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I nuovi aspetti della questione meridionale

I nuovi aspetti della questione meridionaleIn un Paese che sembra aver rimosso dalla sua agenda politica la “ questione meridionale ” e che vede porre all’attenzione pubblica addirittura una “ questione settentrionale ”, mentre sembrano emergere nuovi egoismi localistici e pseudofederalismi conseguenti e ad essi funzionali, su iniziativa del cardinale Sepe si è tenuto a Napoli il 12 e 13 febbraio un convegno sul tema “ Chiesa nel Sud, Chiese del Sud ”.
Ho partecipato a quel meeting con il mio vescovo, S.E. mons. Domenico Scotti, e provo a riferirne, un po’ perché finora nessun organo d’informazione regionale nel Molise lo ha fatto, ma soprattutto perché l’evento mi sembra davvero degno di attenzione per ciò che è riuscito a proporre in termini culturali, economici, politici e sociali.
Mentre, con pochissime eccezioni, le forze politiche e sociali sembrano poco attente al Mezzogiorno ed il piano del governo sulla crisi economica appare davvero inconsistente, la Chiesa italiana, attraverso l’impegno dell’episcopato meridionale, ritorna ad occuparsi di quest’area geografica, costituendo prima un comitato scientifico e poi organizzando l’incontro di Napoli.
Già nel 1948 alcuni vescovi del Sud avevano scritto una lettera collettiva dal titolo “I problemi del Mezzogiorno”, ma a Napoli si è ripartiti soprattutto dal documento della CEI del 1989 “Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà”, le cui indicazioni rimangono ancora feconde; si è aggiornata tuttavia la riflessione con documenti molto acuti dell’economista Piero Barucci, del prof. Giuseppe Savagnone, del presidente di sezione del Consiglio di Stato Sandro Pajno, del preside della facoltà teologica dell’Italia meridionale prof. Carlo Greco, e del vicepresidente della CEI mons. Agostino Superbo.
Un ruolo fondamentale hanno avuto le riflessioni dell’episcopato, a partire dal cardinale Sepe fino alla profonda omelia tenuta dal cardinale Bagnasco, ma anche i quasi cinquanta interventi dall’assemblea durante i dibattiti.

Sarebbe stata auspicabile una maggiore presenza e visibilità per le donne e per i giovani, i quali mancavano sia tra i relatori che tra i coordinatori al tavolo della presidenza, così come, articolando un po’ più razionalmente i tempi, si potevano prevedere spazi per laboratori di gruppo interdiocesano.
Detto questo, comunque, si deve sottolineare una vivacità ed una ricchezza concettuale dell’assemblea che sicuramente porterà sul tema in discussione idee creative e significanti.
I trecento delegati sono subito esplosi in un lungo applauso per il telegramma augurale del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, il quale ha voluto in tal modo esprimere apprezzamento per chi si occupa dei problemi del Paese.

Il cardinale Sepe ha suscitato grandi consensi quando ha affermato che una religione incarnata nella storia non consentirà a nessuno di rubare la speranza al Mezzogiorno e soprattutto ai giovani.
L’economista Barucci ha rimarcato come il Sud, rispetto a quella borghese del Nord, viva una struttura economica per certi aspetti ancora semifeudale ed anacronistica con la presenza di servizi opachi, di reti clientelari, di intermediazioni improprie, di illegalità e di un’economia sommersa come forma organica del produrre e del sopravvivere.
La conseguenza è che il Sud è cresciuto a macchia di leopardo, per cui si dovrebbe parlare di Mezzogiorni piuttosto che di Mezzogiorno.
Per Barucci, venuto meno il sistema delle partecipazioni statali e dei fondi europei, bisogna guardare ad un sistema politico capace di evitare le distorsioni nelle intermediazioni economiche e di produrre efficienza, eque retribuzioni e riequilibri nei divari territoriali.

Il prof. Savagnone ha denunciato la separazione nella Chiesa tra quello che lui ha chiamato il “piano nobile”, che studia ed elabora documenti, ed il “piano terra” della pastorale ordinaria, in cui spesso o quasi sempre le idee programmate nel piano alto non arrivano.

Forse è questa la ragione per la quale, nonostante le tante denunce dell’episcopato sull’abbandono del Sud, nulla è cambiato ed i diritti in questa terra rimangono purtroppo ancora favori.
Secondo il relatore occorre allora tornare ad una Chiesa unitaria come popolo di Dio, capace di lavorare in modo collettivo per riaffermare l’idea di comunità e di bene comune, facendo uscire i cristiani dal ritualismo delle parrocchie sganciato dalla vita reale, dal privato allargato della famiglia e del clan, dai peccati contro la giustizia come l’evasione fiscale, il disimpegno, le raccomandazioni.
Savagnone ha poi citato alcuni profeti di un cristianesimo incarnato nelle figure di don Pino Puglisi e di mons. Tonino Bello.

Il prof. Alessandro Pajno ha esordito dicendo che il Paese è cresciuto, ma non insieme e quindi con forti divari tra le diverse aree.
Il Mezzogiorno, percepito da molti Italiani come altro da sé, se non addirittura come una palla al piede, non è decollato, ma anzi è progressivamente scomparso dal dibattito politico ed istituzionale.
È emersa una questione settentrionale rappresentata dalla Lega Nord che oggi propone un federalismo non nel segno della perequazione e della solidarietà, ma come meccanismo per trattenere il gettito fiscale all’interno dei territori nella visione di un rapporto nord-sud diverso dal passato che ha portato ad esempio a realizzazioni infrastrutturali molto più diffuse al Nord che al Sud.
In ogni caso il prof. Pajno ha sottolineato che certo vi è stato un sostanziale fallimento delle politiche pubbliche per il Mezzogiorno, ma tale questione è legata ancora oggi anche alla scarsa qualità operativa ed al rendimento delle istituzioni regionali e locali.

Oggi, secondo il relatore, oltre ai grandi eventi religiosi, il Cattolicesimo italiano manifesta una forte proposta culturale che rispetto al Mezzogiorno deve definirsi come cultura della legalità, della cittadinanza e dell’amministrazione nel segno dell’efficienza e della responsabilità.
È chiaro che tale cultura deve tradursi, finalmente, nella riappropriazione, da parte dei cristiani del Mezzogiorno, di appartenenza, identità e coscienza religiosa, ma anche civile come orizzonte d’impegno per l’altro e per il bene comune.
Il prof. Greco ha indicato una pastorale profetica e creativa capace di difendere l’uomo e la sua dignità, costruendo la giustizia e rispondendo con progetti adeguati alle nuove sfide formative ed educative.
Concludendo i lavori, mons. Agostino Superbo ha delineato prospettive di lavoro sinergico tra le Chiese del Sud al fine di preparare materiale utile per un auspicabile nuovo documento della CEI sulla questione meridionale.

In tale direzione per la verità ci saremmo aspettati uno strumento di rete come ad esempio un sito web o più semplicemente una casella di posta elettronica, ma non è stata data nessuna indicazione operativa in merito, anche se l’abbiamo suggerita e continuiamo a sollecitarla in modo da arricchire, dopo il meeting di Napoli, l’elaborazione già esistente con le proposte delle Chiese locali su un tema così importante.
La prima constatazione che vorrei esprimere a conclusione dei lavori del convegno di Napoli è la pressoché totale assenza, tranne poche eccezioni, delle grandi testate giornalistiche e delle emittenti radio-televisive di livello nazionale. È la dimostrazione che le antenne dei mass-media sugli eventi di rilievo sociale vengono sempre meno, magari a vantaggio della banalità!
Osserviamo poi come dal documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno” del 1989 i problemi sono certo cambiati, ma permangono nel Meridione fenomeni gravi come la disoccupazione, il ritardo nello sviluppo, una rete sempre più radicata di assistenzialismo e piccolo e grande clientelismo, la mancanza di forza propulsiva interna, la dipendenza sempre più ramificata dalla criminalità, l’accentuarsi dell’individualismo personale e familiare, ma soprattutto l’affievolimento del senso civico e dell’impegno.

In Europa oggi il Mezzogiorno, con la sua multiculturalità e multietnicità, ingloba davvero i problemi di tutto il sud del mondo.
Rispetto ai più rilevanti aspetti della questione meridionale il ruolo della Chiesa mi pare anzitutto quello della formazione delle coscienze attraverso l’evangelizzazione, della ridefinizione di un’antropologia alla luce del Vangelo, dell’accoglienza e dell’aiuto ai poveri, con la speranza di sostenere una nuova etica pubblica.
A livello politico dobbiamo sicuramente cercare cause e responsabilità del mancato sviluppo complessivo del Mezzogiorno, ma occorre poi ripartire da progetti che abbiano a fondamento l’eliminazione del clientelismo e della criminalità, l’educazione alla cultura del lavoro ed al sacrificio che sostituisca la rincorsa al “posto di lavoro”, la formazione di una coscienza civica basata sulla solidarietà o, meglio ancora, sulla condivisione dei beni.

È chiaro che i problemi del Mezzogiorno vanno anche analizzati alla luce della crisi economica in atto che sta già colpendo soprattutto le fasce più deboli del mondo del lavoro.
In ogni caso c’è anzitutto la necessità di vincere nei cittadini meridionali disfattismo, pessimismo ed abulia.
È vero che nel Meridione c’è stata e c’è tuttora carenza di Stato a livello centrale e periferico, ma soprattutto oggi, con il venir meno dei finanziamenti pubblici e con la prospettiva del federalismo fiscale, noi Meridionali dobbiamo trovare un impegno per progetti autoctoni che certo si fondino su risorse territoriali umane, ambientali, culturali ed economiche delle aree interessate, ma che siano aperti a tutti i nuovi campi che l’economia della conoscenza ci prospetta.

A Napoli come esempio di nuove strade si è indicato il Progetto Policoro.
Pur considerandolo un’esperienza positiva, lo vedo come un percorso possibile a condizione che si apra a prospettive economiche più articolate rispetto a quelle fin qui individuate e realizzate, come ad esempio l’area della produzione tecnico-scientifica ed il settore terziario, in cui le botteghe del commercio equo e solidale ad esempio rappresentano ancora un’esperienza troppo limitata, se non asfittica, che non siamo ancora capaci di far decollare al posto del sistema commerciale ormai pressoché monopolistico dei grandi gruppi operanti negl’ipermercati.
È chiaro che un progetto di sviluppo del Mezzogiorno non può, a mio parere, inserirsi nell’attuale assetto della struttura economica e del mercato che sicuramente per tanti aspetti risulta escludente ed ingiusto, ma c’è la necessità che i cristiani e chiunque abbia a cuore il bene dell’uomo ridefiniscano l’organizzazione dell’economia del Sud in relazione ad un nuovo modo di pensare la struttura sociale, i bisogni e la qualità della vita.

A Napoli c’è stata la denuncia di uno sviluppo del Meridione “incompiuto, distorto, dipendente e frammentato” nella coscienza che il problema del Mezzogiorno debba porsi a livello nazionale ed europeo, ma possa essere visto e studiato alla luce del riconoscimento delle risorse umane, culturali, economiche e spirituali della gente del Sud.
Nel convegno si è affermato chiaramente che la Chiesa non ha il compito di trovare soluzioni politiche ed economiche per i problemi delle regioni meridionali, ma, incarnando il Vangelo nel territorio in cui si trova ad operare, ha il compito di educare e formare i laici cristiani ad impegnarsi responsabilmente in tale direzione affinché si possa dare speranza a chi vive una situazione di povertà endemica.
A Napoli è emersa con chiarezza la necessità che le Chiese del Sud entrino per così dire in rete per scambiarsi dati, informazioni, esperienze, progetti e dare così concretamente prospettive occupazionali capaci di rompere la cultura dell’illegalità di chi spesso non ha alternativa al lavoro nero ed alle penetrazioni della criminalità organizzata.

Insieme ai problemi pastorali legati alla definizione di una nuova antropologia ed alla formazione di una solida coscienza civica, mi pare che le prospettive legate ad una visione realistica ed attuale dei nuovi aspetti della questione meridionale debbano essere individuate, sia pure schematicamente, nelle seguenti linee di azione: rimoralizzare la vita politica, dando efficienza alle istituzioni nazionali e locali; rifondare una solida cultura del lavoro e dell’economia reale; cercare risorse di gettito fiscale per lo sviluppo dall’evasione ed elusione fiscale; disegnare un piano di superamento della crisi economica sostenendo la domanda con sgravi fiscali ai redditi medio-bassi; elaborare piani economici di spostamento delle risorse dall’economia finanziaria a quella reale; creare convenzioni tra Chiese locali e centri universitari per produrre ricerca scientifica ed organizzazione imprenditoriale finalizzate alla creazione di imprese autoctone; sostenere scuole di formazione all’impegno sociale e politico; riequilibrare lo sviluppo territoriale di tutte le aree all’interno delle regioni; fondare le produzioni accettando la sfida della qualità nei prodotti e dell’eccellenza nei servizi.

Come si vede, da quanto vado affermando, la mia convinzione più profonda è quella che i problemi del Sud non possano essere studiati ed affrontati solo attraverso una visione economicista, che ovviamente sarebbe riduttiva, ma vadano esaminati in maniera più ampia, seguendone con attenzione gli aspetti culturali e socio-politici.
Il convegno di Napoli, per merito della Chiesa, ha aperto per il Mezzogiorno nuove prospettive di sviluppo che spero siano raccolte da tutti con responsabilità per essere scelte da cittadini attivi come rivendicazioni di diritti fondamentali per ogni persona in modo da incamminarci con tenacia verso la giustizia sociale.
Questo è tanto più impellente per ciascuno di noi in un momento in cui la grave crisi economica che stiamo vivendo ci impone di difendere il diritto ad un reddito garantito per tutti.

Conforta in tal senso aver sentito, citando l’Esodo, che la Chiesa ascolterà sempre il grido del popolo e sarà sentinella per la garanzia del bene comune, ovviamente nell’augurio che essa sappia farlo seguendo con sempre più coerenza la scelta della povertà che le deriva dal suo Signore.di Umberto Berardo16 febbraio 2009

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