Il Romitorio de la Verna | Diocesi di Trivento

Riflessioni

Il Romitorio de la Verna

Il Romitorio de la Verna

A dirne bene è facile, coglierne il senso è più arduo. Devi passarci del tempo, ore e giornate. Lasciando fuori tutto. Cercando l’essenziale. E quando cogli – solo per dono, per grazia – che l’essenziale è tutt’altro da quello che riempie le tue giornate, allora capisci qualcosa del romitorio. Perché, nello stesso tempo, cogli qualcosa di Francesco, del suo essere unico nella storia della Chiesa, il più somigliante a Gesù crocifisso.
Nell’immaginario comune Francesco è il giullare, colui che parla agli uccelli, quello che trova solo fratelli e sorelle, sempre fratelli e sorelle, mai nemici, mai fallimenti o deserti.
Poi guardi le immagini nel corridoio delle stimmate e lo vedi quasi sempre solo, nascosto nei crepacci e nelle spaccature; ascolti la sua vita e la vedi colma di tentazioni, prove, digiuni, malattie e lacrime. Una breve vita, ma prove lunghe, sofferenze di mesi, tentazioni di decine e decine di giorni. Lunghi cammini solitari, quasi fuga da tutto. E tutti e tutto lo seguono, lo cercano.
Al vertice della spogliazione, dell’annichilimento, proprio in questa fenditura della roccia, il segno nella carne, le stimmate che lo fanno simile – uguale – al crocifisso, al più bello tra i figli dell’uomo, al Buon Pastore che raduna le pecore, le ritrova una ad una. Addirittura trasforma in pecore e agnelli quelli che non lo sono: i lupi, i briganti, gli assassini, i traditori, i lontani che più lontani non si può dal recinto e dalla casa del Padre.
Francesco si nasconde nella frattura e lì ricompone la comunione, l’unità, il gregge, il recinto. Con nuove dimensioni: gli ultimi confini della terra e del cuore dell’uomo. Non c’è più separazione, nemmeno col sultano musulmano. In croce, Francesco compie l’opera del grande Sacerdote, il mediatore fra il cielo e la terra; come lui ha le mani inchiodate, è sospeso fra cielo e terra e grida l’oscurità e il silenzio del cielo su una terra dove s’è fatto buio. Il crocifisso è il Dio spogliato, annichilito, tutto dato; per questo è il Dio per ognuno, senza alcuna distinzione, il Dio anche per gli atei, o per quelli che non riescono ad esprimere la propria fede in alcun modo perché anch’essi inchiodati, poveri, inermi, vittime.
Il perduto torna ad essere la colomba nella fenditura della roccia e tornano le immagini sponsali dell’amore ineffabile. Torna lo Sposo e si fa presente. Ora, finalmente, non è più notte. La sposa riconosce lo sposo e può dire, come nel Cantico dei cantici: “la sua sinistra è sotto il mio capo, e la sua destra mi abbraccia”.
Il romitorio de la Verna ricorda a tutti che la comunità dei frati vive di Gesù Crocifisso, esiste per condividere il suo amore e il suo sacrificio, per predicare lui e lui soltanto, come faceva S. Paolo: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, predichiamo Cristo potenza e sapienza di Dio, perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1, 23-25).
Torniamo all’immagine del pastore. I pastori, l’ovile, le pecore… figure molto vicine al concetto di popolo di Dio che il Concilio ha usato per qualificare la Chiesa di oggi.
Gesù pastore tenero e appassionato, ha i tratti più dello sposo che del guardiano del gregge, è anche l’immagine e il modello di tutti i pastori che, nel tempo, lo hanno rappresentato. “Anche Pietro è pastore” – scriveva s. Agostino – ma non come Gesù, perché le pecore appartengono al Signore, non a Pietro. Questo significa che Pietro non sostituisce, ma rende presente il pastore!
Gesù parla di se stesso come del “buon pastore”, un’immagine familiare in Palestina: a tutti era chiaro il rapporto esclusivo che c’è tra il gregge e il suo pastore, figura di quello tra il re e il suo popolo, simile a quello tra Dio e i suoi fedeli. E’ l’antica figura del re pastore. Anche Abramo e i patriarchi erano pastori; Mosè, Giosuè e Davide sono chiamati pastori del popolo, che loro guidano in nome di Dio. La vita del pastore si spiega con quella delle pecore e la vita delle pecore dipende da quella del pastore.
Per la maggior parte di noi, oggi, è desueta e poco gradita l’immagine dell’uomo-pecora, che segue un pastore, perché l’uomo si percepisce come essere libero. In realtà, però, gli spazi lasciati alla nostra libertà sono sempre più ridotti.
Gesù propone un modello alternativo, decisamente. Ciò che dobbiamo imitare non sono i desideri degli altri, ma quelli del Padre, che non è rivale di nessuno. Proprio Gesù, che è il Figlio che conosce l’amore del Padre, si propone come il vero pastore, il pastore-bello alla cui sequela diventiamo ciò che siamo: figli del Padre e fratelli fra di noi. Ai falsi pastori che diffondono la cultura dell’aggressione, della competizione, della rivalità e della violenza, Gesù oppone la sua persona di pastore che porta la cultura della fraternità e dell’amore. E finalmente, anche la nostra vita potrà essere libera e bella.
Buon-pastore sta per pastore-bello. Bello perché vero, autentico, buono. E’ questa la bellezza che salverà il mondo. La contrapposizione tra Gesù e i mercenari sta nella risposta a questa domanda: quanto ti importa delle pecore? Le pecore sono di chi dà la propria vita per loro. La questione, allora, non è su chi sia il vero pastore, ma chi è per noi Gesù Cristo. Anche stavolta si giunge alla questione cruciale, alla domanda sulla fede.
Non dimenticherò mai questo piccolo racconto. Un giorno una pecorella trovò un buco nel recinto. Curiosa, vi passò, pensando di essere finalmente libera. Saltava felice per i campi, i prati, i boschi, senza più limiti o costrizioni... All'improvviso, però, si vide inseguita da un lupo. Corse e corse, senza fiato e col cuore in gola, quando, ormai spacciata in un crepaccio del terreno, si sentì sollevata in braccio dal Pastore che con ansia l'aveva cercata e, commosso, l'aveva ritrovata, portata in salvo. E nonostante molti consigliassero di farlo, il pastore non riparò il buco nel recinto.

Cosa c’entra il romitorio con il buon pastore? C’entra perché ne è la scuola, il metodo, la prassi. E’ vivere nuovamente Francesco, il solus cum Solo. Al romitorio vive e trovi il Buon Pastore.

don Angelo Sceppacercadi don Angelo Sceppacerca22 aprile 2008

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