Il cardinale Bagnasco, nella prolusione ai Vescovi italiani | Diocesi di Trivento

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Il cardinale Bagnasco, nella prolusione ai Vescovi italiani

Il cardinale Bagnasco, nella prolusione ai Vescovi italiani Il cardinale Bagnasco, nella prolusione ai Vescovi italiani, ha toccato tanti temi interessanti e cogenti: la crisi, la politica, la sobrietà, gli attacchi alla Chiesa, le radici cristiane dell'Europa e i valori non negoziabili.

All'apertura dei lavori dell'Assemblea Generale dei Vescovi italiani, riuniti in Roma da lunedì fino al 25 maggio in Vaticano, lunedì pomeriggio il cardinale Angelo Bagnasco, ha prima di tutto difeso la famiglia e ha parlato della funzione della parrocchia nella Chiesa e ricordato il 50° dell'inizio del Concilio Vaticano secondo.
Ma i giornali hanno riferito solo del giudizio sul governo, mentre i partiti si sono affrettati a commentare dividendosi in giudizi opposti e contrastanti.
Per tutto questo preferisco riportare tre passi, generalmente non citati dalle agenzie.

Al numero 8 della sua prolusione, il cardinale Presidente ha detto per prepararci anche alla imminente Giornata Mondiale della Famiglia: "Siamo partiti domandandoci come si presenterà prevedibilmente la crescita a cui fortemente aspiriamo. E si diceva che essa non si svilupperà tanto sulla quantità (di beni, di risorse, di consumi...), quanto sulla sicurezza, la qualità delle relazioni, l'istruzione dei nostri giovani e la riqualificazione degli adulti, la tutela dell'ambiente, la valorizzazione sistematica dei beni artistici, l'organizzazione del tempo, compreso il rispetto della domenica. Molti di questi temi saranno oggetto di considerazione nell'Incontro mondiale delle famiglie a Milano, in calendario per il 30 maggio-3 giugno, con la presenza del Santo Padre. Per questo evento esprimiamo i nostri voti all'Arcivescovo di quella città, Cardinale Angelo Scola, assicurandogli la nostra vicinanza e la partecipazione festosa delle nostre comunità. Ebbene, volenti o nolenti, questo discorso ci porta ancora una volta al crocevia in cui oggi si trova la famiglia, e non per una sorta di fissazione monotematica, ma piuttosto per la consapevolezza del valore che è questa ineguagliabile e spesso maltrattata struttura antropologica, l'unica che ci consenta di proiettarci nel futuro. Non a caso è un "universale presente in ogni società" in quanto permette di tenere insieme le differenze dell'umano, quelle relative ai sessi e quelle relative all'età. È il grembo insostituibile in cui spunta la vita, l'identità e la maturità delle persone, il loro equilibrio esistenziale, la loro progressiva apertura alla vita sociale. Ovvio che, lasciata sola, magari anche denigrata, la famiglia resiste ma patisce, nonostante alcuni promettenti segnali di sostegno che fanno ben sperare se ulteriormente incrementati ed estesi. Esser distratti rispetto al bene insuperabile della famiglia fa soffrire anche la società, che indebolisce il suo più rilevante cespite di vitalità, di coesione e di futuro. Per questo, in una cultura del tutto-provvisorio, l'introduzione di istituti che per natura loro consacrino la precarietà affettiva, e a loro volta contribuiscono a diffonderla, non sono un ausilio né alla stabilità dell'amore, né alla società stessa. La famiglia non è un aggregato di individui, o un soggetto da ridefinire a seconda delle pressioni di costume oggi particolarmente aggressive e strategicamente concentrate; non può essere dichiarata cosa di altri tempi. Ecco perché l'ipotesi del cosiddetto "divorzio breve" contraddice gravemente qualunque possibilità di recupero, e rende complessivamente più fragili i legami sociali. Interessante il dato emerso da una recente indagine promossa dall'Università Bicocca di Milano, secondo cui le persone che attribuiscono più importanza alla famiglia e alle relazioni che in essa si sviluppano sono in genere le più felici. In Italia, nonostante difficoltà di vario genere, la famiglia tiene e si rivela, anche in questo frangente, il punto di tenuta affettiva, psicologica ed economica. Ma bisogna recuperare una cultura della famiglia; una cultura che fa del nostro Paese un esempio a cui guardare. C'è fame di famiglia perché essa è il motore della vita. Se il profeta è colui che vede lontano, la voce della Chiesa continuerà a levarsi alta e chiara per affermare e sostenere la missione incomparabile della famiglia naturale come cuore pulsante e patrimonio dell'umanità. Il discorso sembra persino ovvio se si prendono in considerazione i figli, che sono normalmente i sostenitori più convinti dell'unità e dell'integrità della loro famiglia. Quante volte leggiamo negli occhi dei figli la ricaduta conseguente al naufragio del matrimonio genitoriale! Nella vita l'esperienza della sofferenza diventa prima o dopo inevitabile, ma se proprio i genitori possono non farla incontrare ai figli è ben meglio. Il legislatore ha in più occasioni dimostrato di tenere in alta considerazione l'equilibrio e il benessere dei figli, come quando, col divieto dell'eterologa, ha detto no al bambino con "tre genitori". L'esperienza dimostra con sempre maggior evidenza che i figli non si accontentano dei dati di fatto, e sono esistenzialmente inquieti fino a quando non identificano i loro veri genitori. Abbiamo così richiamato l'attenzione a quell'insieme di valori fondamentali e fondativi che costituiscono la cosiddetta "etica della vita", e che si pone alla base di ogni sistema sociale che voglia garantire l'uomo in tutto l'arco della propria esistenza. La vita, la famiglia naturale, la libertà di educazione, sono infatti la bussola irrinunciabile che orienta ogni dimensione del vivere comune, anche la cultura, la politica, l'economia, la finanza...".

Riguardo alla parrocchia davanti ai Vescovi, presente anche il nostro Vescovo mons. Scotti, ha sottolineato: "È la parrocchia il "grembo" adatto per accogliere queste persone? Tutto lascia sperare che lo sia, che in essa si trovi quanto è necessario per la riscoperta della vita spirituale. La parrocchia, dunque, oltre ai movimenti, come via alla Chiesa. La parrocchia con la sua accessibilità e ordinarietà, ma anche con un suo rinnovato flusso di calore. Essa non è un luogo di routine a misura dei "soliti noti": è il miracolo di Dio dispiegato sul territorio, dove lo straordinario è racchiuso sotto forme abituali ma non per questo meno perentorie e incisive: il miracolo dell'Eucarestia, l'eloquenza dell'Anno liturgico, la potenza della Parola di Dio, le provocazioni di una catechesi ben preparata, la disponibilità di un animatore dell'Oratorio, la presenza di un testimone convincente, un'esperienza forte di servizio... sono tutte circostanze abbastanza consuete, è vero, ma perché mai la grazia non potrebbe essere in agguato sulle vie di sempre? Le nostre parrocchie sono cellule di evangelizzazione anzitutto mettendo un'anima missionaria nelle cose ordinarie. Alla vigilia di appuntamenti importanti, noi vogliamo rivolgerci ai nostri amati Sacerdoti e dire loro: coraggio, rinnoviamoci, non diamo nulla per scontato, lasciamoci provocare dalla vita, facciamo conto di essere al nostro primo anno di Messa, dispieghiamo tutto l'entusiasmo di cui siamo capaci, coinvolgiamo le religiose, i laici, i genitori; non temiamo i loro suggerimenti, rinnoviamo il tessuto delle nostre comunità rendendole ancora più accoglienti e sorridenti, non trascurando alcun gesto né alcuna occasione della vita quotidiana. La grazia è impaziente e chiede tutta la nostra fiducia. Vale per questo la regola d'oro indicata dal Papa e già citata in una precedente occasione: «La fede non deve essere presupposta ma proposta [...] deve essere sempre annunciata» (Discorso in Apertura del Convegno pastorale della diocesi di Roma, 13 giugno 2011): solo così si può toccare il cuore. Applicata alla vita concreta di una parrocchia, questa indicazione – se ci si pensa bene – ha in sé qualcosa di rivoluzionario. Ciò naturalmente non impedisce, anzi, che a livello parrocchiale o zonale o diocesano, ci siano delle esperienze forti di annuncio. È il momento che associazioni e movimenti, riscoprendo ciascuno la propria valenza iniziatica, si innestino in una pastorale integrata, che sia di compagnia alle solitudini di oggi e rilanci in concreto la missione sul territorio. Si parla oggi di una crisi che avrebbe colpito la missione ad extra: forse il modo concreto per rispondervi, è rilanciarla anzitutto ad intra. Tanto più che fratelli africani, asiatici, latino-americani sono tra noi. Chi ci impedisce di concepire e promuovere in maniera alta, plastica, vivace la vita pastorale delle parrocchie? Forse la scarsità di sacerdoti? La rinnovata vivacità delle parrocchie è grembo di vocazioni sacerdotali, così come le aggregazioni ecclesiali. Ma ricordiamo: la vitalità non è la forza organizzativa, è piuttosto calore di fede, intensità di preghiera, amore fraterno".

Riguardo al Concilio il cardinale ha detto: "C'è tuttavia una seconda via cui vogliamo accennare, comprensiva della precedente, ed è quella suggerita dal 50° anniversario dell'Apertura del Concilio Vaticano II, evento che si è posto in dialogo con l'uomo di oggi. Anzi, si è in un certo modo identificato con le sue ansie e le sue paure, oltre che con le sue speranze e le sue gioie (cfr GS n.1). Quanto prima detto è già un modo per riaprire le nostre comunità ecclesiali al Vaticano II, dato troppo spesso per acquisito, mentre in realtà resta da leggere; in ogni caso rileggere, meditando e amando ciò che lì vi è scritto, in particolare sul mistero di Cristo e della Chiesa e sulla vocazione di ogni persona (cfr Benedetto XVI, Videomessaggio alla Chiesa di Francia, 26 marzo 2012). In particolare è il volto interiore della Chiesa quello che dobbiamo coltivare con ogni premura e amore, assecondando e non ostacolando in nessun modo quel movimento di riforma a cui Papa Benedetto è impegnato con tutta la sua persuasiva e delicata intraprendenza. La discreta distanza che ormai ci separa da quell'evento conciliare – e anche dallo spirito, genuino ma apocrifo, del '68 – ci può consentire una serena valutazione di ciò che ha rappresentato nelle nostre Chiese. Quanta vita di fede espressa fino ad allora dal popolo di Dio è stata messa come tra parentesi anziché essere ripensata con strumenti idonei, rielaborata, rimotivata, rilanciata? E quanto dell'antica, solida fede del popolo cristiano, siamo così riusciti a traslitterare nel nuovo linguaggio ispirato al Concilio? Naturalmente non c'è ombra polemica in queste domande (cfr Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Dottrina della Fede, 27 gennaio 2012). Siamo tutti figli grati del Vaticano II, e in particolare desidero con voi riconoscere che la grandissima parte dei nostri confratelli Sacerdoti si è mossa con saggezza e misura. È straordinario, letteralmente straordinario, ciò che si è fatto per rinnovare la catechesi in Italia. Ciò nonostante, persiste un pronunciato analfabetismo catechistico (cfr Benedetto XVI, Incontro con i Parroci di Roma, 23 febbraio 2012). Certo, le persone apprendono e dimenticano. Ma è su quel secondo verbo che si dovrà operare per dare risposte adeguate, in un tempo nel quale più che in altri è chiesto di dar ragione della nostra fede (cfr 1 Pt 3,15). Il Papa annotava: «Perciò Anno della fede, Anno del Concilio – per essere molto pratico – sono collegati imprescindibilmente. Rinnoveremo il Concilio solo rinnovando il contenuto – condensato poi di nuovo – del Catechismo della Chiesa cattolica» (ib). In ogni caso, ci accostiamo al giubileo conciliare con il passo consapevole di chi vuol far memoria di una stagione straordinaria della vita di Chiesa. Diciamo meglio: di chi vuol riconoscersi, incrementandola, nella risposta ad una domanda d'amore che il Signore ha rivolto alla sua Chiesa tramite il Concilio Vaticano II, vero transitus Domini, come amava dire il Cardinale Poma, Presidente di questa Conferenza che, con gratitudine e ammirazione, ricordiamo a ridosso dell'anno centenario della sua nascita. Ci rammarichiamo che qualcuno, magari per semplice anticonformismo, si possa distaccare dall'insegnamento conciliare, e lo faccia ostentatamente, quasi a provocare una reazione. Ebbene, se è dai Vescovi che questa è attesa, noi non possiamo non dire che il Vaticano II è «un autentico dono di Dio» (Benedetto XVI, ib), dal quale certo non intendiamo staccarci. Con l'intenso afflato pastorale che in esso si respira, intendiamo in questi frangenti metterci a fianco dei nostri concittadini e, se anche non fosse possibile convincerli su Gesù Cristo e la Chiesa, essere loro almeno solidali ed amici".

Che poi il presidente della Cei abbia difeso o no il governo Monti, abbia parlato dell'antipolitica e della crisi economica, abbia ricordato l'emergenza drammatica del lavoro, abbia invocato il rinnovamento della politica e dei partiti è cosa sacrosanta e tutta vera, ma bisognava aggiungere che l'arcivescovo Bagnasco ha trattato anche temi ecclesiali interessati, sui quali non si doveva stendere il velo impietoso del silenzio, come purtroppo la maggioranza dei commentatori ha fatto. Ufficio comunicazioni sociali23 maggio 2012

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