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I Santi Patroni e Trivento

I Santi Patroni e TriventoSecondo la tradizione orale Ferdinando di Milano, che ritroviamo come secondo nominativo nell'elenco dei Vescovi di Trivento, nel 390, da alcuni ritenuto addirittura nipote di Sant'Ambrogio, dal quale avrebbe ricevuto i teschi dei Santi Martiri Nazario e Celso, nostri gloriosi Protettori che egli portò qui a Trivento.

Niente di più e di meglio la tradizione orale ci riferisce, tranne l'ipotesi che l'autentica delle reliquie firmata da sant'Ambrogio sia andata perduta durante l'incendio del 1526 ad opera del generale Lutrech.

Queste reliquie insigni di San Nazario e Celso che ancora vengono esposte in Cattedrale a partire dai Primi Vespri della festa, sono custodite gelosamente e con somma devozione dai triventini.

Ad una generosa elargizione del vescovo Alfonso Mariconda si deve la presenza degli artistici busti argentei di San Nazzario e Celso, manufatti di pregevole fattura napoletana di che sono esposti alla pubblica devozione durante tutta la novena e vengono portati in processione il giorno della festa. Don Edmondo si attivò per rifare il busto argenteo di San Vittore, perchè secondo don Ennio De Simone quello precedente era stato trafugato notte tempo.


La vita dei nostri Santi Patroni



Secondo un’ininterrotta tradizione sappiamo che Nazzario, da giovanetto, conobbe l’Apostolo Pietro e da lui imparò ad amare Gesù Cristo e ne fu letteralmente affascinato tanto che, seguendo l’esempio degli Apostoli, cominciò a percorrere le vie del mondo per annunciare Cristo crocefisso per nostro amore e risorto per renderci figli di Dio, unica sorgente di salvezza per l’umanità. Decisione eroica: sapeva bene che doveva affrontare difficoltà, persecuzioni, incomprensioni d’ogni tipo, esporsi continuamente al martirio perché a quei tempi era legge dell’Impero di Roma: “Christianos esse non licet” (non è lecito essere cristiani). Praticare e tanto più predicare il vangelo era ritenuto delitto di lesa maestà. Ricolmo dell’amore di Cristo, convinto che il Vangelo è l’unica fonte della gioia e della speranza, non si lasciò intimidire, e con l’apostolo Paolo poteva ripetere: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono persuaso, infatti, che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Rom. 8,35. 37-39).

Grande era l’entusiasmo con cui annunciava il Vangelo, travolgente era la forza della sua testimonianza. Non ci fa meraviglia che molti aderivano alla professione di fede, nonostante il pericolo di subire un cruento martirio. La liturgia ambrosiana esalta Nazzario con i gloriosi titoli di “martire e coapostolo”.

Fra i suoi discepoli si distinse il giovanetto Celso il quale si sentì totalmente attratto dallo stesso ideale di annunciare e testimoniare il Vangelo da diventare collaboratore fedele nella vita, nella predicazione e nel martirio glorioso.
“Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra Fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è figlio di Dio?” E’ per questa fede, operante nella carità, che i due eroici testimoni del Vangelo divennero catechisti itineranti di città in città, di villaggio in villaggio.

Vittore, l’intrepido Pontefice d’origine africana, tredicesimo successore di Pietro nella sede di Roma, negli anni 186/197 fu il vigile custode della dottrina e della prassi liturgica, minacciata da eretici e anche da Vescovi riottosi. Fu lui a decidere che la Pasqua fosse celebrata di domenica, il giorno della risurrezione, e non il 14 di Nisan, anniversario della crocifissione del Signore, com’era praticato in alcune Chiese dell’Oriente.Ufficio comunicazioni socialiTrivento, 28 luglio 2016

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