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Una tenda di condivisione

Una tenda di condivisioneUna tenda di condivisioneInvito alla riflessione di MONS. GIANCARLO BREGANTINI, Arcivescovo di Campobasso-Bojano, dopo che la nostra terra del Molise è stata segnata da una tragedia che ci interpella tutti.

Un giovane laureato, dello Stato d'Israele, un qualificato ingegnere informatico, NOUM IDAN, di 26 anni, è morto in seguito ad un'overdose di stupefacenti e di alcool. Aveva passato una nottata insieme a circa cinquemila giovani, ad una decina di chilometri sopra Guardiaregia, sul Matese.

È un fatto che, avvenuto tra le nostre montagne, ci chiede una riflessione adeguata ed una chiara lettura della realtà. Erano ragazzi di varie parti del mondo. Richiamati da un tam tam telematico, che dimostra quanto siano efficaci questi sistemi immediati di comunicazione. Annullano le distanze ma accomunano i problemi ed i drammi.

Come Vescovo di questa diocesi mi sento nel cuore un dolore grandissimo ed una preoccupazione crescente. Al dolore, si unisce subito una forte esigenza di condivisione del dramma che questi giovani stanno tragicamente vivendo.

Noum Idam non era un disperato per motivi sociali diretti. Era un professionista, laureato in ingegneria, un genio in informatica. Aveva cioè tutte le carte in regola per trovare una sua collocazione soddisfacente nel mondo del lavoro e quindi un posto dignitoso nella vita.

Eppure...perché questo vuoto esistenziale?

Perché questo baratro?

Che c'è dietro questa tragica perdita di senso?

Queste domande le pongo al mio cuore. Ma anche al cuore di tanti educatori. Soprattutto ai genitori dei ragazzi delle scuole medie e della adolescenza. Perché è proprio a quell'età che si costruiscono o si demoliscono le coordinate del futuro.

Ci angoscia tutti la diffusa mancanza di progettualità!

Il cuore giovanile, infatti, sembra ripiegato solo sul presente. È come se non avesse mattoni che gli permettano con facilità di costruire il suo futuro, pur dimostrando doti e qualità per poterlo fare. C'è infatti una voragine esistenziale che non gli permette di saltare oltre, di guardare più avanti.

Questa lettura non ci deve però scoraggiare. Ma richiede a noi tre cose:
a) Non giudicare con facile moralismo i giovani stessi e la nostra società, perché anche oggi ci sono ragazzi coraggiosi e luoghi di costruzione della speranza.
b) Ascoltare ed accompagnare le domande acute di senso che ogni ragazzo porta in sé. Nemmeno basta informare sugli effetti negativi di alcool e droga. Occorre invece - crediamo -educare aiutando i nostri ragazzi a capire che la vita è una storia, che si evolve e cresce con te. Che ha bisogno del tuo mattone, Che tu sei prezioso. Che hai bisogno di cielo, cioè di trascendente per camminare sulle nubi del vento.
c) infine, questi nostri ragazzi invocano, spesso silenziosamente, presenze concrete ed affettuose di noi adulti, che pongano dei segni coraggiosi ed alternativi di sostegno. All'assoluto negativo si sostituisca l'Assoluto positivo. Anche mediante una tenda, collocata magari proprio in questi luoghi di angoscia. Cioè un delirio che si trasformi in abbraccio!

Invochiamo in preghiera silenziosa Shalom per chi è caduto sulle colline della nostra terra. E coraggio ai nostri giovani e alle loro famiglie, per un futuro che superi la voragine della paura della vita.di S.E. Mons Giancarlo BregantiniCampobasso, 21 agosto 2009

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