Il 27 e 28 luglio si celebrano le Feste patronali a Trivento | Diocesi di Trivento

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Il 27 e 28 luglio si celebrano le Feste patronali a Trivento

Il 27 e 28 luglio si celebrano le Feste patronali a Trivento

Per antichissima ricorrenza, a Trivento, I festeggiamenti dedicati ai Santi Patroni Nazario, Celso e Vittore nel mese di luglio iniziano fin dal 19 con la Novena, proseguono il 27, la mattina, con il tradizionale mercato di merci varie, lungo la strada rotabile che dall'ingresso del paese conduce a piazza Fontana, e (una volta) si teneva anche un'affollata fiera di bestiame; la sera del 27 il Vescovo presiede le funzioni religiose con l’esposizione delle Sacre Reliquie dei Santi Martiri milanesi portate a Trivento, secondo la tradizione orale, dal vescovo Ferdinando nel lontano 394 d. C.

Il giorno 28 nella mattinata ci sono due Sante Messe: alle ore 8.00 e alle ore 11.00. Nel pomeriggio c’è la Santa Messa concelebrata presieduta del vescovo Domenico e subito dopo esce la solenne processione, durante la quale vengono portati i preziosi busti d’argento dei santi Patroni per le strade adornate della città.

La sera, in piazza Cattedrale, c’è il concerto bandistico di un’affermata banda musicale, che riscuote sempre il plauso del pubblico appassionato, che vi accorre ogni volta competente e numeroso.
Ai Santi Martiri Nazario, Celso e Vittore è dedicata la Cattedrale di Trivento, antico e sacro duomo, risalente al 1076 e consacrata dal vescovo Alfonso Mariconda il 20 gennaio del 1726 e fu lo stesso vescovo a lasciare i ducati necessari per la realizzazione dei busti argentei dei Santi Patroni.

Secondo un’ininterrotta tradizione sappiamo che Nazario, da giovanetto, conobbe l’Apostolo Pietro e da lui imparò ad amare Gesù Cristo e ne fu letteralmente affascinato tanto che, seguendo l’esempio degli Apostoli, cominciò a percorrere le vie del mondo per annunciare Cristo crocefisso per nostro amore e risorto per renderci figli di Dio, unica sorgente di salvezza per l’umanità. Decisione eroica: sapeva bene che doveva affrontare difficoltà, persecuzioni, incomprensioni d’ogni tipo, esporsi continuamente al martirio perché a quei tempi era legge dell’Impero di Roma: “Christianos esse non licet” (non è lecito essere cristiani). Praticare e tanto più predicare il vangelo era ritenuto delitto di lesa maestà. Ricolmo dell’amore di Cristo, convinto che il Vangelo è l’unica fonte della gioia e della speranza, non si lasciò intimidire, e con l’apostolo Paolo poteva ripetere: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono persuaso, infatti, che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Rom. 8,35. 37-39).

Grande era l’entusiasmo con cui annunciava il Vangelo, travolgente era la forza della sua testimonianza. Non ci fa meraviglia che molti aderivano alla professione di fede, nonostante il pericolo di subire un cruento martirio. La liturgia ambrosiana esalta Nazario con i gloriosi titoli di “martire e coapostolo”.

Fra i suoi discepoli si distinse il giovanetto Celso il quale si sentì totalmente attratto dallo stesso ideale di annunciare e testimoniare il Vangelo da diventare collaboratore fedele nella vita, nella predicazione e nel martirio glorioso.

“Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra Fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è figlio di Dio?”
E’ per questa fede, operante nella carità, che i due eroici testimoni del Vangelo divennero catechisti itineranti di città in città, di villaggio in villaggio.

Vittore, l’intrepido Pontefice d’origine africana, tredicesimo successore di Pietro nella sede di Roma, negli anni 186/197, fu il vigile custode della dottrina e della prassi liturgica, minacciata da eretici e anche da Vescovi riottosi. Fu lui a decidere che la Pasqua fosse celebrata di domenica, il giorno della risurrezione, e non il 14 di Nisan, anniversario della crocifissione del Signore, com’era raticato in alcune Chiese dell’Oriente. Celebrare la sua memoria serve ai ricordarci la centralità della Domenica, celebrazione della Pasqua settimanale.

La celebrazione della Festa patronale deve essere di stimolo e sprone
per ciascuno di noi a testimoniare il Vangelo con più amore e a vivere la domenica come giorno del Signore risorto, giorno nel quale sentiamo la necessità vitale di nutrirci del Pane della Parola e del Pane del Corpo e Sangue di Gesù Cristo per ricevere l’energia soprannaturale che ci rende capaci di vivere da cristiani autentici.

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Ufficio comunicazioni socialiTrivento, 19 luglio 2013

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