Domenica 18 gennaio | Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Domenica 18 gennaio

Liturgia: Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1, 29-34Domenica 18 gennaio

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Prima che sulle rive del Giordano, Giovanni e Gesù avevano avuto un altro incontro, circa trent'anni prima, quando ognuno era ancora nel grembo della propria madre. Giovanni e Gesù, il profeta e il Messia, entrambi concepiti con la grazia dello Spirito – il primo da due genitori anziani e sterili, il secondo da una vergine-madre – s'incontrano prima ancora di nascere. Le lodi di Elisabetta e il cantico di Maria sono la risonanza ad alta voce di questo incontro. A due donne è riservato il privilegio d'interpretarlo e testimoniarlo.

Maria canta: l'anima mia dice che grande è il Signore! Adamo, al contrario, fece Dio piccolo, come la sua meschinità. Maria, invece, fa grande Dio perché lo vede come amoroso sposo capace di dare la vita. Lei riconosce Dio come Dio e scopre in sé l'immagine autentica di Lui. Il primo dono di Dio – e il primo canto a lui – è riconoscerlo grande, grande e "per noi". Di questa "grandezza" sono state testimoni soprattutto le donne: Maria dice "sì, eccomi!" e in lei s'incarna il Figlio di Dio; Elisabetta, per prima, lo "sente" nel grembo della cugina; la Maddalena è la prima che adora il Risorto e ne riceve l'incarico di farlo sapere agli apostoli.

Giovanni, il testimone, dialoga con quelli che lo interrogano. La sua è una voce forte che pur predicando nel deserto, arriva fin nei palazzi del potere a insidiarli con la forza della verità. Il battista è immagine dell'uomo vero che cerca la verità e testimonia chi è Dio ai suoi occhi perché è colui che vive ciò che dice. La parola ha un grande valore, se corrisponde alla verità.

Il Battista si definisce dicendo che lui non è quello che la gente voleva che lui fosse: non è il Cristo, il Dio, il profeta; invece si definisce "voce di uno che grida nel deserto". È la citazione di Isaia che inizia il libro della consolazione, scritto durante l'esilio di Babilonia. Il profeta non si rassegna al presente.

Il battesimo di Giovanni è un gesto simbolico; immergersi nell'acqua vuol dire morire, ma per uscirne nuovi, simbolo di resurrezione. Il battesimo è simbolo della vita dell'uomo segnata dalla morte e dalla resurrezione.

E nel battesimo si presenta Gesù, mettendosi in fila coi peccatori. Per questo è Dio che si immerge nella realtà umana, solidale col limite e con la nostra morte, perché Dio è solo e tutto amore. Nel battesimo, come sulla croce, Gesù è riconosciuto Figlio di Dio.

Giovanni, il giorno seguente, dopo aver testimoniato sulla propria identità, incontra il Signore e lo mostra come l'Agnello. Dice "Guarda!", questo è l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Questo è il Figlio di Dio, mite come l'agnello. Giovanni ha capito perché è su quest'uomo che dimora lo Spirito, ossia la vita di Dio che è l'amore tra Padre e Figlio. Gesù è il luogo dell'amore del Padre perché ama i fratelli con lo stesso amore del Padre.

Il vangelo di oggi è l'eco della festa del Battesimo di Gesù. Giovanni il Battezzatore rende testimonianza e lo addita come Agnello di Dio, "colui che toglie il peccato del mondo". Siamo all'inizio della vita pubblica di Gesù, ma anche all'inizio del quarto vangelo, subito dopo il "Prologo". È come se, dopo la vertiginosa introduzione teologica (In principio era il Verbo…), seguisse la traduzione nel linguaggio della storia e della testimonianza di chi ha visto scendere e rimanere su quell'uomo lo Spirito di Dio.

La testimonianza di Giovanni nasce dall'esperienza, dall'aver visto, perciò è valida e inequivocabile. Come indubitabile è la testimonianza che Gesù darà di sé a Nicodemo circa il suo rapporto col Padre. E' Gesù, dunque, l'unico testimone delle realtà divine, perché egli solo vede Dio.
Nel Vangelo di oggi il dito di Giovanni indica Gesù, l'agnello eletto, vittima di espiazione dei peccati del mondo e agnello pasquale esaltato sulla croce.
Cos'è il peccato del mondo? Sono tutte le colpe dell'umanità e l'incredulità che è alla radice di tutte. E' il rifiuto della luce. Per questo il peccato è paragonato alle tenebre.

Se Giovanni ha visto Gesù e perciò ne è stato testimone, questo vale anche per noi. In tempo di crisi delle ideologie e di sfiducia nelle dottrine, il fascino della santità vissuta rimane intatto. A conclusione del grande Giubileo, Giovanni Paolo II affermava: "Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare di Cristo, ma in un certo senso di farlo loro vedere".
Come Giovanni, anche noi dobbiamo essere testimoni del Cristo. Il Concilio Vaticano II ha ricordato come tutti i cristiani, con l'esempio della loro vita e con la testimonianza della parola, devono manifestare l'uomo nuovo di cui sono stati rivestiti nel battesimo.

In questo Vangelo siamo raggiunti da un'altra consolazione: Gesù perdona le nostre infedeltà e debolezze, guarisce la nostra incredulità, ci riconcilia col Padre, a condizione che noi confessiamo umilmente i peccati e ci avviamo nella luce di verità che è la parola di Gesù. Così anche noi vedremo e "sentiremo" lo Spirito, vero maestro interiore, facendo al contempo l'esperienza descritta nella Gaudium et spes: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di più genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre e hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti".

È forte la sensazione che questo pagina del Concilio sia stata scritta quel giorno lì, sulle rive del Giordano. Certamente è lo stesso Spirito ad averla ispirata.
Papa Benedetto XVI, riguardo all'esclamazione di Giovanni sul fiume Giordano – "ecco l'agnello di Dio – scrive nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis: "È significativo che la stessa espressione ricorra, ogni volta che celebriamo la santa Messa, nell'invito del sacerdote ad accostarsi all'altare… Gesù è il vero agnello pasquale che ha offerto spontaneamente se stesso in sacrificio per noi, realizzando così la nuova ed eterna alleanza. L'Eucaristia contiene in sé questa radicale novità, che si ripropone a noi in ogni celebrazione". Ogni celebrazione eucaristica ci riporta lì, su quelle rive, a quell'incontro.

Per togliere i peccati, il popolo ebreo aveva bisogno di un tempio e di un agnello. Quando ci fu la Pasqua definitiva, celebrata da Gesù, egli non ebbe né tempio, né agnello. In realtà, Egli stesso fu il vero Agnello ed Egli stesso è il tempio vivo, nel quale Dio abita e si fa incontrare.

Mons Angelo Sceppacerca18 gennaio 2026
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