Lettera aperta al Presidente della Camera dei Deputati | Diocesi di Trivento

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Lettera aperta al Presidente della Camera dei Deputati

Lettera aperta al Presidente della Camera dei Deputati

Stimatissimo Gianfranco,
Lei, che si vanta di essere anche uno sportivo dovrebbe sapere bene che certe entrate a gamba tesa, automaticamente, fanno scattare un cartellino punitivo e tremendo, che nel suo caso potrebbe essere nero, visto che Lei è, purtroppo, un po’ allergico al colore rosso, tranne il rosso “romano”, quello “utile” delle comode poltrone istituzionali.

Nell'ambito di una conferenza organizzata a Montecitorio per il settantesimo delle leggi antiebraiche, Lei ha inserito una critica alla società italiana dell'epoca, che non ebbe la forza di reagire adeguatamente, e ha tirato in ballo anche la Chiesa cattolica, dicendo testualmente "L'ideologia fascista non spiega da sola l'infamia delle leggi razziali. C'é da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata nel suo insieme alla legislazione anti-ebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni non siano state registrate manifestazioni particolari di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica".

La sua uscita, me lo faccia dire in modo “papale papale”, è di una "sconcertante faciloneria”, in quanto Lei dovrebbe ben conoscere le violente contrapposizioni che la storia registra e che riguardarono i rapporti, per nulla idilliaci, tra Mussolini e Pio XI, allora massimo responsabile della Chiesa.

Infatti le ricordo che Pio XI parlò subito dopo la pubblicazione del “Manifesto della razza” per tre volte, al punto che subito dopo il governo fascista “oscurò” o, per meglio dire, mise il bavaglio agli organi di stampa cattolica, facendo un decreto specifico per proibire che questi potessero esprimere posizioni contrarie. Da allora in poi il Vaticano fece il possibile, con trattative tesissime, per cercare di mitigarne gli effetti. Se non vado errato Pio XI fu la sola e unica autorità pubblica, in Roma,a intervenire contro la discriminazione degli Ebrei, per non stare poi a ricordare tutto quello che positivamente e costantemente fu organizzato dal Vaticano per salvare migliaia e migliaia di Ebrei. Per aggiunta c'è da dire che, a Milano, con la sua viva voce autorevolissima,l’arcivescovo e cardinale Alfredo Ildefonso Schuster pronunciò una omeliache iniziava così: «É nata all'estero e serpeggia un po' ovunque una specie di eresia»; questa fu definita una delle omelie forse più importanti tra tutte quelle risuonate, in tanti secoli, tra le gotiche navate del Duomo di Milano: era allora il 1938.

Che anche Lei cada nei facili luoghi comuni, quelli che a Roma si chiamano leggende metropolitane, mi fanno dubitare che ci sia ancora un senso della misura e mi si rafforza la convinzione come tutto ormai possa essere buona occasione di confusione storica, di marasma pubblicitario e di bagarre intellettuale. Proprio Lei, che ha militato in un partito che per anni ha fatto riferimento a radici innestate nel Ventennio, ha voluto fare cenno, stravolgendole, a certe pagine di storia che raccontano bene come le leggi razziali non le ha promulgate la Chiesa, ma il governo di Benito Mussolini, personaggio che a Lei, quando giovane e pimpante intraprese la carriera di attivista politico, fu tanto, ma proprio tanto carino?

Da Lei, dimostratosi in tante occasioni cortesemente raffinato e gentilmente diplomatico, mi sarei aspettato un discorso più riFINIto, invece si è imbarcato in una provocazione che ha FINIto per mettere in dubbio tutta una fama bencostruita sulla sua raffinata eleganza affabulatrice.

Non promoviamo il FINImondo dei valori, FINIamola con l’anticlericalismo e con il populismo trito e ritrito, occupiamoci e preoccupiamoci di più della disoccupazione galoppante: questi sono i veri FINI perseguibili da una carica istituzionale come la sua.

Con inFINIto rispetto, ma anche con preferenziale cautela.

don Mimìdon Mimì FazioliTrivento (CB), 17 dicembre 2008

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