Sono fragile: dunque spero! | Diocesi di Trivento

Editoriale

Sono fragile: dunque spero!

Per una volta non commentiamo, ma riportiamo il testo, la fonte. È la "Traccia di preparazione al Convegno ecclesiale di Verona: Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo". Fra i cinque ambiti della testimonianza cristiana, il terzo "è costituito dalle forme e dalle condizioni di esistenza in cui emerge la fragilità umana. La società tecnologica non la elimina; talvolta la mette ancor più alla prova, soprattutto tende a emarginarla o al più a risolverla come un problema cui applicare una tecnica appropriata. In tal modo viene nascosta la profondità di significato della debolezza e della vulnerabilità umane e se ne ignora sia il peso di sofferenza sia il valore e la dignità. La speranza cristiana mostra in modo particolare la sua verità proprio nei casi della fragilità: non ha bisogno di nasconderla, ma la sa accogliere con discrezione e tenerezza, restituendola, arricchita di senso, al cammino della vita. Solo una cultura che sa dar conto di tutti gli aspetti dell'esistenza è una cultura davvero a misura d'uomo. Insegnando e praticando l'accoglienza del nascituro e del bambino, la cura del malato, il soccorso al povero, l'ospitalità dell'abbandonato, dell'emarginato, dell'immigrato, la visita al carcerato, l'assistenza all'incurabile, la protezione dell'anziano, la Chiesa è davvero "maestra d'umanità". Ma l'accoglienza della fragilità non riguarda solo le situazioni estreme. Occorre far crescere uno stile di vita verso il proprio essere creatura e nei rapporti con ogni creatura: la propria esistenza è fragile e in ogni relazione umana si viene in contatto con altra fragilità, così come ogni ambiente umano o naturale è frutto di un fragile equilibrio".
Fin qui il testo. E ce ne sarebbe abbastanza per riflettere. Dietro la parola "fragilità" c'è un mondo, il mondo del dolore. In ogni sua forma e secondo ogni genere.
Ad un anno dalla morte di Giovanni Paolo II, la diocesi di Novara ne ha fatto memoria nella serata di apertura del progetto "Passio 2006" incentrato proprio sul tema della "fragilità umana". Un progetto articolato, che prevede circa 130 eventi artistici, culturali e religiosi, scelti per valorizzare "il mistero della passione di Gesù e la speranza che nasce e risorge da quella fragilità umana da Lui salvata". Tra le tante, anche una mostra sulla "passione terrena" dei condannati a morte.
Non sono cose che riguardano solo i credenti, ma tutti quelli che prima o poi si imbattono in questa condizione: per esperienza o per riflessione. In pratica tutti. Ognuno. Significativo il tema del convegno al centro degli appuntamenti di Novara: "Nel cuore della città il grido silenzioso della solitudine. Non è bene che l'uomo sia solo" al quale ha preso parte anche uno psichiatra: "Il male aggredisce soprattutto bambini e adolescenti... Quanto a noi adulti, credo che le esperienze terribili degli ultimi mesi ci abbiano riproposto il tema della morte, ricordandoci che essa può arrivare in qualunque momento, e ci abbiano rivelato come la violenza regni nei cuori di tante persone. Oggi in molti di noi dilagano diffidenza e sfiducia. L'uomo per realizzarsi fino in fondo, infatti, deve vivere in un clima di fiducia e di apertura verso gli altri. Quando questa viene meno, possono insorgere l'angoscia, la disperazione e, a volte, l'autodistruzione. Se riusciamo a cogliere il significato della sofferenza e cerchiamo di capire che cos'è il male, se ci rendiamo conto che spesso anche noi compiamo atti di violenza, allora troveremo la strada per reagire".

Nell'anno della speranza, si parla del dolore. Non occorre una particolare immaginazione perché vengano alla mente e alla memoria, le molteplici sfaccettature di questa condizione umana. Dolore, fragilità, solitudine, malattia, angoscia, timore,... una lunga litania che si dipana nei giorni dell'esistenza. "A ogni giorno basta la sua pena", nel senso della misura, ma anche nel senso che ogni giorno è visitato da una pena, da un limite.
Se il Cristianesimo è la religione delle risposte vere è perché � innanzitutto � sa porre le domande vere, in profondità. Fra tutte, la più vera è la domanda sull'infinito dolore del mondo. È compito del pensiero, e ancor più della testimonianza, portare il dolore al livello del pensiero, dell'esperienza riflessa, della fede e, in ultimo, della speranza. Per non soccombere.
I grandi pensatori (filosofi, scrittori, tragediografi, poeti) hanno raggiunto questi vertici, confrontandosi � spesso scontrandosi fino all'agonia � con il dolore del mondo. In realtà lo hanno fatto anche i Santi, i testimoni del Vangelo. Anch'essi, molto prima di arrivare alle dolci pianure della riconciliazione e della speranza sperimentata, si sono imbattuti nel dolore. Invece di evitarla, hanno abbracciato ogni fragilità perché in essa hanno colto il volto del Signore, pur sfigurato dall'orrore della croce. Penso a Francesco di Assisi, a Camillo de Lellis, a don Guanella... Il primo bacia il lebbroso perché ci riconosce il crocifisso; il secondo confessa i propri peccati accanto al letto di un appestato perché lo ha scambiato per Gesù; il terzo chiama "buoni figli" quelli che noi consideriamo "scarti, uomini difettosi". Veramente ci sono due ottiche, due prospettive. Speculari e diametralmente opposte. Tu misuri la fragilità e riscopri la figliolanza perché ti riconosci dipendente in tutto, ma dal Padre. Fuori di questa esperienza c'è il rischio della disperazione, dell'angoscia. Heidegger, il filosofo dell'esistenza drammatica, arrivò a dire che la notte non è la mancanza di Dio, ma che gli uomini non ne sentano più la mancanza.
Anche la storia è fragile. L'11 settembre ha risvegliato una ricerca più profonda del senso. Il futuro è posto nelle mani di chi sa trasmettere alle nuove generazioni ragioni di vita e di speranza.
Dinanzi al dolore del tempo e all'assenza di affetti, c'è una sola medicina: la speranza. La fragilità la contiene. Per non vacillare torniamo ai santi. Con loro le cose ardue si fanno raggiungibili, possibili.
Quando a Roma ci fu la terribile inondazione del Tevere nel 1598, mentre Camillo era intento a portare in salvo gli ammalati, si accorse che mancava un religioso. Egli, chiamato dai compagni al duro lavoro, si era scusato perché stava facendo il suo turno di adorazione davanti al Santissimo. Camillo gli mandò a dire che se non scendeva immediatamente al piano terra in mezzo all'acqua per caricarsi sulle spalle gli ammalati e trarli in salvo, poteva uscire subito dall'Ordine, perché egli non sapeva cosa farsene di un religioso che adorava Cristo presente nella santa ostia, ma non sapeva riconoscerlo presente nei fratelli bisognosi.
È esperienza quotidiana la consapevolezza che la fede non ha funzione consolatoria, non è "rifugio degli oppressi" (Hegel) o "il gemito delle creature oppresse" (Marx). "Non è Dio che consola l'uomo", farà dire Bernanos al curato, "ma è il cristiano che completa nel corpo di Gesù, la Chiesa, ciò che manca alla passione del Cristo". E di vera passione è segnata anche la vita di Teresa di Lisieux, giovanissima monaca di clausura. La sua "storia di un'anima" non è centrata su sdilinquimenti sentimentali, ma sull'angoscia, sull'agonia. C'è un intimo segreto legame tra la sua entrata in convento e la drammatica vicenda del pluriomicida Pranzini, un vero e proprio serial killer, giustiziato alla fine con la ghigliottina. Teresa ne aveva chiesto la conversione al Signore una domenica di luglio del 1887. E il 31 di quello stesso mese Gesù le dà il segno che ha accettato l'offerta: Pranzini, già sotto la ghigliottina, prende il Crocifisso e lo bacia tre volte.
Cosa c'è di più fragile di un'adolescente rinchiusa nel Carmelo (Teresa) o di un giovane ferito inguaribilmente alla gamba (Camillo)?

Don Angelo Sceppacerca5 aprile 2006

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