Domenica 5 Giugno | Commento al Vangelo

Catechesi di Avvento del Vescovo Claudio Palumbo

Su TLT Molise, durante questo periodo di Avvento, potrai seguire le catechesi del Vescovo Claudio ogni sabato sera alle 21.00, oppure in replica la domenica alle 14.30.

Commento al Vangelo

Domenica 5 Giugno

Liturgia: 1Re 17, 17-24; Sal 29; Gal 1, 11-19; Lc 7, 11-17Domenica 5 GiugnoIn quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Un accompagnamento funebre. Il morto è l’unico figlio di una vedova. I dolori non si raffrontano; ognuno è totale; ma questo, per la madre, supera ogni capacità di sopportazione. Eppure sarebbe un evento naturale: si viene da Dio e si torna a Dio. Invece, la morte è stata avvelenata dal peccato che ci oscura la consapevolezza di venire da Dio e tornare a Dio; il peccato ci convince che veniamo dal nulla e torniamo al nulla. Per questo la vita e l’esperienza della morte sono entrambe fabbricanti di angoscia. Il segno della resurrezione fatto da Gesù indica che anche la morte è relativa, è un passaggio ad un’altra vita.

E’ un episodio commovente. Nella morte dell’altro ognuno proietta la propria. Poi il morto è un giovane e quando muore il figlio, mentre i genitori vivono, è una maledizione terribile. Questo, per di più, è l’unico di una donna che non ha più il suo sposo, non ha più possibilità di vita, di sostegno: è sola nella sua morte totale; avrebbe preferito morire lei, invece è morto il figlio, il suo solo futuro. E’ il grande simbolo della nostra vita, essere per la morte.

La morte del figlio unico è anche annuncio della morte di Gesù, che muore e risorge; quasi una sovraimpressione tra questo giovane e Gesù. Questo miracolo non parte dalla fede del figlio della vedova; neppure dalla madre. E’ tutta iniziativa del Signore per dirci che l’ultima parola non è la morte fisica, ma la resurrezione dei corpi perché l’uomo è corpo e ha l’anima. Il miracolo è segno della resurrezione sua e di quella nostra escatologica. Se commuove l’episodio, di più è commovente e consolante la speranza di avverare Il desiderio più profondo dell’uomo, non morire. O che almeno la morte non sia la parola ultima.

“Nain” vuol dire “delizie”. Come lo sono i gesti di Gesù, pellegrino mosso dalla misericordia verso la miseria della città, luogo dove gli uomini vivono e dove alla fine, ognuno, è rimesso fuori per sempre. Questi sono i segni compiuti da Gesù: va verso questa città, si avvicina alla porta, ci vede, si commuove sui vivi che vivono la morte, e dice: Non piangere. E quando tocca la bara, i portatori si arrestano; così come quando Gesù toccherà la morte sul legno della croce si arresterà la morte dinanzi al Signore della vita che dice: Giovinetto, svegliati, rialzati.Mons Angelo Sceppacerca5 giugno 2016
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