Dal Centro missionario diocesano una lettera di testimonianza | News

News

Dal Centro missionario diocesano una lettera di testimonianza

Dal Centro missionario diocesano una lettera di testimonianzaLA MISSIONE TRA I RISHI.

IL NOME: STORIA O NON STORIA?Rishi è uno dei tanti nomi con cui vengono designati i fuori-casta, che ritrovano nel Sud-Ovest del Bangladesh e, precisamente, nei tre distretti di Khulna, Jessore e Satkhira e, cioè, nella zona in cui dal 1952 operano i Missionari Saveriani. Secondo un calcolo approssimativo, il loro numero si aggira intorno alle 200 mila unità. Un dieci per cento sono diventati cristiani e rappresentano quasi la metà numerica dei cristiani della Diocesi di Khulna che comprende appunto i tre distretti di Khulna-Jessore-Satkhira.

Etimologicamente, Rishi significa “saggio” e, secondo una tradizione, non accreditata per altro nei manuali degli studiosi, i fuori-casta designati con tale nome sarebbero dei nobili decaduti. Ma ci sono anche altri nomi coniati per loro, che fanno riferimento diretto alla loro condizione segnata da un destino crudele. Tra di essi i più comuni sono: Muci,Das,Horijon,Dolit. Muci è il titolo più dispregiativo ed è legato al loro mestiere originario, che era quello di scuoiatori e conciatori di pelli. Il semplice sillabare la parola Muci fa sputare per terra in segno di disprezzo. Nel contesto culturale Hindu il venire a contatto con carogne crea un tabù, da cui scaturisce lo stigma dell’impurità e dell’intoccabilità. Si nasce e si muore Muci, ma la segregazione continua anche dopo la morte, perché anche il shoshan (il luogo dove si bruciano i cadaveri) deve essere diverso per loro. Un Muci non può sedersi al bar (docan) e sorseggiarsi il suo the, non può avere accesso al suo piatto di riso al ristorante, non può andare dal barbiere a farsi tagliare i capelli, perché gli oggetti che lui tocca rimangono contaminati.
Das (la s finale si pronuncia come l’sh inglese) è l’altro nome con cui sono indicati all’anagrafe o nei registri scolastici. Ancora oggi i ragazzi di Chuknogor, che vanno alla scuola pubblica, occupano gli ultimi posti nell’aula scolastica e qualcuno degli insegnanti si diverte a chiamarli Das Company. Das significa schiavo, servo.
Horijon. Mahatma Gandhi per gli intoccabili aveva coniato il termine Horijon e cioè “figli di Hori”. Hori è una divinità Hindu. Ma i fuori-casta non hanno mai digerito l’appellativo benevolo di Gandhi. Dire Horijon, infatti, per loro era come dire “figli di nessuno”.
Dolit. Dolit, invece, è un nome di battaglia assunto e fatto proprio dallo sterminato numero di intoccabili che sono in India: si calcola che si aggirino intorno ai 150 milioni. Dolit è un participio passato in sanscrito ed anche nella lingua bengalese, che deriva dal sanscrito. Significa spappolato, sbricciolato, calpestato e ridotto in polvere ed esprime molto bene la condizione dalla quale i fuori-casta vogliono rialzarsi, anche attraverso l’azione politica. Per chi voglia approfondire il tema dell’intoccabilità, che è un’autentica piaga nella cultura del sub continente indiano, può trovare un’ampia letteratura a riguardo. A livello nostro saveriano, i pp. Luigi Paggi ( di Como), Sergio Targa (di Brescia) e John Fagan (scozzese) sono esperti in materia e potrebbero intrattenere per ore ed ore coloro che fossero interessati all’argomento.
Il sottoscritto, avendo speso più di trent’anni della sua vita a contatto con loro, qualche anno fa, al proprio nome e cognome ha aggiunto anche quello di Das e così adesso mi firmo: Antonio Germano Das.
Da quel poco che ho scritto, senza pretese, perché non mi considero un esperto in materia, ma solo un ciabattino (ciabattino, calzolaio, lustrascarpe è una delle tante attività dei Muci), si intravede ed emerge la complessità della problematica che la missione tra i Rishi non può eludere, senza tradire se stessa.

I MISSIONARI SAVERIANI TRA I RISHI. – Fin dal loro primo arrivo in Bangladesh, che allora si chiamava East Pakistan, i Saveriani hanno rivolto la loro attenzione agli intoccabili, percepiti come ultimi fra gli ultimi. Poi, a cominciare dagli anni ’70 sono maturate delle scelte che hanno posto i Rishi al centro dell’attenzione. Tali scelte successivamente si sono concretizzate in presenze significative ed in un’azione sempre più concordata.

CHUKNOGOR – KHAMPUR. – Oltre alle missioni di Simulia, Satkhira e Borodol, costituite interamente da Rishi diventati cristiani, all’inizio degli anni ’80 la missione esplose di nuovo in quelle che, all’epoca, vennero definite “vie nuove”. Le mura della vecchia missione sembravano coartare la spinta missionaria e si sentì perciò il bisogno di uscire dalle mura per attuare un tipo di presenza più vicino alla gente e con orizzonti più ampi. Sotto questa spinta, p. Luigi Paggi, uscendo da Satkhira, dove era stato parroco, si fissò a Chuknogor in mezzo alla para(=raggruppamento di capanne) Rishi, scegliendo per abitazione una capanna simile alla loro. Chuknogor, a metà strada tra Khulna e Satkhira, è al centro di un’area con larga concentrazione di fuori-casta. Stabilirsi a Chuknogor aveva perciò tutti i connotati di una scelta strategica.
Solo a qualche anno di distanza, p. Pierluigi Lupi lo seguì sistemandosi a Khampur, un altro villaggio Rishi a circa 15 km. Sud-Ovest di Chuknogor. L’esperienza di p. Lupi durò solo 5 anni, ma l’impatto che ebbe sulla gente fu grande e rimane vivo ancora oggi. Comprò un pezzo di terra e vi costruì una casa in terra battuta con tetto di lamiera, ospitandovi una diecina di studenti Rishi, che condividevano con lui la vita di ogni giorno. Qualcuno di questi studenti diventò medico, qualche altro avvocato ed uno di loro attualmente è direttore di una NGO, che porta proprio il nome di Dolit.

I MODI DELLA MISSIONE. – Tanta premessa (veramente molto stringata) per arrivare all’oggi della missione. Il tentativo portato avanti è stato quello di rendere i Rishi protagonisti della propria storia. Fin dall’inizio si escluse il discorso della conversione al cristianesimo perché non si equivocasse e non si pensasse alla missione come ad una partita di “do ut des”. La gratuità è stata e rimane la caratteristica fondamentale della missione tra i Rishi a Chuknogor, che adesso ingloba anche Khampur fin da quando p. Lupi andò a svolgere altrove la propria attività. P. Luigi, che è il fondatore della missione a Chuknogor, ha messo in atto un movimento, che si è rivelato inarrestabile e irreversibile. Molla ne è l’educazione, intesa in senso anglo-sassone come promozione umana globale, che ha come punto di partenza l’alfabetizzazione. I Rishi hanno percepito che la scuola è la leva a loro portata per uscire dalla reclusione in cui secoli di storia li hanno rilegati. Il movimento ha dato i suoi frutti e oggigiorno non c’è Rishi para che non mandi i propri figli a scuola. Sono 13 i villaggi collegati direttamente a Chuknogor, ma il movimento si è esteso a macchia d’olio, perché accanto a noi e insieme a noi operano altre organizzazioni con i medesimi intenti e motivazioni. Il metodo suscitato da p. Luigi, che poi ha fatto da supporto al movimento stesso, è stato quello del “Tuition Program”. In che cosa consiste? Gli alunni che vanno alla scuola pubblica (dalla IV elementare fino all’SSC=secundary school certificate) sostano alla missione o nei centri creati negli altri villaggi per due ore di dopo-scuola su le tre materie fondamentali: bengalese, inglese e matematica. Per aver un’idea dell’efficacia e della consistenza del metodo, basti pensare che nella prossima sessione saranno in 63 (30 sono ragazze) a dare gli esami di SSC. Inizialmente i maestri venivano scelti tra musulmani e hindu e p.Luigi era uno di loro, perché tra i Rishi non si trovava gente istruita. Attualmente i maestri sono tutti Rishi. Nel nostro programma, quest’anno essi sono 40. Si tratta in realtà di studenti del College, che offrono due ore di ripetizione giornaliere e in questo modo ricevono l’aiuto per mantenersi agli studi: da una parte danno, dall’altra ricevono. Sono tante le attività collaterali portate avanti dalla missione, sulle quali non mi diffondo, perché si aprirebbe un capitolo ancora più ampio.

IL CATECUMENATO. – Dopo circa 20 anni di presenza a Chuknogor, i primi studenti, mossi probabilmente dalla testimonianza di vita di p. Luigi e degli altri padri che successivamente vennero a stare con lui, fecero richiesta formale di diventare cristiani. P. Luigi, sempre restio ad accogliere tali richieste, alla fine si convinse che non era in suo diritto negare la via della salvezza a chi gliela chiedeva ripetutamente. Così il dialogo maestro-discepolo (guru-shisho) si completò nell’adesione di fede a Cristo da parte dei primi dieci studenti Rishi. L’esempio fu contagioso e altri ancora fecero la medesima richiesta. Nel 2001, per venire incontro a questa esigenza nuova della missione, fu chiesto a me di venire a Chuknogor per iniziare formalmente il catecumenato. La missione doveva conservare la sua fisionomia iniziale di apertura a tutti, Musulmani e Hindu. La novità era rappresentata dal cammino dei Rishi verso Gesù. Nel frattempo p. Luigi Paggi lasciava Chuknogor per seguire l’impulso di una nuova chiamata. Andò a stabilirsi tra i Munda, un gruppo tribale al limite estremo del Bangladesh, al margine della foresta tropicale. Prese il suo posto p. Sergio Targa, 25 anni più giovane di me. Tutta l’attività di promozione umana ricevette nuovo impulso e nuova creatività.
Ebbi così tutto il tempo per prepararmi e per impostare con serietà il cammino catecumenale. Dopo un percorso di 5 anni, un primo gruppo di 51 persone, giovani e adulti, la notte di Pasqua del 2006 ricevettero i sacramenti dell’iniziazione cristiana nella cattedrale di Khulna per mano del vescovo. Di anno in anno altri gruppi si aggregarono. Attualmente i gruppi sono otto, divisi secondo fasce di età e di istruzione. Il numero complessivo dei catecumeni è di 150.
Sfortunatamente, alla fine del 2005, anche p. Sergio partiva per altri lidi lasciandomi solo. Da 3 anni ormai tutta la complessa attività della missione mi gira attorno. Scrivo queste righe a 5 mesi di distanza da un’operazione alla testa per ematoma cerebrale. Il fatto che sia arrivato in fondo mi fa credere di aver ricuperato pienamente le mie forze: ne ringrazio il Signore. La piccola comunità cristiana, che continua ad espandersi, non ha ancora un luogo di culto adeguato. Celebriamo la domenica in un’aula scolastica. Alla soglia ormai dei miei 70 anni, comincio proprio a credere che il Signore abbia voluto il mio ritorno a Chuknogor per coronare questa prima fase di evangelizzazione con la costruzione di una chiesetta.P. Antonio Germano DasChuknogor, 12 gennaio 2009

Potrebbe interessarti

  • descrizione

    Ottobre missionario 2017

    Trivento, 1 ottobre 2017News
  • descrizione

    RELAZIONE DI CHUKNAGAR ALL'ASSEMBLEA SAVERIANA DI APRILE 2016

    Chuknagar, 6 aprile 2016News
Licenza Creative CommonsLe informazioni e gli articoli pubblicati su questo sito sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia