Domenica 27 Febbraio | Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Domenica 27 Febbraio

Domenica 27 FebbraioDomenica 27 Febbraio Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

La ricchezza è un problema serio. Ammassarne per sé significa sacrificare la propria vita alle cose, privare gli altri del necessario, strapparci di mano il bene decisivo, la vita eterna che consiste nel ricevere dal Padre e nel condividere con i fratelli. Ancor più grave è la schiavitù del cuore sotto il dominio delle ricchezze che fanno da padrone.

La radice dell’accumulo è l’ansia, la paura che venga meno. A noi occorre la vita perché abbiamo paura di morire e, pensando che le sostanze la contengano, ne immagazziniamo quante più possibili. Eppure, più che la gioia, domina l’affanno, perché non viviamo da figli di Dio e da fratelli. E’ con la fede che si supera l’affanno, l’ansia, la paura perché se l’ansia di vita è data dalla paura della morte – e l’affanno è lo stile abituale di vivere – la vita è nell’essere figli del Padre e fratelli di tutti. E questo viene dalla fede. E tutto è dono, a cominciare dal lavoro che ci procura il cibo e il vestito. Il lavoro è dono, non affanno. E quando al lavoro segue la condivisione dei beni, è già vita eterna, paradiso.

Torna sei volte il verbo preoccuparsi, affannarsi, forse a dire che nella nostra vita c’è più tormento che occupazione; l’affanno è divisione, smembramento, perdita dell’unità, frammentazione. Chi è diviso, in angoscia, conosce la sua sorte che è la morte, anticipata e percepita già nell’affanno, nella paura. E’ la vita di oggi: preoccupata, divisa, ansiosa, affannata, lacerata. Con in più l’illusione che si può scampare accumulando. Invece, accade come con la manna nel deserto: se l’accumuli, marcisce. Gesù sta parlando della giustizia più grande, quella che i discepoli devono scegliere e vivere rispetto a quella dei farisei. E’ la giustizia dei piccoli e dei poveri che, a saperli guardare, somigliano agli uccelli del cielo e ai gigli del campo. La loro forza sta tutta nell'affidarsi al Signore; da lui dipendono e da lui accolgono ogni dono con stupore e riconoscenza perché sono tutti belli e buoni. L’immagine degli uccelli del cielo e dei gigli del campo, che non lavorano e non filano, è la grande lode della povertà tutta affidata all’amore di Dio e perciò divenuta bellezza e sapienza. Non è ecologia biblica, tantomeno divinizzazione della natura. Il mondo dei figli è la casa dove il padre li incontra.Mons Angelo Sceppacerca27 febbraio 2011

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