Domenica 25 gennaio | Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Domenica 25 gennaio

Liturgia: Is 8, 23b-9, 3; Sal 26; 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-23Domenica 25 gennaio

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

È di Matteo il vangelo che ci accompagna in questo anno, con alcune caratteristiche tipiche: il frequente riferimento all'Antico Testamento (in questo caso ad un profeta), per spiegare il valore dei gesti e delle parole compiuti da Gesù. Compreso un semplice cambio di residenza: da Nazareth a Cafarnao. L'Antico Testamento è il "tesoro di sapienza" antica che parla di Cristo; i ricordi dei discepoli su Gesù nel Nuovo sono "un tesoro di sapienza nuova". Matteo dice l'unità di questa duplice testimonianza su Gesù.

Il secondo tocco di Matteo, è l'uso di immagini simboliche capaci di riassumere intere sezioni della vita di Gesù, una specie di titolo sintetico sul tema centrale di tutta una parte di Vangelo. Così è l'immagine della luce che si accende nel buio e guida un popolo nel suo difficile cammino. Un'immagine che tornerà nelle prossime domeniche e che ricorda quanto accaduto al tempo dell'esodo dall'Egitto: il buio della notte nel deserto e la colonna di fuoco che guidava il popolo verso la giusta direzione. La luce nelle tenebre è quella delle beatitudini, che Giovanni ha annunciato, che i discepoli ricevono da Gesù, e che dovranno portare in tutto il mondo.

È la volontà di Dio che porta Gesù da Nazaret a Cafarnao, in Galilea. Isaia aveva visto il passaggio dal tempo di schiavitù a quello della salvezza. L'oppressione era a causa dell'invasione subita e della mescolanza forzata con i pagani; quel territorio fu dunque chiamato "provincia dei pagani" (Galìl haggojím) da cui il nome di Galilea. Lì va Gesù, perché da lì si vedrà la luce, simbolo della presenza di Dio che salva e della sconfitta delle tenebre di morte.

L'annuncio è rivolto a tutti gli uomini di sempre. Da quest'ora mai più cesserà il vangelo e sarà sempre, per tutti, tempo di conversione, punto di partenza della vita cristiana che consiste nel seguire Gesù e nell'entrare nella comunità di quelli che si stanno raccogliendo attorno a lui e saranno la folla del discorso della montagna.

Gesù è il missionario del Padre, il modello di tutti quelli futuri perché in lui parola e azione vanno sempre insieme. Queste le conseguenze: la sua fama si diffonde, la gente porta a lui i malati, si radunano grandi folle. Tutta la miseria del popolo sta lì davanti a lui ed egli si offre a tutti. Il vangelo è per loro.

Il primo gesto di Gesù non è un miracolo, né un discorso, ma la chiamata di quattro pescatori. I discepoli hanno un'importanza così fondamentale per la missione che Gesù che egli non la inizia senza prima averli chiamati. La risposta dei quattro è un modello di conversione. Il primato è sempre di Gesù: è lui che cammina, vede, parla, chiama. Il più che possono fare i discepoli è dire sì e distaccarsi dal quanto hanno, anche di più caro, come la barca o il proprio padre.

Il Vangelo di questa domenica è tutto in un'indicazione: "Il regno dei cieli è qui", in un comando: "Convertitevi", in un invito: "Seguitemi". Le tre parti, naturalmente, sono legate tra loro.
Innanzitutto la presenza del Regno del Signore in mezzo a noi. Il Regno c'è perché Satana è vinto. Non c'è posto per entrambi, perché uno solo è il Kyrios, il Signore. Da qui l'appello alla conversione, alla scelta di Dio e alla rinuncia del male perché si compia la profezia di Isaia e sul popolo "immerso nelle tenebre" e su coloro che "dimoravano in terra e ombra di morte" si alzi una grande luce. Dopo l'attività di Giovanni il Battista, il ministero pubblico di Gesù inizia proprio dalla Galilea, terra di tutte le genti e ponte fra Israele e il resto del mondo, perché la persona di Gesù è vista come il sorgere del sole, come l'aurora del giorno nuovo. Lui è la luce che vince le tenebre e la morte; in Lui la nostra notte si apre al giorno di Dio.
Chi si "converte", chi cambia la direzione dei propri passi, va dietro a Gesù. La fede cristiana è tutta qui, non innanzitutto una dottrina o una pratica, ma una relazione personale con Gesù, una sequela in risposta ad una chiamata. Non è forse per questo che il Cristianesimo, fin dalle origini, fu chiamato "cammino", "via"?

"Venite" e "vi farò": si diventa pescatori solo dopo aver imparato ad andare dietro a Gesù. Questa è l'unica cosa che dobbiamo fare, il resto lo fa Lui.

Tutti noi, "pescati" dall'amore di Dio nell'abisso della paura e dello smarrimento, diventiamo a nostra volta pescatori-di-uomini come Pietro e Andrea, come Giacomo e Giovanni. Il racconto di queste due chiamate è emblematico di ogni vocazione: inizia con Dio che vi viene incontro e termina con noi che andiamo dietro a lui. Al centro dei due movimenti c'è l'incontro, l'esperienza dell'amore di Dio che ci raggiunge nella nostra vita quotidiana, ordinaria, e la trasforma in una sorta di "nuova creazione" perché la sua parola – chiamandoci – torna a crearci, a trarci dal nulla che siamo riusciti a costruire. Ecco perché non importa assolutamente quello che si deve lasciare. Il Regno di Dio porta con sé, sempre, anche la promessa e la misura del centuplo. Cento volte tanto in case, campi, madri, fratelli. Oggi il Vangelo riporta per ben quattro volte la parola fratello ("due fratelli", "Andrea fratello di Simone", "altri due fratelli", "Giovanni fratello di Giacomo") per ricordarci che la chiamata è alla fraternità universale. Perché siamo figli di Dio, siamo anche fratelli fra noi. Ognuno fratello di tutti. In tempi "notturni", ascoltandoci nel profondo, avvertiamo l'eco della domanda del profeta Isaia (21,11): "Sentinella, quanto resta della notte?". E la sentinella rispose: "Viene il mattino… convertitevi, venite!". La notte finisce quando vedi un uomo e lo riconosci fratello.

Gesù insegna, annuncia e guarisce: tre azioni distinte ma inscindibili, in Lui ma anche in chi le riceve. Gesù cammina, vede e chiama. Azioni che si illuminano reciprocamente, luce su luce. La chiamata dei discepoli è mostrata dalla predicazione e dalle guarigioni; e, viceversa, l'annuncio e le guarigioni sono un appello rivolto alle folle. E' la nascita della Chiesa, comunità di malati guariti chiamati a seguire il Signore come pescatori di uomini.

Mons Angelo Sceppacerca25 gennaio 2026
Licenza Creative CommonsLe informazioni e gli articoli pubblicati su questo sito sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia