Messaggio per la Vita Consacrata del 2 febbraio,di mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo-Vescovo di Trieste | Diocesi di Trivento

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Messaggio per la Vita Consacrata del 2 febbraio,di mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo-Vescovo di Trieste

Messaggio per la Vita Consacrata del 2 febbraio,di mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo-Vescovo di TriesteCarissimi fratelli e sorelle in Cristo! Il prossimo 2 febbraio, Festa della Presentazione di Gesù al Tempio, si raduneranno nella nostra Basilica Cattedrale di San Giusto i Religiosi e le Religiose della Diocesi. Sarà un incontro spirituale di ringraziamento al Signore per il dono della vocazione e di conferma del generoso proposito di continuare la propria consacrazione in castità, povertà e obbedienza. In vista di questa giornata a loro dedicata, ma che assume anche un rilevantissimo significato ecclesiale e diocesano, ho ritenuto opportuno inviare un Messaggio ai fedeli della Diocesi tergestina per invitare tutti a ringraziare il Signore, che concede il dono impareggiabile della presenza di numerosi consacrati e consacrate, i quali impreziosiscono, con la loro testimonianza evangelica, la vita della nostra Chiesa particolare, rendendola maggiormente conforme al progetto divino di amore. Il Messaggio intende soprattutto sollecitare una maggiore e più approfondita conoscenza della vita consacrata nella nostra Chiesa diocesana, delle molteplici espressioni dei suoi carismi e ministeri e della varia ricchezza del suo essere e del suo operare. La mancata conoscenza è un ostacolo e un impedimento che limitano la percezione della nostra appartenenza ecclesiale, con danni enormi alla nostra vita spirituale. Permettetemi quindi di dirvi una parola sui religiosi e sulle religiose che, lo spero vivamente, possa aiutare tutti a conoscerli meglio per amarli di più, per incrementare e rafforzare il comune spirito di comunione ecclesiale, per intensificare quella amicizia cristiana che è capace di alimentare i buoni propositi della missione evangelizzatrice.

2. Il Concilio Vaticano II assegna una funzione decisiva alla vita consacrata all’interno della vita della Chiesa, affermando, prima di tutto, che essa non è una forma di testimonianza intermedia tra quella del clero e quella dei laici, perché «da entrambe le parti alcuni fedeli sono chiamati da Dio». Nella prospettiva conciliare, la vita consacrata, all’interno della Chiesa, non è un dato soltanto sociologico, ma propriamente teologico ed ecclesiale, in quanto essa appartiene al proprio della Chiesa: anche se non riguarda la sua struttura gerarchica, essa «fa parte indiscutibilmente della sua vita e della sua santità». La vita consacrata riguarda la chiamata a un genere di vita non offerto a tutti, che va oltre la legge naturale delle cose, al quale però alcuni si sentono chiamati, sia in vista del bene degli altri sia per il bene spirituale di se stessi.

3. Il Concilio Vaticano II sottolinea l’origine evangelica della vita consacrata con un essenziale riferimento ai molteplici consigli evangelici — la vita di comunione fraterna, la preghiera, l’amore, la rinuncia, il martirio — radicati nei tre classici: celibato o verginità, povertà e obbedienza. Nella descrizione della vita consacrata, i Padri Conciliari presentano questo genere di vita come un tipo speciale di sequela cristiana e di vita evangelica che si precisa per gli avverbi e gli aggettivi usati. Così, la sequela di Cristo, tipica della vita consacrata, è descritta come letterale, radicale, più stretta, più libera, o di forma totale, esclusiva, unica, piena, assorbente, massima, senza riserve e più somigliante allo stesso Cristo. Per questo motivo, il principio primo e generale del rinnovamento e «norma fondamentale della vita religiosa è la sequela di Cristo indicata nel Vangelo». Questa regola suprema si converte per i Religiosi e le Religiose in criterio di identità e di fedeltà di ciascun Istituto di vita religiosa nella sua propria storia di famiglia, che non lo chiude in se stesso, ma che si presenta come una storia dalle frontiere aperte.

4. Il tipo speciale di vita cristiana dei consacrati è dato dalla professione dei consigli evangelici in uno stato di vita stabile riconosciuto dalla Chiesa: questo è l’elemento che caratterizza la vita consacrata a Dio. Il nucleo distintivo della vita consacrata consiste nella professione dei consigli evangelici che, potremmo affermare, assume una straordinaria importanza ecclesiologica perché rende tale vita un segno portatore di una qualche forma di sacramentalità. È questa la prospettiva indicata da una delle più significative affermazioni dell’Esortazione post-sinodale sulla Vita Consacrata del 1996, quando conclude che «la professione dei consigli evangelici … pone [i chiamati alla vita consacrata] quale segno e profezia per la comunità dei fratelli e per il mondo».

5. I numerosi Religiosi e Religiose della Chiesa di Trieste, unitamente ai sacerdoti appartenenti alla Fraternità di San Carlo Borromeo a all’Associazione Oblati del Divino Amore, sono un segno profetico per la comunità diocesana e per la città. Il loro essere un segno profetico è dato dal primato di Dio e dal primato della fede a cui essi, con la loro consacrazione, richiamano costantemente tutti. Un segno profetico, quello dei Religiosi e delle Religiose, che proviene dalla quotidiana passione di amore per Dio e dalla passione di amore verso l’uomo, soprattutto quello indifeso e povero, dall’annuncio e dalla testimonianza del disegno di amore che il Padre celeste ha realizzato nel Figlio e proviene anche dalla denuncia di tutto ciò che nega o allontana dall’amore e dalla tenerezza del Padre. L’identità delle persone consacrate si rivela proprio nell’essere questo segno profetico nel mondo, nel garantire una coscienza illuminata e illuminante, nel trasmettere e narrare alle persone una singolare esperienza di vita, interamente intrecciata con l’avventura della fede. Consacrati non per essere neutrali/indifferenti davanti alle angosce e ai bisogni dei nostri contemporanei... ma per aver «occhi», per interpretare profondamente la storia, e «cuore» per impegnarsi in toto alla luce del Mistero della Redenzione. I Religiosi e le Religiose sono come sentinelle — «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21, 11) — che scrutano i segni del Regno e della sua giustizia, che si fanno carico anche oggi della sfida a essere fedeli e profeti, che si lasciano animare dall’amore personale verso il Cristo e verso i poveri, in comunione con ogni fratello e ogni sorella del nostro territorio. Anche qui nella nostra Chiesa di Trieste.

6. Per comprendere meglio il valore e il significato del fatto che i Religiosi siano un segno profetico anche nella nostra Diocesi e nella nostra città di Trieste, permettetemi di farmi guida di una geografia dello spirito evangelico che, in alcuni luoghi o situazioni emblematici, viene espresso esemplarmente dai Religiosi e dalle Religiose della nostra Chiesa diocesana.

Cominciamo la nostra ricognizione dal Monastero di San Cipriano, dove vivono una ventina di monache benedettine. Agli sguardi distratti e superficiali che non alimentano alcuna considerazione intelligente e profonda, queste donne, che conducono una vita di stretta clausura, vivono una vita incomprensibile. Eppure esse hanno eroicamente abbandonato tutto e tutti e per sempre per gridare a tutti, con la loro presenza silenziosa e orante che Dio è tutto, che senza Dio e prive di Dio le nostre vite sono perdute e infelici. Esse si sono liberamente e responsabilmente rinchiuse, per vivere un’esclusiva e avvincente storia d’amore con Dio. Sì, cari fratelli e sorelle, esse sono le innamorate dell’Amore che è Dio. Esse sono là, nel cuore di una Trieste affamata e assetata, nei suoi giovani soprattutto, di amore vero e autentico e dell’amore trascendente di Dio; sono là per dirci che solo l’Amore che è Dio è in grado di dare senso e gioia al nostro vivere personale e collettivo. Su questa linea di impegno spirituale si colloca anche l’Ordo virginum che, pur presente in Diocesi, ha bisogno di essere maggiormente conosciuto, incoraggiato e incrementato.

Lasciamo il Monastero e portiamoci in tante parrocchie dove sono presenti i Religiosi (Carmelitani scalzi, Clarettiani, Francescani conventuali, Francescani minori, Gesuiti, Sacramentini, Salesiani, Servi di Maria). Ecco che l’essere segno profetico dei Religiosi si fa, in questa situazione, richiamo esigente a essere comunità cristiane autentiche nella fedeltà al Vangelo, capaci di comunione, di fraternità e di amicizia, generose nella solidarietà e nell’accoglienza dei poveri. Questi Religiosi — parroci e collaboratori parrocchiali — vivono in mezzo al popolo di Dio, condividendone le gioie e le speranze, le tribolazioni e le delusioni e impreziosiscono, con la loro consacrazione a Dio, la loro missione pastorale tra i fedeli delle loro parrocchie. A voi dedicano il loro tempo e le loro energie sacerdotali per coltivare e curare le vostre anime, offrendovi il conforto della Parola di Dio e la grazia santificante dei sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Confessione, del Matrimonio cristiano e dell’Eucaristia. Accolgono i vostri bambini, vi offrono la catechesi e la formazione nelle varie fasi della vita, vi accompagnano all’incontro con il Signore quando arriva sorella morte. Alcuni di essi sono presenti, con ammirevole dedizione, negli ospedali della città, nelle carceri, o si dedicano a promuovere una cultura illuminata dal Vangelo di Gesù. Sono Religiosi, consacrati totalmente a Dio, e proprio per questa ragione generosamente dediti alle vostre anime e alla loro salvezza.

Il pellegrinaggio esplorativo della geografia spirituale della nostra città continua: arriviamo a Montuzza, dove i Francescani cappuccini imbandiscono ogni giorno la mensa dei poveri. È un po’ paradossale e anche inquietante che, in una tra le più benestanti città d’Italia, si allunghi, di giorno in giorno, l’elenco dei poveri — questo il racconto preoccupato dei Parroci al sottoscritto —, e si allarghi la fascia di emarginati e disperati che trovano conforto nella Chiesa che li cura e li ama. I Religiosi Cappuccini di Montuzza, istruiti dal loro Fondatore, San Francesco, il Poverello d’Assisi, sanno che non i ricchi ma i poveri sono i veri e preziosissimi tesori della Chiesa. Anche a Trieste si tiene una serie innumerevole di convegni, simposi, incontri, tavole rotonde… sul tema della povertà. A tutto questo fervore di analisi sociale e politica sulla povertà la Chiesa è interessata fino a un certo punto: non il fenomeno della povertà la riguarda, ma i poveri in carne e ossa, i loro volti, le persone concrete e le loro storie di vita sventurata, perché in essi vede il Signore e ne contempla i tratti del Volto divino.
Il nostro viaggio sosta ora presso una scuola materna e un oratorio promossi e gestiti da Religiose, indaffaratissime in compiti educativi e formativi dei bambini e delle giovani generazioni. A queste associo anche le Religiose che, a Trieste, curano una libreria cattolica. Sul fronte delicatissimo dell’educazione, delicato soprattutto ai nostri giorni per il venir meno di una istituzione come la famiglia, particolarmente debilitata da continui e sconsiderati attacchi, le nostre Religiose esprimono, in maniera esemplare, il loro impegno di promozione umana delle persone secondo il codice educativo che imparano quotidianamente nella contemplazione orante di Dio Creatore e Salvatore. Esse così imparano che il valore della persona sta nel suo essere una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio; che la famiglia è un riflesso dell’Amore trinitario e di questo Amore deve vivere in maniera stabile, consacrandone il valore con la celebrazione del sacramento del matrimonio; che, in Cristo, l’uomo può dissipare le ombre dell’odio, vivere nella pace e nell’amicizia civile; imparano, queste Religiose, la lezione divina che il male e il peccato umano non sono invincibili, perché in Cristo il bene e la grazia hanno già vinto tutte le guerre, anche se continuano le battaglie. Conoscendole e frequentandole, ognuno di noi si può rendere conto che la consacrazione a Dio non ha isolato dal mondo queste Religiose, ma le ha poste nel mondo, con i loro voti di verginità, povertà e obbedienza, come una salutare sfida, ricca di molteplici valenze culturali e spirituali: la loro verginità ci insegna che non ci può essere gioia nello sciupare l’esperienza umana dell’amore in un nevrotico vagabondaggio affettivo; la loro obbedienza ci insegna che la libertà va esercitata nel rispetto di una responsabile adesione al Decalogo e alla legge naturale, soprattutto quando si ha a che fare con i valori della vita, della famiglia e della giustizia sociale; la loro povertà ci insegna che non si può conseguire alcuna felicità duratura confidando esclusivamente nei beni terreni, pur importanti, perché l’unico bene eterno è Dio. Su questa linea, permettetemi di ricordarvi alcune Consacrate appartenenti agli Istituti secolari, che anche a Trieste, senza fare vita comunitaria, vivono la loro consacrazione nella forma di vita cosiddetta secolare. Sono professioniste, impiegate, insegnanti… che non lasciano trasparire nulla di speciale se non che sono consacrate totalmente al Signore per essere totalmente disponibili per il loro prossimo. Una ricchezza la loro esistenza, spesso nascosta dal loro riserbo, ma preziosissima agli occhi del Signore e all’affetto della Chiesa diocesana.

7. Carissimi fratelli e sorelle, come vedete, quando i nostri occhi si lasciano guidare da un’educata curiosità spirituale che si alimenta con la purezza del cuore, allora il loro sguardo si sgombra dalle nebbie dell’ignoranza e del pregiudizio e scopre, forse con sorpresa, la realtà di un mondo, in questo caso quello della vita consacrata, ricco di insperate e promettenti virtualità per la nostra Chiesa e per la nostra città. Eccoli i Religiosi e le Religiose a richiamarci a far tesoro, nella nostra vita cristiana, del primato di Dio su tutto e su tutti, primato da coltivare con la preghiera; eccoli a dirci che le nostre anime sono la cosa più importante che abbiamo, perché noi siamo la nostra anima; anima da coltivare nella fede in Dio; eccoli a invitarci ad aprire il nostro cuore e le nostre mani verso quelli che sono i fratelli e le sorelle che vivono in povertà; un invito che si deve allargare fino alla carità sociale e politica e anche verso quella culturale, per consegnare alle giovani generazioni un mondo più umano e fraterno.
Nell’affidare alla Vergine Madre Maria, icona impareggiabile di ogni consacrazione, i voti di questo Messaggio alla Diocesi, desidero concluderlo con una domanda che rivolgo a tutti i triestini, anche a quelli che non hanno un rapporto stabile con la Chiesa Cattolica: se improvvisamente scomparisse dalla geografia spirituale e dall’orizzonte quotidiano della nostra diocesi la presenza operosa e generosa dei Consacrati e delle Consacrate, la nostra città sarebbe più ricca e migliore? o più povera e peggiore?

Tutti vi affido al Signore e tutti benedico di cuore.+Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo-Vescovo di Trieste
1 febbraio 2010

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