Il Cardinale Antonio Carafa: un montefalconese tra i Grandi della Chiesa del 500. Un libro di Don Erminio Gallo | Diocesi di Trivento

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Il Cardinale Antonio Carafa: un montefalconese tra i Grandi della Chiesa del 500. Un libro di Don Erminio Gallo

Il Cardinale Antonio Carafa:  un montefalconese tra i Grandi della Chiesa del 500. Un libro di Don Erminio Gallo

Il Canonico Don Erminio Gallo, dopo aver analizzato la vicenda del Cardinal Antonio Carafa, nativo di Montefalcone del Sannio, come presule responsabile della Sacra Congregazione del Concilio, approfondisce, in questo nuovo volume degli Analecta Ecclesiae Triventinae, l'intera vicenda storica di questo illustre personaggio nativo della Diocesi di Trivento, attraverso una certosina ricerca di tutte le fonti di archivio disponibili, collocandola all'interno del filone storico critico del suo secolo, con il saggio dal titolo "Il Cardinale Antonio Carafa e il suo secolo", con la presentazione di S.E.R. Mons. Claudio Palumbo, Vescovo di Trivento.

Come sottolineato da S.E.R. Mons. Claudio Palumbo, "don Gallo vuole presentare il Carafa, oltre che come eminente porporato, prima di tutto come uomo di fede, formato in una famiglia profondamente credente..., quindi come uomo di cultura e di premuroso e autentico riformatore della Chiesa post tridentina, che amò sinceramente e servì in costante povertà ed umiltà di vita". Don Erminio Gallo analizza in cinque capitoli tutta la produzione letteraria del Cardinale, che illustrano la genuinità reale della Riforma della Chiesa voluta dal Concilio di Trento, per impulso dei papi Pio V (1566-1572), Gregorio XIII (1572-1585) e Sisto V (1585-1590).

Il Cardinal Antonio Carafa è uno dei porporati più illustri del 1500, congiunto di Paolo IV, profondo conoscitore del greco e del latino, creato Cardinale da Pio V nel 1568, dignità di cui si rivelò sempre all'altezza, contemporaneo di grandi figure di santi, di sapienti e di dotte personalità ecclesiastiche di quel periodo di grande fioritura spirituale nella Chiesa post tridentina. L'opera di Don Erminio Gallo analizza nei primi due capitoli la vita del porporato nel suo tempo e inserito nel suo tempo, e nei restanti cinque tutta la sua produzione letteraria ed epistolare ecclesiale con i vescovi, i cardinali e i religiosi e quindi anche i rapporti con i "grandi" ecclesiastici del suo tempo, oltre a riportare alla luce figure e personaggi oggi dimenticati dal filone storiografico, sulla base di quanto presente nei codici Barberiniani della Biblioteca Apostolica Vaticana, cosa che consente di inquadrare il prelato nel filone riformatore post tridentino della Chiesa Cattolica evidenziandone l'attività riformatrice. Ne emerge, dal complesso, una figura che non teme di esprimere il suo pensiero, che vive una vita semplice e sobria, lontano dagli sfarzi e dagli onori che i suoi confratelli ricercavano in quel tempo.

Antonio Carafa, vita di un illustre molisano dimenticato.


Primi passi a Roma

Antonio Carafa nasce a Montefalcone del Sannio il 25 marzo 1538 dal feudatario Rinaldo Carafa, che governava tale feudo, e da Giovanella Carafa, sua seconda moglie, che glielo aveva portato in dote, nel palazzo Carafa ivi presente, il castello ducale di Montefalcone.
L'ambiente familiare in cui visse dopo la nascita, a Napoli, era profondamente religioso, e la madre curò la sua formazione spirituale.

La fortuna ecclesiastica del Carafa si deve allo zio, il Cardinal Gian Pietro Carafa, eletto papa il 23 maggio 1555, che subito si circondò dei suoi nipoti, Carlo, creato cardinale e messo a capo degli affari politici, Giovanni, creato capitano generale della Chiesa, Antonio creato comandante della guardia leonina, mentre il figlio Alfonso, inviato all'età di 9 anni alla corte di Gian Pietro Carafa, si preparava al cardinalato. Così all'età di 17 anni toccò anche ad Antonio Carafa, cugino di Alfonso, recarsi alla corte di Paolo IV (1555). Insieme con il cugino iniziò a svolgere per Paolo IV il ruolo di cuncubilario-segretario fino al 1558, quando viene creato Coppiere di Sua Santità, un ruolo importante tra i Camerieri Segreti partecipanti, anche se la situazione economica non era delle migliori.

Dopo che il Papa in gennaio-marzo epurò tutti i suoi familiari rei di condotta disdicevole, Il 24 aprile 1559, Antonio fu promosso Canonico di San Pietro, con una sua rendita, grazie al cugino Alfonso, Cardinale di Napoli, e nel mese di maggio veniva ordinato diacono, sotto la formazione umanistica del protonotario apostolico Guglielmo Sirleto.


La persecuzione di Pio IV

Morto papa Paolo IV il 18 agosto 1559, nelle cui carte segrete figurava la volontà del pontefice di crearlo Cardinale, Antonio, per il clima ostile creatosi verso casa Carafa, fu costretto a lasciare Roma, recandosi prima a Montefalcone del Sannio, quindi a Napoli.

Il 26 dicembre 1559, Gian Angelo dei Medici veniva eletto papa con il nome di Pio IV, e per Antonio le cose si fecero durissime, perché il Papa pretese la restituzione da parte dei Carafa dei benefici per lui estorti al vecchio pontefice. Fatti imprigionare i Carafa il 7 giugno del 1560, nel concistoro del 3 marzo 1561 furono condannati a morte il cardinal Carlo Carafa, Giovanni Carafa e Leonardo di Cardine. Il 2 aprile il Cardinale Alfonso Carafa di Napoli veniva liberato da Castel Sant'Angelo. Antonio fu convocato da Pio IV il 6 gennaio 1561 per essere interrogato, ma non avendo avuto parte attiva al governo pontificio sotto Paolo IV, fu rimandato a casa, privato del canonicato e nel marzo irretito da censure ecclesiastiche. Fu grazie all'opera del riabilitato cugino, che teneva a lui più di un fratello, il Cardinale Alfonso Carafa di Napoli, che, rientrato nel concistoro nell'ottobre 1561, davanti a Pio IV si spese per lui in ogni occasione opportuna e inopportuna, che il papa a fine giugno del 1562 tolse ad Antonio ogni interdetto.

In questo periodo viaggia tra Montefalcone, Napoli, e vive soprattutto a Padova dove si dedica agli studi ecclesiastici con numerose traduzioni della Scrittura e delle opere dei Padri Greci e Latini e si iscrive a giurisprudenza. A fine agosto 1564 Antonio, per le azioni dei suoi nemici, è costretto a dover lasciare Padova e tornare a Montefalcone nel Sannio per la sua sicurezza. Prese dimora a San Bernardino di Montefalcone, un piccolo eremo francescano, nella periferia, dove si dedicò alle traduzioni, soprattutto a quelle dei commenti sul Pentateuco.

Intanto, il 29 agosto 1565 muore improvvisamente il cugino Alfonso, ma il suo amico e maestro Guglielmo Sirleto viene creato cardinale il 15 maggio 1565, per cui Antonio non si ritrova solo. E' grazie al Sirleto che Mario Carafa succede come arcivescovo di Napoli ad Alfonso. Tuttavia, la sera del 9 dicembre 1565 muore anche Pio IV, il persecutore di casa Carafa, e si riaccendono le speranze per Antonio, in quanto il nuovo papa, Pio V, eletto il 7 gennaio 1566, si mostrò benevolo verso di lui, che da Montefalcone, in quello stesso anno, lo convoca a Roma, nominandolo alla fine di gennaio Cameriere Segreto.

Nonostante l'opposizione di francesi e spagnoli, che impedirono la sua nomina ad Arcivescovo di Napoli, e dopo essere sfuggito ad un attentato a Roma, si concludeva il processo di revisione voluto da Pio V il 29 maggio 1566 con la sentenza di assoluzione piena per Antonio in merito al furto dei beni ecclesiastici perpetrato a danno di papa Carafa, e di conseguenza viene reintegrato nel Canonicato di San Pietro. Riprende gli studi interrotti, e il 23 ottobre 1566 consegue la laurea in diritto canonico e civile. Quindi Pio V lo crea Cardinale Diacono con il titolo di S. Eusebio il 24 marzo 1568 e insediato il 5 aprile 1568, la vigilia del suo trentesimo compleanno.


Cardinale Diacono di Sant'Eusebio.

Nel 1577 vi è notizia della visita del Cardinal Carafa alla Sede Vescovile di Trivento, desunta da una lettera del Marchese di Bucchianico dell'11 marzo 1577.

Conserverà l'incarico di Cardinale Diacono fino al 21 dicembre 1583, assistendo il papa, con tale ruolo, nelle Messe Pontificali, e concretamente combatte gli eccessi liturgici dell'epoca, dando grande attenzione al culto e alla liturgia. Opera sua la traslazione delle reliquie di San Giovanni Crisostomo in Vaticano e la consacrazione dell'altare a lui dedicato, la sistemazione della pietà di Michelangelo in un luogo più appropriato per la venerazione dei fedeli, la revisione del breviario dell'epoca e  l'impegno per l'evangelizzazione, contribuendo alla creazione di due congregazioni per l'evangelizzazione dei popoli, una per i paesi eretici del nord Europa, l'altra per lo sviluppo della fede nelle indie occidentali ed orientali, embrioni di Propaganda Fide e delle Pontificie Opere Missionarie, di cui fece parte come codirigente.

Nel 1568 fa parte della Commissione per la Revisione del Messale Romano, che vedrà la luce con il nuovo Messale di Pio V, nominato membro della Sacra Congregazione del Concilio, di cui il papa amplia i poteri su tutte le questioni delle Diocesi di tutta la Chiesa Universale, dando la facoltà diretta di controllare l'applicazione e l'attuazione in tutte le Chiese locali i decreti del Concilio di Trento.

Nel 1569 Antonio Carafa è anche nominato Prefetto della Segnatura di Grazia, e membro della Commissione per la Redazione della Nuova Vulgata Latina, per fissare il nuovo testo canonico ufficiale della Sacra Scrittura per la Chiesa Cattolica, oltre che nella Commissione per l'emendazione giuridica del Codice di Graziano, per la revisione del Diritto Ecclesiastico.

Nonostante alcuni problemi di salute nel 1570, diviene cardinale protettore della Congregazione dei Monaci Olivetani. Nel 1571 per cure si trasferisce a Napoli, nel monastero degli Olivetani, e rientrò a Roma in ottobre. Negli anni seguenti fu costretto a trascorrere diversi periodi di riposo a Subiaco, Caprarola, Sant'Angelo a Scala.

Dopo la morte di Pio V, avvenuta il 1 maggio 1572, succede al soglio pontificio Gregorio XIII il 13 maggio 1572, che il 10 giugno 1573, istituendo la Congregazione dei Greci, per le Chiese orientali Cattoliche e i Monaci basiliani, chiama il Carafa a collaborare anche in questa congregazione, per la riforma soprattutto di questo ordine religioso.


Alla Sacra Congregazione del Concilio, protettore dei domenicani, direttore della biblioteca Apostolica Vaticana.

L'8 novembre 1573 il Cardinal Carafa lasciava il titolo di S. Eusebio per assumere quello di Santa Maria a Cosmedin. Tra il 1573 e il 1574 fa parte di una Commissione Cardinalizia per la Riforma del Cerimoniale.
Nell'aprile del 1580, fino alla sua morte, il Cardinal Antonio Carafa assume la Presidenza della Sacra Congregazione cardinalizia interprete del Concilio Tridentino, con poteri ampliati, oltre all'attualizzazione disciplinare dei decreti conciliari anche per dirimere tutte le questioni e contenziosi e interpretare le sentenze conciliari. Compito arduo e difficile che il Carafa, come sempre per tutti gli altri incarichi, eseguì sempre in modo puntuale e preciso, in quanto vero esperto e studioso di tutta la materia.

Dall'8 novembre 1577 fino 1583 diviene Cardinale Protodiacono titolare di Santa Maria in Via Lata, e fa costruire, tra il 1578 e il 1580, nell'agro di Frascati, l'attuale Villa Grazioli. Nel 1580 è autore di testi della dottrina cattolica in Arabo, Caldeo e Armeno, destinati a quelle popolazioni, e diviene cardinale protettore della Chiesa Caldea e dei Maroniti. Fa istituire a Papa Gregorio XIII il 24 febbraio 1584 il Collegio Maronita in Roma per la formazione degli studenti di questo rito religioso, sostenuto economicamente dal Cardinale, promulgandone l'11 marzo 1854 le Costituzioni, e la costruzione fu portata a termine nel 1588, sempre con soldi dello stesso Cardinale.
Iniziò, per volontà del papa, la raccolta dei Decreti dei Concili tenuti nella storia, opera portata a termine dal cardinal Federico Borromeo, e del Martirologio Romano.

Dal 1582 divenne anche protettore dell'ordine dei frati predicatori domenicani, mentre nel 1583 procede nel lavoro della revisione della Bibbia dei LXX e il 12 dicembre 1583 viene traslato dal titolo di Santa Maria Lata di nuovo a Sant'Eusebio, e il 21 dicembre dello stesso anno viene ordinato presbitero nella Chiesa di San Silvestro al Quirinale dal Cardinal Giulio Antonio Santori, suo amico stretto.

Morto Gregorio XIII il 10 aprile 1585, e salito al soglio pontificio Sisto V il 24 aprile, nonostante alcune divergenze con il pontefice, soprattutto per questioni di nepotismo, a cui il Cardinal Carafa era fieramente avverso, Antonio fece sempre parte della sua cerchia ristretta.

Il 1 maggio 1585 il Carafa viene nominato da Sisto V in una commissione cardinalizia speciale per la repressione del banditismo, e nel maggio del 1568 risolve il problema dei "clerici vagantes" religiosi con un apposito decreto di congregazione.

Morto il Cardinal Guglielmo Sirleto il 6 ottobre 1585, il Cardinal Carafa gli succede nella direzione della Biblioteca Apostolica Vaticana il 15. In questa veste non riuscì a portare a termine un'edizione greca e latina della Biblioteca di Fozio, a causa dell'intervenuta morte. Donò alla biblioteca Apostolica Vaticana tutta la sua collezione, abbastanza ampia, dei suoi manoscritti e volumi Greci e Latini, molti di essi base della versione di Sisto V della Bibbia. Intanto, nel 1586, lo vediamo impegnato ad aiutare Sisto V nella risoluzione delle controversie tra i Gesuiti e il Re di Spagna, e nell'analisi delle costituzioni di quest'ordine, che presentavano alcune criticità, e aiutò l'ordine in questa controversia.


La Revisione della Bibbia dei LXX e della Vulgata Latina

Nel 1578 viene messo a capo per l'edizione nuova di revisione dei LXX di Sisto V, lavoro finito nel 1586 e pubblicato nel 1587, con la prefazione di una lettera del Cardinal Carafa al Papa, con la successiva edizione del testo latino della stessa nel 1588. Entusiasmato dall'opera, il Papa incaricò il Carafa di procedere ad una edizione rivista di tutta la Bibbia, compreso il Nuovo Testamento, mettendolo a capo della Commissione Relativa, e nel novembre 1588 il Cardinale, dopo un lavoro filologico minuzioso e avvalendosi di codici nuovi, come quello del Codice dei Monaci del Monte Amiata, presentò il lavoro completo a Sisto V. Il papa il 16 novembre si dichiarò insoddisfatto del lavoro, ed ebbe diverse discussioni aspre con il nostro presule, e si fece inviare tutto il materiale, e seguì la redazione finale con Francesco di Toledo e Angelo Rocca, apportando le correzioni da lui ritenute necessarie, e pubblicando il tutto il 2 maggio 1590. L'intervento fu peggiorativo rispetto all'opera del Carafa: suscitò numerose critiche, anche tra i collaboratori del papa, a causa delle scelte testuali infelici e moti errori di stampa, e con versetti che spiegabilmente non apparivano più nel testo. Il Carafa, senza timore, espresse decisamente al pontefice tutte queste rimostranze, sottolineando ccon franchezza come "anche un Papa per ciò che riguarda la Sacra Scrittura non si deve permettere di aggiungere, di omettere, di cambiare". Ovviamente il Papa si arrabbiò, e lo minacciò di mandarlo davanti all'inquisizione, ma dovette ammettere a denti stretti che il Carafa aveva ragione, in quanto tutti cardinali della commissione biblica e i membri dell'indice erano tutti d'accordo con il Cardinale. Nella riforma della Curia di Sisto V con la Costituzione "Immensa Aeterni" alla Congregazione del Concilio furono nuovamente ampliati i poteri, dando il diritto di interpretare nei casi dubbi le disposizioni del Tridentino in materia di riforma dei costumi, mutamenti giuridici, tribunali ecclesiastici; la vigilanza sulla celebrazione dei Concili Provinciali ogni tre anni e quelli diocesani ogni anno; lavisione delle relazioni sulle Visite ad Limina Apostolorum dei Patriarchi, dei Primati, degli Arcivescovi e dei Vescovi Diocesani; dare indicazioni morali per la riforma morale per l'applicazione del Concilio, norme per i seminari e la loro erezione, sulla convocazione dei Sinodi Diocesani e Provinciali, sulla repressione degli abusi, il convito di convocare per la Visita Apostolica i singoli Vescovi diocesani. Il Carafa, in quanto coordinatore, eseguì con la consueta precisione e sommo zelo questi nuovi compiti in modo assolutamente impeccabile. Inoltre, fu inserito anche nella Commissione per la sorveglianza della Tipografia di Stato Vaticana dove si pubblicavano tutte le importanti opere religiose.


Gli ultimi anni e la morte

Altre divergenze sorsero nel 1590 tra il Carafa e Papa Sisto V sulla successione al trono di Francia, defunto Enrico III, in cui il papa appoggiava le rivendicazioni spagnole.

Nello stesso anno interveniva in qualità di Cardinale Protettore per la successione del Generale dell'Odine Olivetano.

Nello stesso anno, per ordine di Sisto V, inizia la raccolta di Epistole e decretali pontificie per una collezione completa e accurata, e con grande zelo si mise all'opera, consultando non solo le fonti della Biblioteca Apostolica Vaticana ma anche il materiale degli antichi autori ecclesiastici e dei canoni conciliari. Dal gennaio del 1591, morto il Carafa, l'opera fu continuata da Antonio D'Aquino secondo le sue impostazioni e pubblicata all'inizio del pontificato di Clemente VIII, in tre volumi che abbracciano i primi 11 secoli di storia della Chiesa fino a Gregorio VII (1085).

Altra opera del Cardinale fu il restauro della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, di cui era titolare.

Morto Sisto V il 27 agosto 1590, il Cardinal Antonio Carafa prese parte al penultimo Conclave il 7 settembre 1590, da cui, il 15 settembre, fu eletto Urbano VII, che però venne improvvisamente a mancare il 27 settembre successivo. Il 6 ottobre entrava per l'ultima volta in un Conclave, che si rivelò lunghissimo e durerà più di due mesi, da cui uscì Papa Gregorio XIV, che confermò il Carafa alla Sacra Congregazione del Concilio.

Alle prime luci del 13 gennaio 1591, il Cardinal Antonio Carafa moriva nella sua abitazione nel rione Sant'Eustachio a Roma, da vero uomo di Dio e della Chiesa. Fu sepolto, secondo sue volontà testamentarie, nella Chiesa di San Silvestro al Quirinale.

L'orazione funebre fu pronunziata davanti al Collegio Cardinalizio dal gesuita Francesco Benci, e anche Torquato Tasso gli dedicò un sonetto.

Tutte queste notizie, che si trovano nei primi 2 capitoli, sono corredate dall'autore del saggio da una mole considerevole di lettere, testimonianze documentarie, approfondimenti specifici, analisi minuziose, considerazioni storico critiche che consentono di ricostruire nel dettaglio i singoli aspetti esaminati illuminandoli e chiarendoli nel contempo.

Don Gallo riporta integralmente il testamento nella sua opera, in cui lascia erede universale il nipote, Fabrizio Carafa, Ferdinando Carafa dei beni a Napoli e Posillipo, ad Antonio Carafa i suio libri, al Collegio Maronita alcuni beni con obblighi, e gli scritti sul Concilio di Trento alla supervisione papale, nonché anche un lascto a Montefalcone nel Sannio, suo borgo natale.
Don Erminio Gallo, quindi, oltre ad approfondire i singoli punti della vita, passa anche a trattare in modo esautivo la genesi, le motivazioni, le istanze dell'opera apologetica su Papa Paolo IV, "Apologia alla Relatione fatta dal Navagerio alla Repubblica Veneta di Papa Polo IIII. E la vita dell'istesso Pontefice fatta dall'Antonio Cardinal Carafa originale di mano dell'istesso autore", composta di due parti, la prima apologetica di contestazione dell'opera storiografica fin qui prodotta sul pontefice, la seconda in cui approfondisce con dovizia di particolari la figura storica del Papa, riabilitandone la memoria storica e letteraria. Don Erminio riporta integralmente la trascrizione, preziosa ed antica, della seconda parte del manoscritto, riguardate la vita di Paolo IV, arricchita da note critiche.

La corrispondenza del Cardinal Carafa: una mole documentaria ricca ed impressionante.


La Corrispondenza con il Collegio cardinalizio.

Nella seconda parte del libro, il capitolo III si apre con l'analisi della corrispondenza tra il cardinal Carafa e i suoi confratelli cardinali, preceduta da una panoramica generale sui diversi membri del collegio cardinalizio dell'epoca. In questa documentazione si trova l'asserzione di Papa Pio V al Cardinal Savelli che solo 2 porporati vivevano "più poveri di tutti", in maniera frugale ed essenziale, i cardinali Giulio Antonio Santori e Antonio Carafa. Dagli scritti pubblicati emerge la massima fiducia che i porporati riponevano della figura del Cardinale, a cui si affidavano totalmente e amabilmente per la risoluzione delle piccole e grandi problematiche rappresentate, e che trovavano putuale riscontro. Singolare la missiva che viene riportata del Carafa al Cardinale Farnese del 3 agosto 1577, segnalando l'arciprete di Frascati come persona valente ed ottimo servitore di Dio, e la tesi che sono questi gli uomini che vanno promossi per il bene della Chiesa. Importante è anche il ricordo della grande amicizia tra il Carafa e il Cardinale Cesare Baronio, discepolo di san Filippo Neri, e la loro collaborazione nella stesura del martirologio romano e negli Annales Ecclesiastici, che il Cardinale ispirò di comporre all'oratoriano. Il Baronio, nello stendere il V volume degli Annales, mentre delineava la figura di Sant'Ilario di Poitiers, appresa la notizia della morte di Antonio Carafa, interrompendo la trattazione, inseriva qui il ricordo del Cardinal Carafa, di cui tutta la cristianità doveva essere rattristata per la sua perdita eminente ed autorevole di questo Principe della Chiesa, ricordando tutte le sue opere maggiori: la versione dei LXX, l'impostazione per la Vulgata, la raccolta dei Concili latini e greci, completata poi dal Cardinal Federico Borromeo, i tomi delle Epistolae Romanorum Pontificum.  Don Erminio quindi analizza la corrispondenza tra il Carafa e il Burali, vescovo di Piacenza e poi di Napoli, quella con il cardinale Guglielmo Sirleto, da cui emerge un particolare rapporto di amicizia, di consolazione, di sostegno e di consulto reciproco, con il cardinale Giulio Antonio Santori, con il cardinale San Carlo Borromeo.


La Corrispondenza con i Vescovi Italiani e i Nunzi Apostolici.

Quindi nel quarto capitolo Don Erminio Gallo analizza la corrispondenza tra il Carafa e i Vescovi italiani del nord, del centro e del sud Italia, da cui emergono puntuali e precisi interventi del nostro per correggere, guarire, rimediare, risolvere le varie situazioni e questioni ed abusi sottoposti dall'episcopato, anche in relazione a religiosi, chierici e persone specifiche. Un particolare paragrafo è riservato alla corrispondenza del Cardinale con i Vescovi d'Abruzzo e Molise: in modo particolare emerge la corrispondenza tra il Vescovo di Trivento, Giovanni Fabrizio Severino, e il Cardinale Antonio Carafa, in cui il presule tridentino invoca l'intervento del porporato per sventare le minacce del Cardinal Angelo Savelli, che già aveva infastidito il Vescovo Mattia Grifoni per costringerlo a far diventare questa Chiesa, da sempre immediatamente soggetta alla Santa Sede, suffraganea dell'Arcidiocesi di Benevento di cui era titolare (17 ottobre 1569). Quindi viene analizzata la corrispondenza tra il Carafa ed alcuni Nunzi Apostolici, ed un paragrafo speciale è riservato alla corrispondenza con l'arcivescovo di Trani, Scipione de La Tolfa, e della sua missione a Madrid, per la nomina di Vincenzo Carafa, fratello di Antonio, a reggente della Provincia di Capitanata, cosa che andò a buon fine con la susseguente promozione del de La Tolfa ad arcivescovo di Trani, e la singolare controversia tra il Frangipane e il de la Tolfa in merito alla giurisdizione territoriale sulla città di Barletta e sui chierici tra l'Arcidiocesi di Santa Maria di Nazareth (eretta a Nazareth in Palestina nel 1100 e trasferita con cattedrale omonima a Barletta nel 1445 dopo la conquista musulmana) e l'Arcidiocesi di Trani. E' riportata in seguito la corrispondenza con il Vescovo di Teano, Marincola, e con il Vescovo di Termoli, Ferrante, suo protetto.


La corrispondenza con l'arcivescovo di Napoli, Mario Carafa.

Nel quinto capitolo viene trattato il rapporto epistolare più importante del Cardinal Antonio Carafa, quello con l'Arcivescovo di Napoli Mario Carafa, legato a lui da vincoli di parentela, da cui emerge un rapporto fraterno molto stretto con vicendevole sostegno e mutuo aiuto nel governo della Chiesa e nelle vicissitudini sofferte in quel periodo particolare, compresa la questione spinosa della riforma dei canonici del Duomo, opera improba per ogni arcivescovo finora succedutosi sulla cattedra della chiesa di san Gennaro, risolta con la brillante mediazione del cardinale, nonostante il rapporto tra l'arcivescovo e il suo capitolo si rivelerà oltremodo turbolento per impuntature reciproche. Da segnalare nella lettera del 3 marzo 1576 dell'arcivescovo al Carafa la notizia della nomina a Canonico del Duomo di Napoli del giovane e valente Giulio Cesare Mariconda, che aveva ben impressionato per la sua predicazione e il suo servizio durante l'Anno Santo del 1575, che poi sarà Vescovo di Trivento dal 1582 al 1606. Altro problema discusso tra il Cardinale Antonio e l'Arcivescovo Mario nella loro corrispondenza è quello della riforma dei monasteri femminili partenopei, altro argomento spinosissimo, dovuto all'usanza inveterata che questi accoglievano figlie cadette della nobiltà senza alcuna vocazione, soprattutto per motivi economici.


La corrispondenza con gli ordini religiosi.

Nel capitolo VI, Don Erminio Gallo analizza l'attività del Carafa come protettore della congregazione dei Monaci Olivetani, analizzando la corrispondenza relativa, e tutta l'attività relativa in merito alle nomine dei generali, a provvisioni varie, alla revisione delle costituzioni, a indirizzi sulla vita religiosa, all'adozione dei testi liturgici interni ed interpretazioni specifiche della regola, a cause di singoli monaci, a questioni amministrative, giudiziarie e disciplinari. Un paragrafo particolare è dedicato alla corrispondenza del cardinale con il monaco olivetano Alessandro Archirota, uomo di grande cultura patristica soprattutto agostiniana.

Nel capitolo VII è presa in esame tutta l'attività del prelato verso gli altri ordini religiosi, analizzando la corrispondenza con i Gesuiti, ed in modo particolare con il Salmeron, amico della famiglia Carafa, e Pedro Ribadeneira, inviato in missione alla corte di Madrid ed in Spagna; con i frati Predicatori, di cui fu per un periodo protettore, dovendone presiedere due capitoli, nel 1583 e nel 1589, e procedere alla riforma dell'ordine domenicano a Napoli; con l'ordine dei Teatini, con cui ebbe rapporti estremamente cordiali, e di cui si fece propagatore di questa forma di vita religiosa; infine con esponenti per questioni particolari di gli tutti gli altri ordini religiosi, riportando riferimenti all'opera precedente di Don Gallo su "L'attività della Sacra Congregazione del Concilio in Abruzzo e Molise al tempo del Cardinal Antonio Carafa (1569-1590".

Segue infine una lunga appendice documentaria, con la pubblicazione integrale de "Apologia alla Relatione fatta dal Navagerio alla Repubblica  Veneta di Papa Polo IIII. E la vita dell'istesso Pontefice fatta dall'Antonio Cardinal Carafa originale di mano dell'istesso autore", il Testamento del Cardinale Antonio Carafa, il "Catalogum Librorum quos Antonius Cardinalis Carafa Bibliothecarius Apostolicus Bibliothecae Vaticanae il testamentum legavit", che contiene tutte le opere e gli studi del prelato in tutta la sua vita di ricerca e di lavoro.


Antonio Carafa, un molisano "Grande" Principe della Chiesa del 500.

In conclusione, Don Erminio Gallo, attraverso un certosino, lungo e crediamo molto minuzioso e dettagliato lavoro di ricerca archivistica, durato molti anni, ha consentito di riportare alla luce la persona e l'opera di un eccezionale protagonista della vita e della storia ecclesiastica del 1500, che ebbe un ruolo importante e decisivo nel suo secolo per l'intera Chiesa Cattolica, a cominciare dall'edizione della Volgata di Sisto V, testo miliare per la la storia della traduzione della Sacra Scrittura nella Chiesa Cattolica, e nel grande impegno di attuazione della Riforma del Concilio di Trento come responsabile della Sacra Congregazione del Concilio, nonché come eminente letterato ecclesiastico grecista e latinista, al pari dei grandi della sua epoca, nella trasmissione della tradizione patristica occidentale ed orientale, nonché come giurista e raccoglitore dei decreti di tutti i concili della Chiesa dalle origini all'anno 1100, che consentirono il riordino di tutto il diritto ecclesiastico. Una grande figura, nativa della nostra terra, che merita di essere conosciuta e cui bisogna ridare oggi il giusto risalto.

Don Francesco MartinoAgnone, 13 settembre 2021

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