Chiesa sopravvive tra l’essere festeggiata ed osteggiata, da alcuni osannata da altri fortemente contestata.
Ma perché giudizi così diversi che abbracciano un arco così ampio che parte dall’entusiasmo più genuino e affoga nell’astio più velenoso?

Mi limito a riporto qui due frasi celebri ed illuminanti: Pier Paolo Pasolini pontificava: “La Chiesa è lo spietato cuore dello Stato”, Martin Luther King, di contro, asseriva: “La Chiesa… non è la padrona o la serva dello stato, ma è la coscienza viva dello Stato”.

Allora ecco anche un racconto emblematico, riferito da padre T. Reginaldo Frascisco, o.p: “Mi raccontava il padre Míguel Chicanos che a Villalonga, un villaggio sperduto sulle Ande peruviane, la vecchia cappella era stata distrutta da un incendio; gli indios stabilirono di costruirne un'altra nello stesso luogo, ma prima di scavare per gettare le nuove fondamenta raccolsero tutta la cenere in alcuni sacchi, se li caricarono in spalla e andarono a seppellirli in una fossa del rustico cimitero. Quando il Padre Missionario venne e seppe della cosa, domandò agli anziani perché mai avevano avuto quell'idea originale: «Perché la nostra chiesa era morta» risposero quelli con logica stringente : «dove vuoi che la seppellissimo, se non al cimitero?». Padre Chicanos aggiungeva che qualche indiana era andata persino a portare fiori sulla «tomba della vecchia chiesa» e soltanto quando fu costruita la nuova chiesa, cessarono le visite alla cara estinta”.

Liberiamo subito la mente, la Chiesa non è: il Vaticano o lo Stato Pontificio, né il partito politico cristiano, né solo il clero, o la più potente organizzazione umana, la cosiddetta Monarchia sacra….

La Chiesa è: un ovile (Gv 10,1 10), il gregge di Cristo, la nostra casa, il tempio di Dio, la vigna del Signore (Mt 21,33 43), la barca di Pietro in balia delle onde, l'arca di salvezza di Noè, la rete gettata in mare (Mt 13,47 s.), è la colonna e il fondamento della verità (1 Cor 3,15).

In altre parole la Chiesa è e rimane “il popolo erede e dispensatore, nei secoli e al mondo intero, dell'Amore salvifico di Cristo e dei suoi doni, a servizio della promozione umana e divina dell'uomo”. (Teofane il Monaco, Fiabe dal Monastero magico)

La Pentecoste agli Apostoli fruttò il coraggio di non aver più paura, per noi con essa può iniziare il tempo di vincere ogni “maledetta” paura e di aver finalmente un po’ più di coraggio.

Si può descrivere il miracolo della Pentecoste con l'immagine viva, espressiva e sintetica delle porte che si spalancano. Esse permisero ai discepoli di Gesù, fino a poco tempo prima tutti ben timidi e paurosi, di uscire allo sco­perto, fuori della protezione del Cenacolo, per affrontare il rischio della folla degli ebrei e delle moltitudini dei pagani, richiamandone l'attenzione, su­scitandone l’ammirazione.

Perché la comunità cristiana ancora rimane chiusa in se stessa? Quale mostro impedisce a noi di riempire le piazze, le strade, le fabbriche, gli uffici…

E’ tempo ormai di uscire dal chiuso e di affrontare il mondo. E’ questa la vera dimensione pentecostale di una comunità in­vestita dal «soffio» prepotente dello Spirito e catapultata in mezzo alla gente, in ottemperanza alla missione ricevuta da Cristo.

La vera paura e la minaccia di pericolo alla Chiesa non sono determinate tanto dal calo del numero dei cosiddetti praticanti, ma piuttosto dalla quiete soporifera che avvolge chi, come me, è frequentatore assiduo delle belle liturgie e delle comode sacrestie, esperto nel celebrare il rito paraliturgico di vedersi paludato di false sicurezze, di saper nuotare nell'in­differenza, del crogiolarsi quotidiano nella beata autosufficienza.

La prima comunità cristiana aveva imparato bene, e la traduceva nella vita concreta, la lezione di pericolosità del suo Maestro Gesù, Lui che era stato condotto dinanzi al tribu­nale supremo di Gerusalemme con l’imputazione specifica: «Abbiamo le prove che costui getta lo scompiglio tra la nostra gente... ». Basta rileggere i capitoli degli Atti di Luca per rendersi conto come era costume per i primi cristiani andare in prigione, comparire dinanzi ai tribunali, colle­zionare minacce e punizioni a dir poco «esemplari», eppure essi continuavano, imper­territi, a disturbare la quiete pubblica e ad essere gioiosi e contenti di essere stati maltrattati per amore di Cristo.

Possiamo noi continuare ad essere ancora scandalosamente “innocui”? Oppure la nostra vita deve diven­tare elemento discriminatorio, direi di «contagio» per tutti quelli che si accostano a noi!

La Pentecoste ci avverte che, una volta ben corroborati dallo Spirito e vaccinati contro la paura, dobbiamo saper seminare intorno a noi il virus del coraggio e della testimonianza. Immunizzati contro il male, dobbiamo poter scuotere ed appassionare gli altri che sembrano ancora indifferenti al richiamo e al fascino della buona novella.

Scrive giustamente don Alessandro Pronzato: “Finora nessun esegeta, per quanto dotto, è riuscito a dimo­strare che «sale» si può tradurre con «miele». Né che «lievito» voglia dire «sonnifero»”.

E’ Pentecoste ed io amo la Chiesa, l’indimenticata Madre dei Santi, immagine della città superna…”di manzoniana memoria, perché la Chiesa è la legittima discendente degli apostoli, l’unico “trait d'union” tra Cristo e noi, il potente canale della grazia divina, la scrupolosa custode e saggia depositaria del Vangelo, è la testimone autentica della Risurrezione, è la dolce “agape”, comunione d'amore tra il sublime divino e la debole umanità.

Don Mimì Fazioli

di don Mimì FazioliTrivento (CB), 28 maggio 2009

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