Povertà e soluzioni al problema | Riflessioni

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Povertà e soluzioni al problema

Povertà e soluzioni al problemaPovertà e soluzioni al problema L'ultimo rapporto dell'Istat sulla povertà in Italia, di cui già in parte ci siamo occupati, ci consegna dati davvero assai preoccupanti.

Mentre molti vorrebbero tranquillizzarci con gli impercettibili accenni di ripresa, sono dieci milioni le persone che vivono in condizioni di povertà relativa, ma tra esse sei milioni sono in povertà assoluta, cioè non in grado di avere beni e servizi di prima necessità per una vita dignitosa.

Il rischio di esclusione sociale per povertà è in Italia del 28,3%, ma nel Mezzogiorno esso sale quasi al 50%.

L'incidenza della povertà aumenta tra i soggetti con un titolo di studio medio e basso, tra quelli che vivono in nuclei familiari monoreddito e con più figli o a bassa intensità di lavoro, ma morde in maniera impressionante al Sud dove raggiunge il 45,6%.

Dal 2007 i poveri nel nostro Paese sono raddoppiati ed in Europa per tasso di povertà siamo superati solo da Grecia, Romania, Bulgaria, Lettonia ed Ungheria.

Nel Molise, settima regione italiana per povertà, preceduta solo dalle altre regioni meridionali, il tasso è al 19,6%

Potremmo dilungarci sulle condizioni difficili di vita di una percentuale così alta di popolazione, ma vorremmo, invece, focalizzare l'attenzione sul fatto che, se esiste una povertà così diffusa, evidentemente la politica non ha saputo o voluto trovare le soluzioni per un'emergenza così grave.

La Social Card del governo Berlusconi, gli ottanta euro di Renzi, tra l'altro elargiti non agli indigenti o ai disoccupati, ma a chi già aveva un reddito, ed i fondi stanziati nella Legge di Stabilità dell'ordine di 600 milioni per il 2016 e di un miliardo di euro per il 2017 e 2018 sono evidentemente provvedimenti non solo risibili e del tutto insufficienti, ma ancora una volta ancorati profondamente alle logiche di un puro intervento assistenziale, per non dire caritativo.

Se ci si abitua, come sta accadendo da secoli, a considerare la povertà un elemento sistemico a rapporti sociali egoistici e discriminanti, è evidente che tali espedienti possono anche apparire accettabili.

Un'inversione di tendenza si può e si deve avere solo uscendo, come sostiene Libera, dai tatticismi, dalle spartizioni di potere e di privilegi per giungere finalmente ad un impegno progettuale concreto per risolvere alla radice il problema della povertà, prima con misure che garantiscano a tutti l'inclusione e poi con politiche di giustizia sociale.
Un sostegno immediato con un reddito d'inclusione e servizi decenti, quantomeno sul piano sanitario ed educativo, va dato anzitutto ai disoccupati, ai minori, agli anziani ed alle famiglie numerose.

Questa prima fase d'interventi dovrà sostanzialmente eliminare i casi più gravi della povertà assoluta, ma ad essa dovrà seguire un piano organico capace di destinare fondi, servizi e strutture per affrontare in maniera radicale l'impoverimento della popolazione.

Poletti, il ministro del lavoro, sostiene che il governo ha già avviato un impegno per combattere la povertà, ma al solito ci si muove senza aver prima avviato una fase di dibattito pubblico con le forze sociali, il Terzo Settore ed il mondo del volontariato.
Aprire tale discussione diventa necessario per uscire da logiche assistenzialistiche e indirizzarsi verso la giustizia sociale che deve prevedere gli interventi di medio termine sopra indicati, ma soprattutto cambiamenti radicali nel sistema dei rapporti sociali e in quello retributivo.

Eliminare i privilegi scandalosi che attengono al sistema pensionistico ed alle retribuzioni di talune categorie, quali ad esempio politici, amministratori locali, magistrati, dirigenti, notai, medici, è il primo passo che si richiede ad una classe dirigente che ha dimenticato gli obiettivi dell'eguaglianza e voglia tornare ad avere un'immagine minima di credibilità e coerenza.
Tito Boeri, presidente Inps, ha provato a lanciare un'ipotesi di riforma del sistema pensionistico, ma la sua idea sembra caduta nel vuoto, perché evidentemente in questo Paese non ci sono forze politiche orientate al riequilibrio retributivo, ma ancora indirizzate al sostegno di elites che garantiscono il potere.

Anche la politica delle liberalizzazioni nelle professioni ha riguardato fin qui il settore di un certo tipo di commercio e quello del trasporto, ma non ha per nulla intaccato le caste di taluni professionisti che godono di benefici scandalosi.
Combattere la povertà significa anche abbassare l'imposizione fiscale diventata ormai insostenibile soprattutto per le famiglie monoreddito, ma tale obiettivo non si raggiungerà mai se non si avrà il coraggio di prevedere pene severe per gli evasori.

C'è un dieci per cento di italiani che possiede la metà della ricchezza del Paese, costruita spesso con un sistema speculativo mai seriamente sanzionato: è in questa direzione che bisogna alzare la percentuale di tassazione.

Un ulteriore elemento di politiche sociali innovative deve riguardare la redistribuzione del lavoro, combattendo quello esercitato in nero, eliminando la possibilità per alcune categorie di soggetti di esercitare la doppia professione ed attivando politiche d'investimento capaci di utilizzare al meglio le risorse umane e territoriali disponibili, producendo in tal modo nuova occupazione.

Se, come prevede la Costituzione, il lavoro è un diritto per tutti, allora è necessario che l'obiettivo della piena occupazione, dimenticato da tutte le forze politiche, torni nell'agenda degli impegni parlamentari. Umberto BerardoTrivento (CB), 26 novembre 2015

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