Udienza generale del 3 Giugno | Diocesi di Trivento

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Udienza generale del 3 Giugno

Udienza generale del 3 GiugnoRabano Mauro

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare di un personaggio dell’Occidente latino veramente straordinario: il monaco Rabano Mauro. Insieme a uomini quali Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Ambrogio Autperto, dei quali ho già parlato in catechesi precedenti, egli seppe durante i secoli del cosiddetto Alto Medioevo mantenere il contatto con la grande cultura degli antichi sapienti e dei Padri cristiani. Ricordato spesso come “praeceptor Germaniae”, Rabano Mauro fu di una fecondità straordinaria. Con la sua capacità lavorativa assolutamente eccezionale contribuì forse più di tutti a tener viva quella cultura teologica, esegetica e spirituale alla quale avrebbero attinto i secoli successivi. A lui si rifanno sia grandi personaggi appartenenti al mondo dei monaci come Pier Damiani, Pietro il Venerabile e Bernardo di Chiaravalle, come anche un numero sempre più consistente di “clerici” del clero secolare, che nel corso del XII e XIII secolo dettero vita ad una delle fioriture più belle e feconde del pensiero umano.

Nato a Magonza intorno al 780, Rabano era entrato giovanissimo in monastero: gli fu aggiunto il nome di Mauro proprio con riferimento al giovane Mauro che, secondo il Libro II dei Dialoghi di San Gregorio Magno, era stato affidato ancora bambino dai suoi stessi genitori, nobili romani, all’abate Benedetto da Norcia. Questo precoce inserimento di Rabano come “puer oblatus” nel mondo monastico benedettino, e i frutti che egli ne ricavò per la propria crescita umana, culturale e spirituale, aprirebbero da soli uno spiraglio interessantissimo non solo sulla vita dei monaci e della Chiesa, ma anche sull’intera società del suo tempo, abitualmente qualificata come “carolingia”. Di essi, o forse di se stesso, Rabano Mauro scrive: “Vi sono alcuni che hanno avuto la fortuna di essere introdotti nella conoscenza delle Scritture fin dalla tenera infanzia (“a cunabulis suis”) e sono stati nutriti talmente bene col cibo offerto loro dalla santa Chiesa da poter essere promossi, con l’educazione appropriata, ai più alti ordini sacri” (PL 107, col 419BC).

La straordinaria cultura, per cui Rabano Mauro si distingueva, lo segnalò assai presto all’attenzione dei grandi del suo tempo. Divenne consigliere di Principi. Si impegnò per garantire l’unità dell’Impero e, a livello culturale più ampio, non ricusò mai di offrire a chi lo interrogava una risposta ponderata, che traeva preferibilmente dalla Bibbia e dai testi dei santi Padri. Eletto dapprima Abate del famoso monastero di Fulda e poi Arcivescovo della città natale, Magonza, non smise per questo di proseguire nei suoi studi, dimostrando con l’esempio della sua vita che si può essere simultaneamente a disposizione degli altri, senza privarsi per questo di un congruo tempo per la riflessione, lo studio e la meditazione. Così Rabano Mauro fu esegeta, filosofo, poeta, pastore e uomo di Dio. Le diocesi di Fulda, Magonza, Limbourg e Wrocław lo venerano come santo o beato. Le sue opere riempiono ben sei volumi della Patrologia Latina del Migne. A lui si deve con probabilità uno degli inni più belli e conosciuti della Chiesa latina, il “Veni Creator Spiritus”, sintesi straordinaria di pneumatologia cristiana. Il primo impegno teologico di Rabano si espresse, in effetti, sotto forma di poesia ed ebbe come oggetto il mistero della Santa Croce in un’opera intitolata “De laudibus Sanctae Crucis”, concepita in modo tale da proporre non soltanto contenuti concettuali ma anche stimoli più squisitamente artistici, utilizzando sia la forma poetica che la forma pittorica all’interno dello stesso codice manoscritto. Proponendo iconograficamente fra le righe del suo scritto l’immagine di Cristo crocifisso, egli ad esempio scrive: “Ecco l’immagine del Salvatore che, con la posizione delle sue membra, rende sacra per noi la saluberrima, dolcissima e amatissima forma della Croce, affinché credendo nel suo nome e obbedendo ai suoi comandamenti possiamo ottenere la vita eterna grazie alla sua Passione. Ogni volta perciò che eleviamo lo sguardo verso la Croce ricordiamoci di Colui che patì per noi per strapparci dal potere delle tenebre, accettando la morte per farci eredi della vita eterna” (Lib. 1, Fig. 1, PL 107 col 151 C).

Questo metodo di combinare tutte le arti, l’intelletto il cuore e i sensi, che proveniva dall’Oriente, avrebbe ricevuto enorme sviluppo in Occidente toccando vertici ineguagliabili nei codici miniati della Bibbia e in altre opere di fede e di arte, che fiorirono in Europa fino all’invenzione della stampa ed anche oltre. Esso dimostra in ogni caso in Rabano Mauro una consapevolezza straordinaria della necessità di coinvolgere, nella esperienza della fede, non soltanto la mente e il cuore, ma anche i sensi mediante quegli altri aspetti del gusto estetico e della sensibilità umana che portano l’uomo a fruire della verità con tutto se stesso, “spirito, anima e corpo”. Questo è importante: la fede non è solo pensiero, ma tocca tutto il nostro essere. Poiché Dio si è fatto uomo in carne e ossa, è entrato nel mondo sensibile, noi in tutte le dimensioni del nostro essere dobbiamo cercare e incontrare Dio. Così la realtà di Dio, mediante la fede, penetra nel nostro essere e lo trasforma. Per questo Rabano Mauro ha concentrato la sua attenzione soprattutto sulla Liturgia, come sintesi di tutte le dimensioni della nostra percezione della realtà. Questa intuizione di Rabano Mauro lo rende straordinariamente attuale. Di lui rimasero anche famosi i “Carmina”, proposti per essere utilizzati soprattutto nelle celebrazioni liturgiche. Infatti era del tutto scontato, dal momento che Rabano era anzitutto un monaco, il suo interesse per la celebrazione liturgica. Egli però non si dedicava all’arte poetica come fine a se stessa, ma piegava l’arte e ogni altro tipo di conoscenza all’approfondimento della Parola di Dio. Cercò perciò, con estremo impegno e rigore, di introdurre i suoi contemporanei, ma soprattutto i ministri (vescovi, presbiteri e diaconi) alla comprensione del significato profondamente teologico e spirituale di tutti gli elementi della celebrazione liturgica.

Tentò così di capire e proporre agli altri i significati teologici nascosti nei riti, attingendo alla Bibbia e alla tradizione dei Padri. Non esitava a dichiarare, per onestà ed anche per dare maggior peso alle sue spiegazioni, le fonti patristiche alle quali doveva il suo sapere. Di esse tuttavia si serviva con libertà e attento discernimento, continuando nello sviluppo del pensiero patristico. Al termine dell’“Epistola prima” diretta a un “corepiscopo” della diocesi di Magonza, per esempio, dopo aver risposto alle richieste di chiarimento sul comportamento da seguire nell’esercizio della responsabilità pastorale, prosegue: “Ti abbiamo scritto tutto questo così come lo abbiamo dedotto dalle Sacre Scritture e dai canoni dei Padri. Tu però, santissimo uomo, prendi le tue decisioni come sembra meglio a te, caso per caso, cercando di temperare la tua valutazione in modo tale da garantire in tutto la discrezione, perché essa è la madre di tutte le virtù” (Epistulae, I, PL 112, col 1510 C). Si vede così la continuità della fede cristiana, che ha i suoi inizi nella Parola di Dio; essa però è sempre viva, si sviluppa e si esprime in nuovi modi, sempre in coerenza con tutta la costruzione, con tutto l'edificio della fede.

Dal momento che parte integrante della celebrazione liturgica è la Parola di Dio, a quest’ultima Rabano Mauro si dedicò con massimo impegno durante l’intera sua esistenza. Produsse spiegazioni esegetiche appropriate pressoché per tutti i libri biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento con intento chiaramente pastorale, che giustificava con parole come queste: “Ho scritto queste cose… sintetizzando spiegazioni e proposte di molti altri per offrire un servizio al lettore povero che non può avere a disposizione molti libri, ma anche per facilitare coloro che in molte cose non riescono ad entrare in profondità nella comprensione dei significati scoperti dai Padri (Commentariorum in Matthaeum praefatio, PL 107, col. 727D). Di fatto, nel commentare i testi biblici attingeva a piene mani ai Padri antichi, con speciale predilezione per Girolamo, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno.

La spiccata sensibilità pastorale lo portò poi a farsi carico soprattutto di uno dei problemi più sentiti dai fedeli e dai ministri sacri del suo tempo: quello della Penitenza. Fu compilatore infatti di “Penitenziari” – così li si chiamava – nei quali, secondo la sensibilità dell’epoca, venivano elencati peccati e pene corrispondenti, utilizzando per quanto possibile motivazioni attinte alla Bibbia, alle decisioni dei Concili e alle Decretali dei Papi. Di tali testi si servirono pure i “Carolingi” nel loro tentativo di riforma della Chiesa e della società. Allo stesso intento pastorale rispondevano opere come “De disciplina ecclesiastica” e “De institutione clericorum” in cui, attingendo soprattutto ad Agostino, Rabano spiegava ai semplici e al clero della sua diocesi gli elementi fondamentali della fede cristiana: erano una specie di piccoli catechismi.

Vorrei concludere la presentazione di questo grande “uomo di Chiesa” citando alcune sue parole nelle quali ben si rispecchia la sua convinzione di fondo: Chi è negligente nella contemplazione (“qui vacare Deo negligit”), si priva da se stesso della visione della luce di Dio; chi poi si lascia prendere in modo indiscreto dalle preoccupazioni e permette ai suoi pensieri di essere travolti dal tumulto delle cose del mondo si condanna all’assoluta impossibilità di penetrare i segreti del Dio invisibile” (Lib. I, PL 112, col. 1263A). Penso che Rabano Mauro rivolga queste parole anche a noi oggi: nei tempi del lavoro, con i suoi ritmi frenetici, e nei tempi delle vacanze dobbiamo riservare momenti a Dio. Aprire a Lui la nostra vita rivolgendoGli un pensiero, una riflessione, una breve preghiera, e soprattutto non dobbiamo dimenticare la domenica come il giorno del Signore, il giorno della liturgia, per percepire nella bellezza delle nostre chiese, della musica sacra e della Parola di Dio la bellezza stessa di Dio, lasciandolo entrare nel nostro essere. Solo così la nostra vita diventa grande, diventa vera vita.www.vatican.vaRoma, 12 giugno 2009

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