I funerali di Francesco Sceppacerca | Diocesi di Trivento

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I funerali di Francesco Sceppacerca

I funerali di Francesco Sceppacerca

Si sono celebrati in Cattedrale martedì 26 novembre i funerali di Francesco Sceppacerca.

Ha presieduto la concelebrazione S. Eminenza il signor Cardinale Ennio Antonelli, che nella sua bella e commossa omelia ha commentato i testi liturgici e ha raccontato con accenti commossi la lunga e laboriosa vita del caro papà di mons. Sceppacerca. Oltre al nostro Vescovo Claudio hanno concelebrato molti altri sacerdoti diocesani e no.

Al termine della Santa Messa il Vescovo Claudio, dopo aver letta una lettera di cortese partecipazione dei superiori e degli ufficiali della Congregazione per le cause dei Santi, ha rivolto un fraterno pensiero di conforto al dolore dei figli del signor Francesco; mentre don Antonio Mascia ha letto un attestato di ringraziamento da parte di don Angelo.

Al confratello don Angelo, a Nicola ed Enrica le più vive e sentite condoglianze, con l'assicurazione di ricordare nella preghiera i loro cari genitori Maria e Francesco.


Omelia durante la Messa esequiale per Francesco Sceppacerca

Siamo qui per accompagnare Francesco con la nostra preghiera piena di fede e di affetto all'incontro definitivo con Dio.
Ringraziamo innanzitutto il Signore per la lunga vita che gli ha concesso, intessuta di affetti familiari e di lavoro, di gioie e di sofferenze.

Francesco ha ricevuto come primo e preziosissimo dono una santa donna, la moglie Maria: donna di straordinaria bontà e saggezza cristiana, presenza rispettosa, gentile e premurosa accanto a lui, presenza fedele e duratura, anche dopo la morte di lei, dato che era sempre nel pensiero di lui e spesso anche nella parola. È bello che anche nella bara gli sia stata posta tra le mani la foto di lei, insieme al crocifisso, al vangelo e al rosario, in modo che possa continuare a stringerla al cuore. Viene da ricordare la parola rivolta dalla sposa allo sposo nel meraviglioso poemetto biblico, Cantico dei Cantici: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore, perché forte come la morte è l'amore" (Ct 8,6).

Francesco ha avuto tre figli, intelligenti, buoni e devoti; impegnati e responsabili, attenti e sempre vicini ai genitori, nonostante le distanze geografiche: don Angelo a Roma, Nicola a Milano, Enrica a Rossano Calabro. Personalmente ho avuto modo di constatare specialmente la fitta rete di relazioni e contatti, tessuta continuamente intorno ai genitori e alle loro necessità da don Angelo: telefonate frequentissime, brevi messaggi audio e video, viaggi settimanali di andata e ritorno.

Francesco ha avuto una vita laboriosa da ragazzo fino all'età avanzata e ha amato il lavoro. Essendo muratore, ha provveduto a fornire la famiglia di decorosa abitazione, costruendo una casa e restaurandone un'altra. Più tardi, da pensionato, ha acquistato un terreno e vi ha piantato una vigna con viti, ulivi e ortaggi, coltivandola con passione.

Dopo la fatica del lavoro, Francesco ha attraversato un lungo periodo di malattia e sofferenza: una prova dolorosa, che però ha maturato e affinato la sua personalità, rendendolo mite e umile di cuore, come secondo il vangelo sono chiamati ad essere i seguaci di Gesù.

In riferimento alla malattia, ringraziamo immensamente Dio per l'assistenza che Francesco ha avuto negli ultimi cinque anni al Residence per anziani "Punta Paradiso" da parte del personale, professionalmente assai competente e soprattutto animato da grande carità cristiana, gioiosa e pronta al servizio e al sacrificio.

La scelta delle letture bibliche, che sono state proclamate, mi è stata suggerita dall'ultima testimonianza di fede di Francesco. L'infermiera Valentina, vedendolo prossimo alla morte, gli ha chiesto: "Zio Francesco, salutami Maria, quando la vedrai". Francesco, illuminandosi in volto, gli ha fatto cenno con la testa che sì, l'avrebbe salutata. Questa è stata la sua ultima espressione consapevole: parola eloquente, anche se non pronunciata con le labbra. Parola che diceva amicizia e gratitudine a Valentina, intenso affetto per la moglie Maria, soprattutto fede certa nell'altra vita dopo la morte, presso il Signore: di nuovo tutti insieme con i propri cari nella gioiosa comunione dei santi.

La prima lettura, dato che Francesco ha avuto molto a cuore la sua famiglia e la sua casa, afferma con un testo di san Paolo la fede cristiana in una famiglia più grande e in una casa più bella, non costruita dalle mani dell'uomo ma da quelle del Signore, la casa che dura per sempre. "Fratelli, sappiamo che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceeremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli… Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore".

Il salmo responsoriale è un canto di sicura speranza nell'amore onnipotente di Dio, che ci dona la vita per sempre; canto di fiducia sintetizzato nel ritornello: "In te spero, Signore, Dio dei viventi".
Nel vangelo Gesù ha ripetuto con insistenza per noi la sua grande promessa: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda… Questo è il pane disceso dal cielo… Chi mangia questo pane vivrà in eterno".

Francesco ha mangiato questo pane molte volte nella comunione eucaristica, in tutte le Messe alle quali poteva partecipare. Anche noi lo riceveremo tra poco. "O Sacro convito, in cui Cristo è nostro cibo. Si perpetua il memoriale della sua Pasqua. L'anima nostra è ricolma di grazia e a noi viene dato il pegno della gloria futura". Anche se il nostro sguardo fisico non può vederli, ci sentiamo riuniti nella fede con Francesco e Maria, insieme presso il Signore con la moltitudine dei Santi del cielo. Poi riprenderemo con fiducia e ferma speranza il nostro cammino verso la meta che attende anche noi.


Ringraziamento alle esequie

Il desiderio di racchiudere i sentimenti e le emozioni al termine del rito sacro delle esequie di papà Francesco, porta ad una sola parola: gratitudine.

Un grande, convinto, commosso GRAZIE per questo papà che nei suoi anni, nella vita di famiglia e nel lavoro, soprattutto nel lungo tempo della malattia, è cresciuto, maturato e ora è lui stesso frutto maturo per il Regno dei Cieli.

Grazie Signore, per ogni giorno della sua vita.

Grazie a quanti, soprattutto negli ultimi anni, ne hanno avuto cura, lo hanno assistito premurosamente, aggiungendo grandi porzioni di affetto e cura nei particolari.
Il Signore ne conosce i nomi, uno ad uno, ma li conosciamo anche noi familiari e per ognuno abbiamo commossa riconoscenza, ben al di là del solo dovere professionale: i medici (Giovanni e Rosaria su tutti), le tre infermiere (Valentina, Teresa e Maria Teresa), gli operatori e il personale tutto, i compagni del tempo dell'età matura vissuta insieme, una poltrona accanto all'altra, una sedia a rotelle dopo l'altra, in fila per il pasto, coi ricordi di giorni scolpiti più nella carne che nella memoria.

Anche la vita di fede è cresciuta in questi anni; non c'era pasto che non iniziasse – ad alta voce – con la preghiera. Non c'era settimana senza la Santa Messa. Grazie ai sacerdoti che non hanno fatto mancare la loro cura pastorale.

La parola "grazie" è anche quella più pronunciata in questi anni, reciprocamente, per un servizio o per una richiesta. Che bella scuola di umanità! Davvero quella casa merita il nome di "Punta Paradiso".

La parola del Signore e il commento del pastore sono state eloquenti e adeguate; anch'esse sono un profondo ringraziamento al Signore della vita che va oltre la vita.

Quando riuscivo a portare papà in macchina qui a Trivento, la sosta di sempre era qui in Cattedrale. Spingevo la carrozzina fino all'altare dell'Addolorata. Era lì che voleva andare a raccogliersi in preghiera. Da poco sposi, papà e mamma, con la bellezza di una povertà di beni e una ricchezza di sentimenti e progetti per la vita, seppero che la statua della Madonna Addolorata aveva bisogno di una nuova veste. La offrirono loro, coi primi e pochi sudati risparmi. Un matrimonio bello di 62 anni, una tenerezza reciproca fino all'ultimo giorno, sempre sotto lo sguardo della Madre del Dolore, amatissima da tutti i Triventini, perché icona vivente del dolore più grande e dell'amore infinito.

Ufficio comunicazioni socialiDiocesi di Trivento, 27 novembre 2019

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