Metodologia e criteri di soluzione della questione nucleare | Diocesi di Trivento

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Metodologia e criteri di soluzione della questione nucleare

Metodologia e criteri di soluzione della questione nucleareL’attuale governo Berlusconi inserisce nel decreto 112 un articolo che prevede la realizzazione in Italia di impianti per la produzione di energia nucleare.
La scelta della decretazione non è casuale, ma rientra in un sistema di governabilità del Paese che tenta di ricorrere a forme di decisionismo filo autoritario le quali mirano ad escludere non solo la discussione parlamentare, ma soprattutto qualsiasi forma di partecipazione e di decisione dei cittadini su questioni di grande rilievo per la loro esistenza.

Roberta Carlini sul n. 05 di Rocca del 1 marzo sottolinea in maniera opportuna le procedure dispotiche ed assolutamente irriguardose per l’opinione pubblica che non solo non viene adeguatamente informata in merito, ma è tenuta, secondo noi, volutamente all’oscuro della stessa scelta dei siti in una campagna elettorale che dovrebbe al contrario esprimere forte chiarezza al riguardo.
Si ignora, allora, il referendum del novembre 1987 che bocciò la possibilità di installare sul territorio nazionale centrali nucleari; si aggira con la legge n. 99 la riforma del titolo V della Costituzione, che pone l’energia tra le materie concorrenti, attraverso una delega al governo per fissare i criteri della scelta dei siti; si impugnano le leggi di undici regioni che ritengono incostituzionali i provvedimenti del governo e di altre che dichiarano denuclearizzati i propri territori; infine con una decretazione di urgenza si rinvia perfino il confronto con la Conferenza Stato-Regioni.

Rispetto a questo ridimensionamento del potere delle regioni italiane, alla mancanza di dibattito nel Parlamento e nel Paese, c’è da chiedersi che fine abbia fatto la democrazia in Italia, in che dimenticatoio sia finito il tanto decantato federalismo e come intendano i cittadini rimuovere le decisioni di vertice e riappropriarsi della sovranità.
La campagna elettorale per le amministrative di fine marzo poteva essere l’occasione per mettere al centro del dibattito, insieme a quello dell’occupazione, della sanità, della rete scolastica, dei trasporti, dell’acqua e del gas, il tema dell’energia, rimuovendo la pesante disinformazione dei partiti e dei mass-media che tendono ad accreditare il nucleare come una soluzione per le necessità energetiche ed il riscaldamento climatico.

Ci si impegna ancora con arroganza sui sistemi per impedire che la magistratura indaghi sui potenti, si studiano i criteri di revisione costituzionale già annunciati per giungere presto all’incoronazione dell’imperatore, si scende in piazza per rivendicare il diritto a distorcere le regole comuni e condivise per il funzionamento della democrazia, ma soprattutto a livello locale non si affrontano con la metodologia ed i criteri giusti i problemi più importanti per le popolazioni.
Sabato 20 marzo per fortuna, a fronte della piazza San Giovanni di Roma assiepata dal popolo del PDL che parlava di amore, mentre il suo leader sputava veleno contro chiunque cerca il rispetto delle regole condivise, c’era un’altra piazza sempre a Roma che reclamava il diritto all’acqua come bene pubblico ed una terza a Milano che, ricordando le vittime della mafia, sosteneva con forza il principio di legalità contro ogni furbizia ed i tentativi di autoritarismo.

Sul nucleare, per tornare al tema, candidati sindaci e governatori di destra e di sinistra si muovono solo per assicurare il proprio elettorato che si opporranno con tutte le forze all’istallazione delle centrali sul territorio del proprio comune o della propria regione. È una difesa del feudo elettorale nella convinzione che comunque sulla questione ci sarà ancora conflitto sociale da parte di chi non si arrenderà alle decisioni dell’esecutivo.

Noi vogliamo sottolineare che tali posizioni nascondono spesso l’ipocrisia di governi regionali che appoggiano la politica nazionale sul nucleare e poi vorrebbero far intendere agli elettori che rifiuteranno le centrali in casa loro. È l’esempio di Iorio nel Molise, di Formigoni in Lombardia, di Zaia in Veneto e della stessa Polverini nel Lazio.
Siamo sicuri che non mancheranno amministratori locali che scenderanno in piazza contro il nucleare e che magari già sui tavoli negoziali hanno discusso il prezzo delle compensazioni ai propri comuni in cambio dell’accettazione dell’istallazione di una centrale elettronucleare.

A noi pare, in ogni caso, che con onestà politica, intellettuale e scientifica, liberandosi da miti ed illazioni, l’approccio al problema non sia quello della difesa del proprio giardino di casa, ma un confronto ampio, diffuso ed articolato per ragionare intorno ai costi, ai rischi ed ai benefici dell’energia nucleare e chiedersi se essa sia un’ipotesi realistica ed una via praticabile, soprattutto in un momento in cui il trend mondiale va in direzione opposta ed il nostro Paese oltretutto deve acquistare all’estero licenze, componenti strategiche per gl’impianti ed uranio da immettere nei reattori. Oltretutto costruiremmo in Italia centrali di terza generazione che non hanno risolto i problemi dei costi del combustibile, della durata dell’attività dell’impianto, delle contaminazioni da incidenti o da emissioni pericolose durante il funzionamento o per lo stoccaggio delle scorie radioattive.

Il mercato, come sostiene il fisico Guido Cosenza, ha abbandonato l’opzione nucleare per la produzione di energia ritenendola ormai senza alcun vantaggio sul piano economico e solo taluni Stati vi si orientano ancora, accollandone le perdite ai cittadini. Domandiamoci: e se lo facessero solo nella prospettiva di un suo uso di tipo militare?
Non ci meraviglierebbe l’ennesima ipocrisia di governi che condannano la corsa al nucleare militare di un Paese come l’Iran, ma la sostengono in casa propria, iniziando magari da scopi definiti civili.
Alcuni dati che emergono da un saggio appena pubblicato da Ponte alle Grazie ed intitolato “La menzogna nucleare”, al quale rimandiamo per approfondimenti, dovrebbero farci riflettere.
Dal 1954 al 1989 sono state costruite nel mondo 423 centrali per la produzione di energia nucleare, mentre dal 1989 al 2007 esse sono aumentate di sole sedici unità. Inoltre in un sondaggio recente promosso dall’ENEL risulta che solo il 40% degl’Italiani è favorevole alle centrali nucleari, purché, però, non sorgano sul territorio in cui essi vivono; risolutamente contrario appare invece il 60%.
Il problema della produzione e del consumo di energia è sicuramente complesso e va affrontato non solo con il finanziamento della ricerca di nuove fonti, tra cui quelle rinnovabili, ma anche con la revisione dell’idea stessa di sviluppo così come da tempo ci suggeriscono diversi studiosi, come ad esempio Serge Latouche o Stefano Zamagni.

L’importante, come sosteniamo da sempre, è risolvere tale questione in maniera democratica, senza lasciare le decisioni ad elites economiche o scientifiche.Umberto BerardoTrivento, 24 marzo 2010

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