Con quale acqua ci dissetiamo: liscia, gassata o... soprannaturale! | Diocesi di Trivento

Riflessioni

Con quale acqua ci dissetiamo: liscia, gassata o... soprannaturale!

Dopo che, durante la scorsa estate, tutti abbiamo sofferto una preoccupante carenza d’acqua, situazione questa che prelude ad una probabile e pericolosa epoca di desertificazione, possiamo forse capire meglio l’accortezza e la cura che gli ebrei riservavano alle poche, ma preziose riserve d’acqua costituite dalle cisterne d’argilla, le quali però facilmente si screpolavano e non raramente diventavano tetre prigioni sotterranee. Il profeta Zaccaria con la cisterna vuota fa intravedere la mancanza di vita e di libertà sperimentata durante la prigionia babilonese (Zc 9, 11).
L'uomo moderno ha sete, tanta sete di felicità e di libertà, ma le cerca entrambe nei luoghi nei quali si ritrova sempre più prigioniero e infelice. E, come in una spirale inesorabile, sempre più insoddisfatto, vi sprofonda vinto da una stanchezza esistenziale propria di chi si lamenta sempre, non si accontenta mai, e però non si decide a lottare, a reagire, a pregare, a invocare Dio: fa’ che ascoltiamo, Signore, la tua voce! Signore, dammi la tua acqua!
Gesù risponde a noi come alla samaritana: O voi tutti che siete assetati, venite!
Nell’antico testamento il simbolismo dell’acqua era onnipresente, basti pensare all’acqua primordiale, a quella del diluvio, a quella che inonda l’intero libro dell’Esodo. Ma non solo. C’è l’acqua fresca per una gola assetata alla quale una buona notizia, proveniente da una terra lontana, è paragonata (Pro 25, 25), l’attingere l’acqua dai pozzi della salvezza (Is 13, 3), l’acqua che sgorga dal tempio nella stupenda visione di Ezechiele (Ez 47), l’immagine poetica del diritto che zampilla come acqua e della giustizia come fonte perenne (Am 5, 24).
Nel nuovo testamento diventa sicuro pegno di salvezza il semplice bicchiere d’acqua fresca offerto al più piccolo dei discepoli (Mt 10, 42), e c’è la sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna che Gesù tenta di offrire provocatoriamente alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe (Gv 4, 14), così di contro c’è l’acqua contaminata descritta dal libro dell’Apocalisse (Ap 8, 10-11; 11, 6) e il fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap 22, 1), acqua di vita che chiunque ha sete può prendere gratuitamente (Ap 22, 17).
Nel libro del Qohelet alla domanda angosciante “che senso ha la nostra vita?” viene data una risposta altrettanto inquietante e martellante: vanità, tutto è vanità!
Le nostre conclamate ricchezze, le nostre false certezze, le nostre deboli conquiste non sono altro che: vanità, soffio che passa subito e si disperde in fretta, impalpabile vapore che svanisce rapidamente, esile fumo che si dissolve nell’etere. Senza il Signore, lontano da Lui, si naviga al buio, ci si trastulla con una realtà furtiva, passeggera, di scarsa consistenza. Standocene da soli, sperimentiamo purtroppo un’esistenza misera, che si barcamena costantemente tra incomprensibili assurdità e cocenti fragilità.
Allora, non basta riconoscersi assetati. Ognuno di noi deve far posto a Dio e metterlo al centro della nostra sete, di ogni nostro desiderio. E’ nostro dovere trovarLo per confidare in Colui che ci disseta. E’ solo Lui che può soddisfare la nostra grande sete di assoluto, colui che è la sorgente inesauribile della felicità, della fecondità e della pace. Egli è Colui che, pur spiazzando imprevedibilmente le nostre attese, ci fa immergere nell’acqua rigenerante della grazia, ci invita a recuperare l’impegno del battesimo e ci propone di vivere uno stile di vita secondo Spirito e Verità.
Via, perciò in Quaresima e non solo, dalle nostre tavole l’acqua sporca e salmastra dell’egoismo e facciamo posto all’acqua fonte di luce e di amore.

don Mimì Faziolidi don Mimì FazioliTrivento (CB), 21 febbraio 2008

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