Il Cardinal Bagnasco: nella rete si nasconde la "spirale del silenzio" | Diocesi di Trivento

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Il Cardinal Bagnasco: nella rete si nasconde la "spirale del silenzio"

Il Cardinal Bagnasco: nella rete si nasconde la Il cardinal Bagnasco, presidente della Cei, avverte nella rete si nasconde la "spirale del silenzio". Oltre ogni civettuola "chiacchiera di superficie" e per combattere le troppe "parole banali" nei rapporti umani, tocca ai media cristiani dare un’anima e una sostanza di qualità ad Internet: è una provocazione e una sfida che vale la pena affrontare.


Per noi questi i passi salienti dell’intervento del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ha concluso il Convegno 'Testimoni digitali', organizzato a Roma dai vescovi italiani, dicendo: "Il consenso della maggioranza, come suprema istanza, avvia nella Rete il processo della spirale del silenzio per cui alcuni temi - come l'impegno personale e della Chiesa per la vita, la famiglia, la libertà educativa, la giustizia sociale, la solidarietà nella fedeltà al Vangelo - sono destinati spesso all'oblio", perciò: "Cari animatori della comunicazione e della cultura, alla smaterializzazione dei luoghi siete chiamati a far corrispondere l'intreccio stabile delle relazioni dense, a dare al mondo digitale un'anima cristiana" e ha continuato: "Ben sappiamo - ha sottolineato l'arcivescovo di Genova - come questo sia il tempo di riscoprire l'alfabeto dell'umano, poiché le grandi categorie - come la persona, la vita e la morte, la famiglia e l'amore - rischiano di diventare evanescenti e distorte nei loro significati, di essere risucchiate e sfinite da un individualismo dominante ed esasperato".

L’arcivescovo di Genova così ha ribadito anche: "La Rete, pur essendo un'occasione per ritessere la dinamica relazionale, se da una parte fa sì che gli interlocutori si avvicinino, dall'altra però essi rimangono facilmente estranei nella chiacchiera di superficie e nella curiosità senza interesse. Nella Rete si assiste infatti ad una migrazione semantica dalla categoria di appartenenza a quella del consenso, al punto che temi delicati e decisivi, che coinvolgono le decisioni delle personali libertà, vengono tralasciati per non rischiare di infrangere l'irenica armonia digitale, alimentando così i rapporti con parole banali".


Da Avvenire/Chiesa del 23 Aprile 2010: testo integrale del Cardinal Bagnasco

TESTIMONI DIGITALI
«Un'anima cristiana per il mondo digitale»
Un’anima cristiana per il mondo digitale: comunità, strumenti, animatori

A poche ore dal grande incontro con il Santo Padre Benedetto XVI, che già da ora ringraziamo per aver accolto l’invito ad essere presente domani con gli animatori della comunicazione e della cultura della Chiesa italiana, vorrei riprendere alcune questioni messe a fuoco in questo Convegno promosso dall’Ufficio Comunicazione sociale della nostra Conferenza Episcopale, sentendole in sintonia con la domanda che Benedetto XVI poneva alla Chiesa italiana all’Assise ecclesiale di Verona: “Noi siamo eredi degli apostoli, di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa constatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla?” (Benedetto XVI, Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006).
L’impegno della comprensione e della progettazione della presenza della Chiesa nel mondo dei media digitali – al centro delle riflessioni di queste nostre giornate - è, come dice il Papa, “un ambito pastorale vasto e delicato”, richiede cioè di soffermarsi anzitutto sull’azione della Chiesa nell’attuale contesto per individuare forme attestabili di fedeltà al Vangelo oggi. Infatti, l’opera di evangelizzazione “non è mai – afferma Benedetto XVI – un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, una taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella ‘creatura nuova’ (2Cor, 5,17; Gal 6,15) che è il frutto dello Spirito Santo” (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno Nazionale della Chiesa italiana, Verona, 19 ottobre 2006).

Mi pare che siano almeno due gli ordini dei problemi che gli scenari definiti dai media digitali presentano all’intelligenza credente e alla responsabilità progettuale della nostra Chiesa.
a) Anzitutto la questione di come la fede cristiana possa innervare le realtà che si vanno definendo, sia dal punto di vista della costruzione delle simboliche culturali personali che dal punto di vista delle strutture sociali. Si tratta, in sostanza, della prospettiva missionaria dell’animazione culturale.
b) Inoltre il Convegno ha avviato una riflessione per comprendere le strade attraverso le quali rispondere alla domanda di come si possa esprimere il Vangelo nella contemporaneità.
E se la prima questione fa i conti con la situazione di coloro che sono in ricerca, o nel dubbio, o sono non credenti, il problema circa le forme per ri-dire il Vangelo della Risurrezione oggi attesta le buoni ragioni della fede consolidandone l’iniziale appartenenza.
Cercherò di offrire alcune riflessioni per indicare le strade possibili di un’anima cristiana per il mondo digitale.

«Fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,8)
“Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé […]. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo” (Benedetto XVI, La rivoluzione di Dio, San Paolo, Milano, 2005, p. 74).
Per meglio comprendere il significato della nostra testimonianza di Gesù Cristo nel mondo dei media digitali, voglio partire dal libro degli Atti degli Apostoli, riferimento esplicito dell’autocoscienza della Chiesa. E’ interessante notare come Luca, nel prologo degli Atti, dica di aver già inviato a Teofilo un primo libro (cfr Atti 1,1). Luca ha dunque concepito la propria opera in due libri distinti, ma in fortissima continuità, un vero e proprio corpus testuale unitario. In questo senso dunque il suo primo libro, il Vangelo, potrebbe essere detto anche «Atti di Gesù», il secondo «Atti degli apostoli», in cui l’Autore ci racconta come i discepoli divenuti apostoli iniziano a portare la testimonianza del loro Maestro ovunque, “sino agli estremi confini ella terra”.
Vorrei ancora richiamare alcune coordinate storiche e contestuali dello scritto lucano che meglio ci permettono di comprendere la qualità della testimonianza oggi. Nonostante il dibattito in seno agli studi biblici, pare che la maggior parte degli studiosi dati l’opera lucana attorno agli anni Ottanta, ovvero a una decina di anni di distanza dal martirio di Paolo e dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme. Ciò che resta decisivo per Luca, a proposito della storia della testimonianza cristiana avviata dal dono dello Spirito Santo a Pentecoste, è proprio la vicenda dell’Apostolo delle genti. Luca è affascinato osservatore del modo in cui la salvezza, che ha cominciato a “prendere corpo” nella vicenda del popolo di Israele, si è definitivamente incarnata nella storia di Gesù e nella testimonianza della Chiesa.
Ciò che unisce e lega il Vangelo di Luca e gli Atti è Gerusalemme, luogo dove trovano compimento le antiche promesse di Dio al suo popolo e dove inizia l’annuncio cristiano destinato a tutte le genti. Proprio da Gerusalemme prende il via la missione che porterà il Vangelo dai giudei ai pagani, dall’Asia all’Europa.
Con l’evangelista Luca, uomo della seconda generazione che non conobbe Gesù personalmente, noi condividiamo la fede che si fonda sulla testimonianza di altri discepoli e apostoli e siamo chiamati, a nostra volta, a farci testimoni dell’incontro salvifico con il Maestro.
Anche noi oggi, come i primi discepoli, siamo chiamati a seguire Gesù, siamo mandati per continuare la sua missione in obbedienza al suo stile. Questo dunque significa che per la missione è decisivo non solo avere attenzione per i contenuti dell’annuncio evangelico, ma anche per la forma. “Gesù parla dell’annuncio del Regno di Dio come del vero scopo della sua venuta nel mondo e il suo annuncio non è solo un ‘discorso’. Include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire: i segni e i miracoli che compie indicano che il Regno viene nel mondo come realtà presente, che coincide ultimamente con la sua stessa persona. In questo senso, è doveroso ricordare che parola e segno sono indivisibili. La predicazione cristiana non proclama ‘parole’ ma la Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa di Cristo” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 24 giugno 2009).
La Rete, in un certo senso, rappresenta per noi gli “estremi confini della terra” che il Signore Gesù domanda di abitare in nome della nostra responsabilità per il Vangelo. La nostra è anzitutto testimonianza di Gesù, cioè capacità di rimandare, di rinviare alla trascendenza della sua opera e della sua missione.
Se volessimo indicare uno dei molti tratti in cui Gesù stesso ha abitato la storia degli uomini, possiamo far riferimento all’itineranza. Egli, a differenza di Giovanni Battista, non ha semplicemente accolto coloro che accorrevano a lui, ma lui stesso è andato là dove la gente viveva la propria quotidianità. L’itineranza di Gesù rende Dio vicino perché nessuno si senta dimenticato o abbandonato dal Padre. Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo perché la benevolenza di Dio è davvero per tutti. E’ questo il motivo per cui il Maestro può frequentare i ricchi e i poveri, stare in compagnia dei giusti dei peccatori: lui conosce i cuori, i bisogni e le nostalgie e attende tutti alla sua mensa. E’ ciò che viene chiesto a noi, animatori della comunicazione e della cultura nella grande Rete digitale: continuare a far sì che nessuno si senta privato della vicinanza di Dio e della sua consolazione che promette “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28.20)
La forma dell’annuncio del Regno implica, come per Gesù, essere continuamente in movimento, segna la necessità di andare e farsi ovunque presente; tale dinamismo nella Rete può divenire dissoluzione del sé, mentre guardando al Maestro è capacità di non farsi catturare da nessun luogo e da nessuna situazione. Infatti, come nessuno ha potuto pretendere di possedere Gesù al punto che anche i chiodi della croce e la pietra del sepolcro non hanno potuto trattenerlo, così nessuno di noi deve correre il rischio, nei nuovi scenari digitali e nelle rinnovate modalità di relazione, di farsi imbrigliare. La libertà custodisce e nomina la trascendenza di Dio e fa sì che “i cristiani appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata” (Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi, n. 4).

“Far trasparire il cuore” (Benedetto XVI)
L’urgenza e la qualità del vostro impegno è quello di “dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della Rete” (Benedetto XVI, Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: nuovi media al servizio della Parola, 24 gennaio 2010). Cosa significa dare un’anima se non restituire densità alle relazioni leggere della Rete?
La Scrittura – da Abramo a Mosè fino ai profeti – rinnova la chiamata a lasciare, a partire, ad intraprendere un’itineranza, ad accogliere una promessa che pone in cammino. Dunque non ci si ritrova se non a prezzo di un esodo, di un’uscita. Come afferma Lévinas. “La gloria si glorifica attraverso l’uscita del soggetto fuori dagli angoli bui del ‘quanto a sé’ che offrono – come i cespugli del paradiso in cui si nascondeva Adamo mentre udiva la voce dell’Eterno Dio (…) – una scappatoia alla convocazione in cui si mette in moto la posizione dell’Io all’inizio e la possibilità stessa dell’origine” (E. Lévinas, Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza, Jaca Book, Milno 1983, pp. 181-182). Dunque “solo un io può rispondere all’ingiunzione di un volto” (E. Lévinas, Totalità è infinito, Jaca Book, Milano 1980, p. 313): risposta esodica distante dall’itinerario di Ulisse e del tutto assimilabile al cammino di Abramo che vive un’“avventura assoluta in un’imprudenza primordiale” (E. Lévinas, Totalità è infinito, Jaca Book, Milano 1980, p. 313). Le riflessioni del filosofo lituano ci avviano ad alcune note per quell’ umanesimo a cui tutti gli animatori della comunicazione e della cultura sono chiamati a contribuire, perché realmente la Rivelazione sia “la vera stella di orientamento per l’uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità immanentista e le strettoie di una logica tecnocratica” (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica, Fides et ratio, n. 15).
Infatti, andare oltre, partire da sé per dirigersi verso l’altro, significa uscire dalla mera logica dell’accesso per entrare nella dinamica del dialogo, categoria che non esaurisce la propria pregnanza semantica nel rapporto fra un io e un tu, ma esprime qualcosa che trascende entrambi gli interlocutori. Dia-logos, ovvero parola che sta in mezzo, parola a cui tutti possono accedere e che, proprio per questo, sfugge ai tentativi di impossessamento. Del resto è “dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata ed accolta” che nascono rinnovati, giorno dopo giorno, la forza, il coraggio e il fascino della missione evangelizzatrice. Questo a motivo del fatto che essere cristiani nasce da un “incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, n. 1).
Cari animatori della comunicazione e della cultura, alla smaterializzazione dei luoghi siete chiamati a far corrispondere l’intreccio stabile delle relazioni dense, a dare al mondo digitale un’anima cristiana.

Un’anima cristiana per il mondo digitale
I media digitali creano le condizioni per nuove esperienze e per nuove modalità relazionali. Tra queste ultime e la vita reale sembra non esserci una contrapposizione, ma differenti forme di relazioni unificate dal medesimo soggetto. Essere testimoni digitali domanda di saper offrire qualcosa a quella parola che sta in mezzo, dia - logo, e che, proprio perché ci trascende, è senso della nostra vita.
La sfida, per la comunità cristiana, è quella di riuscire a sfuggire al consenso acritico a favore di un dialogo costante; è quella di riuscire a usare i social media come prefigurazione di uno stile di maggiore condivisione.
Poiché “non possiamo certo disinteressarci dell’orientamento complessivo della società a cui apparteniamo, delle tendenze che la animano e degli influssi positivi o negativi che essa esercita sulla formazione delle nuove generazioni” (Benedetto XVI, Discorso di apertura del Convegno della Diocesi di Roma, 11 giugno 2007), la logica della condivisione apre necessariamente anche alla riflessione circa la responsabilità educativa e ad alcuni snodi etici.
Infatti, “l’educazione e la formazione della persona sono influenzate da quei messaggi e da quel clima diffuso che vengono veicolati dai grandi mezzi di comunicazione e che si ispirano ad una mentalità e cultura caratterizzate dal relativismo, dal consumismo e da una falsa e distruttiva esaltazione, o meglio profanazione, del corpo e della sessualità” (Benedetto XVI, Discorso di apertura del Convegno della Diocesi di Roma, 11 giugno 2007). L’impegno della Chiesa e degli animatori della comunicazione e della cultura nella Rete assume i tratti dell’educativo, “servizio inestimabile verso il bene comune e specialmente verso i ragazzi e i giovani che si stanno formando e preparando alla vita” (Benedetto XVI, Discorso di apertura del Convegno della Diocesi di Roma, 11 giugno 2007).
Voi, animatori della comunicazione e della cultura, siete chiamati ad integrare in modo corretto ed efficace la missione educativa - che si avvale delle dinamiche tradizionali insostituibili - con le più recenti tecnologie mediatiche. E’ questo un compito da affrontare con intelligenza e fiducia, senza assolutismi ingenui e acritici o demonizzazioni apocalittiche. Perché tale processo educativo possa compiersi, è necessario che coloro che operano in ambito educativo sappiano anzitutto essere loro stessi familiari dei media digitali, sperimentino cioè cosa significhi navigare, essere on line, abbandonando le retoriche unilaterali e ricorrenti.
Proprio conoscendo, facendo esperienza della Rete si potrà, come educatori, cogliere le potenzialità dei vari contesti e avviare una prospettiva capace di integrare le differenti modalità di relazione con i media digitali. In questo, non possiamo infatti dimenticare che “l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione […]. Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato, o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’autosalvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato” (Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, n. 11). Tutto ciò nella consapevolezza che “l’educazione non crea la persona, ma la trova e la riconosce, ponendo una relazione […] di autentico servizio all’uomo e alle donne cui è destinata. Ma ciò è possibile solo se coloro che sono chiamati ad educare, possiedono il senso profondo delle loro irriducibilità e capacità di relazione, sapendo cogliere, anche nell’esperienza di educatori, ulteriori possibilità di crescita e maturazione per se stessi oltre che per coloro cui è destinato il loro impegno” (A. Bagnasco, Istanze educative e questione antropologica, Convegno sulla sfida educativa, Milano 18 marzo 2010).

Dal punto di vista etico vorrei richiamare l’attenzione almeno su un problema: la Rete, pur essendo un’ occasione per ritessere la dinamica relazionale, se da una parte fa sì che gli interlocutori si avvicinino, dall’altra però essi rimangono facilmente estranei nella chiacchiera di superficie e nella curiosità senza interesse. Nella Rete si assiste infatti ad una migrazione semantica dalla categoria di appartenenza a quella del consenso, al punto che temi delicati e decisivi, che coinvolgono le decisioni delle personali libertà, vengono tralasciati per non rischiare di infrangere l’irenica armonia digitale, alimentando così i rapporti con parole banali. Oggi sembra, dice il Papa, che “rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Poi il consenso della maggioranza diventa l’ultima parola alla quale dobbiamo obbedire e questo consenso – lo sappiamo dalla storia del secolo scorso – può essere anche un consenso nel male. Così vediamo che la cosiddetta autonomia non libera l’uomo”. (Benedetto XVI, Omelia pronunciata alla Messa per i Membri della Pontificia Commissione Biblica, 15 aprile 2010). Il consenso della maggioranza, come suprema istanza, avvia nella Rete il processo della spirale del silenzio per cui alcuni temi - come l’impegno personale e della Chiesa per la vita, la famiglia, la libertà educativa, la giustizia sociale, la solidarietà nella fedeltà al Vangelo - sono destinati spesso all’oblio.
E’ invece urgente “il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia di Dio”, del suo amore che salva e che fonda, garantendola, la vera e incomprimibile dignità di ogni uomo (Benedetto XVI, Udienza Generale, 1 luglio 2009).

A chi si rivolge l’animazione culturale?
Siete dunque chiamati a “essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità” (Benedetto XVI, Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: nuovi media al servizio della Parola, 16 maggio 2010).
Al termine della mia riflessione, permettetemi qualche ulteriore sottolineatura rispetto alle tre parole contenute nel sottotitolo della mia relazione: comunità, strumenti, animatori.
La comunità è certamente la comunità dei discepoli, di coloro che sono stati affascinati dall’incontro con il Maestro e a lui hanno affidato la propria libertà e il proprio cuore. La Rete connette differenti paradigmi esperienziali di relazione, che vanno mantenuti in equilibrio per evitare, da una parte, che la dimensione smaterializzata e disincarnata affondi e si radichi nelle patologie tecnocratiche; e dall’altra che, per paura di correre rischi, la persona si privi delle possibili familiarità con le relazioni della Rete. E’ stato detto in questi giorni che la Rete è luogo di convivialità più che di comunicazione, un ambiente dove ci si accorda in maniera sintonica. Le relazioni della Rete mostrano la preferenziale strada dell’emozione vibrante piuttosto che la più faticosa via della capacità deliberativa, della parola che accomuna o differenzia. Ciò nonostante, la parola avviene come costruzione di un luogo comune da abitare e questo ha sempre una rilevanza etica, in ordine, cioè, alla verità e al bene.
Alcune relazioni in questa Assise hanno riflettuto anche sugli strumenti e i linguaggi dei media digitali, sulla necessità di integrare i contorni semantici di alcune categorie, sulla necessaria coestensione tra le modalità relazionali tradizionali e quelle on line. A tale proposito ho già ricordato come non si deve cedere all’illusoria quanto errata idea di una evangelizzazione mediatica, sintesi frettolosa e carica di fraintendimenti. Se ricordiamo, come dice il Santo Padre, che “come primo passo […] dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza”, (Benedetto XVI, Presentazione degli auguri natalizi alla Curia, 21 dicembre 2009), la Rete è, come ogni altro ambito di relazione, un luogo di evangelizzazione per annunciare Cristo e per annunciare l’uomo. Ben sappiamo come questo sia il tempo di riscoprire l’alfabeto dell’umano, poiché le grandi categorie – come la persona, la vita e la morte, la famiglia e l’amore – rischiano di diventare evanescenti e distorte nei loro significati, di essere risucchiate e sfinite da un individualismo dominante ed esasperato. E’ nella persona viva di Gesù, vero Dio e vero uomo, che l’umano risplende e si compie, ed è anche garantito di fronte ad ogni deformazione culturale. Come ricordava il Concilio Vaticano II, incontrare Cristo, l’uomo perfetto, e accoglierlo nella propria vita, introduce nella umanità vera e piena a cui tutti sono chiamati.
In questo dinamismo missionario, di continua e aerea itineranza, voi, animatori della comunicazione e della cultura, siete protagonisti nella Chiesa. Siete chiamati ad essere sale di sapienza e lievito di crescita. Sale di sapienza, che in concreto significa non essere conformisti e non cercare inutili quanto sterili forme di consenso consolatorio; lievito di crescita, cioè soggetti attivi, terminali di connessioni, attivatori di partecipazione gratuita e responsabile. La Rete non è fatta di confini, ma di ponti. Così la comunità non può e non deve essere quella delle identità escludenti, ma quella dell’amore che include nella verità, e che continuamente impariamo da “colui che hanno trafitto” (Gv. 19,37). E’ guardando al volto di Cristo crocifisso e glorioso, infatti, che possiamo guardare al mondo e abbracciarlo con il cuore di Dio che non ha confini. Angelo BagnascoAvvenireRoma, 24 aprile 2010

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