Il miglior modo di amare una cosa è pensare che potremmo perderla. (Kahlil Gilbran) | Diocesi di Trivento

Riflessioni

Il miglior modo di amare una cosa è pensare che potremmo perderla. (Kahlil Gilbran)

Il vescovo Scotti organizza per venerdì quattro luglio un pomeriggio di riflessione e di preghiera per ricordare, riscoprire e valorizzare meglio le nostre origini cristiane. Sicuramente lo spunto e l’ispirazione gli sono venute anche da una rilettura di “Ecclesia in Europa” di papa Giovanni Paolo II, il quale, appena entrati nel terzo millennio, nel 2003, ammoniva l’Europa in modo chiaro e inequivocabile: “Ritorna te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici” (n. 120).

Conoscere le proprie radici cristiane non è solo un piacere culturale, quasi un dilettevole viaggio turistico durante il quale si sfiorano le origini del pensiero e della fede cristiana, così come le hanno vissute i nostri antenati, ma è un preciso dovere morale, per non perdere quanto di più bello e di sacro questi ci hanno tramandato.

Se i grandi pensatori e testimoni cristiani hanno penetrato tutto il sapere umano col Vangelo, anche per noi sarà interessante ascoltare l’architetto Franco Valente, studioso competente,vulcanico e ponderoso, che ci saprà raccontare le radici culturali e spirituali nel Molise, nei primi secoli dell’era cristiana, senza le quali non si potrebbe comprendere come il cristianesimo è nato nel Molise e perché ancora “il Molise è una regione totalmente cristiana”.

Siamo consapevoli infatti che come cristiani non solo nel centro della nostra Diocesi, ma anche in ciascuna delle nostre piccole o grandi comunità delle quali essa è composta, dobbiamo prestare attenzione ad una vera conversione culturale, in modo che il Vangelo sia incarnato nel nostro tempo, per ispirare la cultura e aprirla all’accoglienza integrale di tutto ciò che è autenticamente umano.

Come è inevitabile, dalla storia colpevolmente dimenticata si scivola facilmente nel presente caotico e confuso. Il maggior dramma dell’attuale stagione è quello dello smarrimento della memoria, su cui si innesta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo, ed ecco quindi il trionfo dell’indifferentismo religioso o dell’agnosticismo pratico, con il diffondersi a macchia d’olio del relativismo etico e culturale senza speranza.

Sempre Giovanni Paolo II aveva affermato. “Non si tagliano le radici dalle quali si è cresciuti”.

Con la riscoperta delle proprie origini si potrà realizzare quel camminare insieme, come Popolo di Dio, infatti è attraverso la fraternità vissuta, che una chiesa locale diventa essa stessa messaggio di pace; una pace attiva, che si costruisce nel quotidiano, anche sulla base del perdono dato e richiesto. Una pace che vuol costruire ponti tra le diverse comunità, “globalizzando” soprattutto la solidarietà e la giustizia.

Nell’ambito dell’attuazione del Piano Pastorale diocesano, questo significa che è intenzione del nostro pastore prestare attenzione a questa conversione culturale, in modo che il Vangelo sia incarnato nel nostro tempo per ispirare la cultura e aprirla all’accoglienza integrale di tutto ciò che è autenticamente umano, evangelicamente sano

Nel Diario di Alberto Marvelli, alla data 23 agosto 1943, si legge questa affermazione che mi sento di sottoscrivere pienamente: “…Qui casca l’asino, è inutile pretendere di voler farsi santi, di voler essere apostoli, di apparire attivi lavoratori se non si medita, se si corre dietro ad ogni pensiero frivolo, se non si è capaci di imporsi un più vivo raccoglimento, un senso critico (buono) di osservazione, un’autonomia di riflessione nell’esame dei problemi, una sensibilità viva per tutti quei fenomeni spirituali, politici, sociali, religiosi che si verificano intorno a noi”.

Don Mimì Fazioli

di don Mimì FazioliTrivento (CB), 2 luglio 2008

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