25 Dicembre - Natale del Signore | Commento al Vangelo

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25 Dicembre - Natale del Signore

25 Dicembre - Natale del Signore23 Dicembre - Quarta Domenica di Avvento All'improvviso la storia si dilata a dimensioni universali. Anche il popolo del Signore esce a vita pubblica con la stirpe di Davide che porta la promessa del Messia.

All'improvviso la scelta si concentra. Maria e Giuseppe di fronte al potere universale dell'imperatore e al suo decreto di censimento del mondo. È Dio, in realtà, che concentra i tempi della salvezza universale nel punto supremo della sua elezione: la nascita del Figlio di Dio avviene nella città della famiglia di David, a Betlemme, alla estrema periferia dell'impero di Roma. Il censimento dell'umanità conosciuta di fronte alla nascita di un bambino povero. I segni confermano la sproporzione: la mancanza di posto, le figure dei pastori... Tra i due avvenimenti – il grande e l'esiguo – è il secondo quello verso cui tutto converge.

Per mestiere e condizione di vita, i pastori sono povera gente. Rappresentano ogni povero. Sono anche figure simboliche: vegliano nella notte e custodiscono il gregge. Figure di una misteriosa attesa, spaventati dalle voci degli angeli.

È il natale del mondo. Davanti a quella grotta tutto è possibile. Lo scrittore Erri De Luca ha scritto parole all'altezza delle cose accadute quella notte, dentro quella grotta, ascoltate in presa diretta da Miriàm, la madre.

"Iosef era uscito lasciando il coltello e il bacile. Ora toccava a me, ora dovevo fare, partorire è fare con il corpo. Mia madre mi aveva spiegato che stare distesa un po' in discesa, aiutava, Macché, mi alzai in piedi e mi appoggiai di schiena alla mangiatoia. Dietro di me i musi dell'asina e del bue, uno di loro mi allungò una leccata sulla nuca. Avevo nelle orecchie i loro fiati. Messi insieme avevano un ritmo svelto da andatura spedita. Regolai il mio respiro sul loro. (...)
Lontano i pastori chiamavano qualche pecora persa. "È una bella notte per venire fuori, agnellino mio, notte limpida in alto e asciutta in terra. Il viaggio è finito e tu hai aspettato questo arrivo per nascere. Sei un bravo bambino, sai aspettare. Ora nasci." (...)
Parlavo e soffiavo, a un colpo più forte, una spallata di Ieshu, mi alzai di nuovo in piedi appoggiandomi alla mangiatoia. Le bestie ruminavano tranquille, c'era pace. Iosef aveva scelto un buon posto per noi. "Bel colpo Ieshu, un altro così e sei fuori, ecco ti aiuto, spingiamo insieme, le mani sono pronte a raccoglierti, via?" Via, è uscita la spalla, l'ho toccata, poi è rientrata, ma subito dopo di slancio Ieshu ha messo fuori la testa, l'ho avuta tra le mani, mi sono commossa, mi è scappato un singhiozzo e sul singhiozzo è venuto fuori tutto e l'ho afferrato al volo. L'ho alzato per i piedi per liberare i polmoni e fare spazio al primo vento che forza l'ingresso chiuso del respiro. Ieshu ha inghiottito aria senza piangere.

Ho tagliato il cordone, un solo taglio, ho fatto il nodo del sarto e ho strofinato il suo corpo in acqua e sale. Eccolo finalmente. L'ho palpato da tutte le parti fino ai piedi. L'ho annusato e per conferma gli ho dato una leccatina. "Sei proprio un dattero, sei più frutto che figlio." Ho messo l'orecchio sul suo cuore, batteva svelto, colpi di chi ha corso a perdifiato. Al poco lume della stella l'ho guardato, impastato di sangue mio e di perfezione. Mi sono stesa sotto la coperta di pelle e l'ho attaccato al seno. Il bue ha muggito piano, l'asina ha sbatacchiato forte le orecchie. È stato un applauso di bestie il primo benvenuto al mondo di Ieshu, figlio mio. Non ho chiamato Iosef. Gli avevo promesso un figlio all'alba ed era ancora notte. Fino alla prima luce Ieshu è solamente mio. (...)Mons Angelo Sceppacerca25 dicembre 2012

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