Domenica 26 Settembre | Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Domenica 26 Settembre

Domenica 26 SettembreDomenica 26 SettembreC’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

La tradizione ha chiamato “Epulone” l’uomo ricco che ogni giorno “banchettava” (epulabatur) e “povero Lazzaro” il piagato e affamato alla sua porta; “Povero, come fosse il cognome di Lazzaro. Non c’è equità tra uno che ha troppo cibo ed un altro niente, perciò il ricco sarà giudicato per non aver voluto vedere oltre il proprio piatto colmo.

Arriva la morte per entrambi e con essa non la fine di tutto, ma il giudizio su ogni cosa. Il giudizio è parte grande della fede cristiana e riguarda il ritorno del Signore, che “verrà a giudicare i vivi ed i morti”. Incapace di accogliere il povero, epulone è però in grado di scavare un abisso, l’inferno di una solitudine dove nessuno è invitato, né Dio, e di caderci dentro.

Il giudizio è grazia e i giorni smarriti lo invocano urgente. Disgrazia sarebbe che il mondo non venisse mai giudicato e che poveri, affamati e perseguitati mai ricevessero ricompensa, mentre ai gretti e ai violenti non fosse tolto ciò che credono loro patrimonio.

I farisei si sentono provocati perché erano attaccati al denaro e si beffavano di Gesù, tentando di giustificarsi nascondendo la propria disonestà. Per chi, come i farisei rappresentati da Epulone, si rifiuta di ascoltare la Legge di Mosè e i Profeti, neanche uno risorto dai morti è capace provocare conversione. Epulone sembra consapevole e accetta il castigo. L’unica richiesta è di mandare Lazzaro ad ammonire i fratelli ancora vivi. La risposta di Abramo è per noi e significa che la conversione nasce dall’ascolto della Parola. Oggi la parola è questo vangelo.

C’è un abisso fra Epulone e Lazzaro. La vita del ricco è un abisso scavato nel suo cuore, fra l’io e il tu del fratello, con la vanga del “Che ci posso fare?” L’abisso è invalicabile anche dall’altro verso; né il fratello, né Dio può scavalcarlo per soccorrere l’angoscia di Epulone.

Papa Benedetto XVI, nel Gesù di Nazareth, scrive che con questa storia il Signore ci introduce nel processo del «risveglio», da un’intelligenza stolta alla vera sapienza, a riconoscere il vero bene. Nell’aldilà viene alla luce la verità già presente nell’aldiquà. Il ricco chiede ad Abramo quello che oggi tanti uomini vorrebbero dire a Dio: se vuoi che ti crediamo devi essere più chiaro. Mandaci qualcuno dall’aldilà che ci possa dire che è davvero così. E’ una richiesta di segni. La risposta di Abramo, come quella di Gesù, è chiara: chi non crede alla parola della Scrittura, non crederà nemmeno a uno che venga dall’aldilà. La riprova è nella risurrezione di Lazzaro di Betania quando i testimoni vanno dai farisei e riferiscono l’accaduto. Il Sinedrio si riunì per discuterne sotto l’aspetto politico e decisero di uccidere Gesù. Così non sempre il miracolo porta alla fede ma all’indurimento, l’opposto della compassione.

Una cosa possiamo farla tutti – è la briciola sotto la mensa – avere compassione, ascoltare, vedere, capire, prendere a cuore.Mons Angelo Sceppacerca26 settembre 2010

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