Inizio dell'anno liturgico, è il tempo di Avvento per perseverare nella preghiera e per alimentare la speranza | Diocesi di Trivento

Riflessioni

Inizio dell'anno liturgico, è il tempo di Avvento per perseverare nella preghiera e per alimentare la speranza

Domenica due dicembre è la prima domenica di Avvento: si volta pagina, per fortuna si inizia daccapo.

Tanti i giorni diversi di un nuovo anno liturgico, tutti indecifrabili nell’arcano scorrere delle cose! Dicevano i greci “Panta rei os potamos”. Saranno giorni abbondanti di pioggia o giorni pieni di sole, ricchi di gioia o intrisi di noia, grondanti di tristezza o ricolmi di felicità? Non sappiamo ancora, l’importante sarà riuscire a captare le voci che ci vengono da lontano o dal profondo, ben aldilà della banalità dei fatti quotidiani, dalle tradizioni di tempi remotissimi, e, come raggi di un unico splendido sole che si accordano e che si armonizzano, ci spingeranno verso la ricerca affannosa e la conoscenza struggente di Dio.

Bisogna avere il coraggio di guardare oltre lo stretto confine della propria ombra e saper coniugare quella speranza, che ancora non si spegne in noi, con il senso pieno dell’infinito che ci circonda e che ci può trasformare, in breve tempo, da esseri fragili e confusi, impauriti e smarriti a persone più forti, decise e mature.

Nel deserto del nostro mondo di cartapesta potrà spuntare finalmente un germoglio: la speranza. Sì, il profeta Geremia avvertiva che “verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene… oracolo del Signore”. E noi siamo perciò invitati a proteggere la speranza dal gelo dell’indifferenza, a custodirla con il calore di in un cuore infervorato, a favorirne il lento, progressivo sviluppo. Anche grandi uomini hanno disprezzato la speranza, uno per tutti il notissimo Beniamino Franklin, che diceva: Chi vive sperando muore digiuno. Ma per fortuna c’è anche chi è più ottimista, per esempio Terenzio con la sua affermazione “finché è concesso vivere rimane speranza”, e ancora Bacone, con l’opportuna precisazione, “la speranza è buona come prima colazione, ma è una pessima cena”.

Quante volte, invece, ho calpestato questo tenero germoglio della speranza, perché illuso da umane certezze ritenute, purtroppo erroneamente, ben solide e perfino definitive. Ma essa, per fortuna, rinasceva testarda ancora là dove sconsolato piangevo per insuccessi visti come disastri e rovine, e le calde lacrime mi impedivano di accorgermi di lei che tenace sbocciava tra i rottami delle effimere sicurezze, pronta a ricucire gli strappi causati dal dolore e dalla paura. A ben ragione Karol Wojtyla, in un suo famoso scritto per il teatro, ha affermato “non c’è speranza senza paura, né paura senza speranza”.

Dentro il guscio della sofferenza essa, la speranza, è lì nascosta, tra le trame della nera coltre del dolore essa riaffiora, e, anche quando ho bevuto la pozione amara dell’ingratitudine, essa rispunta e mi invita a fidarmi del futuro, del tempo prezioso, quello stesso che il Signore generoso mi dona.

Tranquilli e fiduciosi possiamo cominciare a godere, già oggi, per quello che sicuramente domani sboccerà, sotto l’arpeggio della Sua enera mano, la mano potente del Creatore. Per dirla con Georges Bernanos “la speranza è un rischio da correre. E’ addirittura il rischio dei rischi”.

Perché, anche se il verde germoglio della speranza non può offrirci, per ora, un solido e definitivo riparo, ci aiuta certamente a dipanare e sciogliere gli stretti legacci delle dissipazioni, a spegnere i fastidiosi abbagli dell’orgoglio, perché ogni sera possiamo addormentarci tranquilli, come bimbi svezzati, tra le sue braccia, con in cuore una sincera preghiera e sulla bocca un dolce canto di lode all’Altissimo Dio.

don Mimì Faziolidi don Mimì FazioliTrivento (CB), 28 novembre 2007

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