Commento al Vangelo
Domenica 4 Settembre
Sap 9, 13-18; Sal 89; Fm 1, 9-10.12-17; Lc 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Una parola severa di Gesù, rivolta a tutti, riduce una folla numerosa ad un solo discepolo. Il Maestro chiede ai suoi di lasciare tutti – persino le persone più care – e tutto per potergli andare dietro. La traduzione della parola di Gesù attenua la durezza della lettera (“chi non odia il padre e la madre…”) per una variante più accessibile (“se non mi ama più che il padre e la madre”) facendone questione di misura, a chi più e a chi meno. In realtà più che di “quantità”, si tratta di “qualità” dell’amore. Gesù non vuole che odiamo i familiari, neppure che lo amiamo più di loro. Lui semplicemente mostra il volto del vero discepolo, quello che stringe la propria croce dietro a lui, che fa un cammino di morte e risurrezione, il cammino della vita nuova che porta ad amare tutti e tutto in Lui. In parole semplici e antiche è il primo e più grande comandamento: amare Dio con tutto se stessi e il prossimo come se stessi. Gesù comanda l’amore e la sua Pasqua ne è il paradigma.

Unica è la legge dell’amore (morire per l’altro) ma per ognuno la croce è data dalla storia delle relazioni, degli affetti, delle vicende e dei sentimenti. In ogni storia, anche la più ordinaria e piccola, riconduce all’amore pasquale di Gesù.

Il vangelo vissuto assomiglia ad una torre enorme costruita senza ricchezze, ad una guerra vinta in modo eroico (pochi contro tanti). La grande impresa e la grande battaglia sono l’immagine del discepolo di Gesù che deve rinunciare a tutti i suoi mezzi, avendo forza nel totale abbandono alla potenza di Dio. Una cosa così grande non è umanamente possibile, per questo l’essere discepoli è dono di Dio, guadagno della sua grazia. Non si è discepoli per quello che sappiamo, possiamo e riusciamo a fare, ma perché Lui viene a salvarci e a guidarci nella vita dello Spirito.

Prendere la croce, affidarci a Dio è desiderare con tutto il cuore di fare la volontà di Dio Padre. Scegliere Dio e farne il tutto della vita. Questo non ci rende poveri, ma liberi e accompagnati dalla promessa di una ricchezza straordinaria di una nuova famiglia e doni moltiplicati per cento nel presente e la vita eterna nel mondo che non finisce.
Mons Angelo Sceppacerca
4 Settembre 2016
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