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Richiesta per Padre Antonio Germano

Richiesta per Padre Antonio GermanoRichiesta per Padre Antonio Germano Carissimi amici,
di seguito vi allego in copia una lettera-richiesta di padre Antonio Germano dal Balgladesh.
Vi prego caldamente di leggerla.
Se ne avete la possibilità, inviate un contributo economico sul conto corrente postale n.10431864 intestato a Caritas Diocesana di Trivento con la causale Bangladesh 2013.
Grazie per l'attenzione e la disponibilità verso l'operato di un uomo giusto che da trentotto anni si spende per gli altri con amore.

Umberto Berardo


DA UN SETTEMBRE ALL’ALTRO.

Cari amici,
andando indietro con i ricordi, in data 30.9.1979, trovo annotato in una pagina dei miei vecchi diari: “Questo fine settembre se ne va e si porta via il mio 40mo compleanno: coscienza di debolezza in questo punto di guardia al limite del coraggio e della umana possibilità. Può Dio colmare sempre questa solare solitudine? Mio Dio, tu sei tutto per me e il mio timore è soltanto per la mia debolezza e non certo per te”.

Eravamo nel secolo scorso ed era il mio secondo anno di missione a Borodol, un’isola fluviale al margine della foresta tropicale, a quell’epoca ancora regno sovrano della tigre del Bengala. Vi ero approdato su una barca a remi nel maggio del 1978 dopo una traversata di 11 ore. Mi era stato chiesto di andare a riaprire quella missione fondata dai Padri Gesuiti nel 1937 e ricevuta in eredità dai Padri Saveriani nel 1952. Dopo la guerra di liberazione del 1971, in seguito alla quale il Pakistan Orientale diventava Bangladesh, la missione era rimasta chiusa per 7 anni, perché nessun padre era disposto a rimanervi in maniera stabile.

Il posto infatti era considerato pericoloso sia per la posizione geografica, che lo rendeva difficilmente raggiungibile, sia per il tipo di gente, intoccabili, designati col titolo dispregiativo di Muci. La sola pronuncia del nome provocava disgusto in chi lo sentiva. Sentendo il nome, la gente “altra” sputava per terra in segno di disprezzo e per paura di essere contaminata. In pratica è la stessa reazione che si ha quando giunge al naso un puzzo di merda (mi scuso per il termine, che però rende bene l’idea).

La missione di Borodol si trovava (dico si trovava, perché, purtroppo, col tempo tutti i fiumi del Bangladesh tendono a insabbiarsi) al centro di un’isola fluviale formata da un grande fiume, il Kopotokho, il fiume degli albori della mia vita missionaria. Per 12 anni ho visto il flusso e riflusso delle sue acque, fenomeno dovuto all’alta e bassa marea; l’ho visto tante volte gonfiarsi e rompere gli argini, portando distruzione e, a volte, anche morte in occasione dei ricorrenti cicloni. Proprio in quegli anni mi trovavo a leggere Shiddharta di H. Hesse, di cui, sulle pagine del diario annotavo una citazione: “Ma dei segreti del fiume, per quest’oggi, non vedeva che una cosa sola, tale da afferrare interamente l’anima sua. Ecco quel che vedeva: questa acqua correva correva, eppure era sempre lì, era sempre e in ogni tempo la stessa, eppure in ogni tempo un’altra”.Cari amici, mi scuso con voi se mi sono lasciato travolgere dall’onda dei ricordi. Il fatto è che per me Borodol è un’epopea, scritta dentro e mai completamente narrata, se non a spizzico. L’avventura di fede iniziata a Borodol nella consapevolezza matura dei miei 38 anni di età continua ancora anche se questo settembre si porta via il mio 74mo anno di età. La scelta degli ultimi, quelli che Mahatma Gandhi definiva con le famose 4 elle: “THE LAST, THE LOWEST, THE LEAST, THE LOST” (è un inglese semplice, ma efficace, che, tradotto in italiano perde tutta la sua forza), questa scelta dunque rimane la mia scelta. Sono tanti i nomi con cui i miei ultimi vengono designati. Uno dei più antichi è quello di PARIA (trascritto in inglese pariah), la cui spiegazione l’ho trovata leggendo il libro dell’ Abbè J. A. Dubois, un francese, missionario in India dal 1792 al 1823. Il libro, oltre 700 pagine , è un classico, fondamentale per la conoscenza del mondo Hindu. Il titolo in inglese è: “Hindu Manners, Customs and Ceremonies”. A pag. 49 della vecchia edizione che mi è capitata fra le mani trovo, in nota, la spiegazione del termine PARIA. Testualmente dice: “Parayen means one that beats the drum (=parai), che in italiano suona così: colui che percuote il tamburo, chiamato appunto parai”.

LA SOFFERENZA DI DOVER DIRE TANTI NO. La missione tra i fuori-casta è una missione globale, che va incontro a tutto l’uomo. Evangelizzazione e promozione umana vanno di pari passo e non si dà un prima e un poi. In questa prospettiva, l’educazione intesa come acquisizione e maturazione di quei valori che fanno dell’uomo una persona, rimane una priorità nella nostra azione. Ovviamente occorrerà anche l’aggancio politico, senza il quale tutto si ferma a livello di sogno. Qualcosa è già cominciato, ma ci vorrà ancora qualche generazione prima che le cose maturino fino allo stadio, in cui i nostri, non più stigmatizzati come fuori-casta, ma uomini liberi tra uomini liberi gestiranno il loro destino. Io morirò con dentro il sogno, qualche altro ne vedrà la realizzazione.

Tutti gli altri aspetti della vita associata sono tenuti in considerazione in base alla disponibilità finanziaria della missione. Uno dei settori che assorbe gran parte delle risorse è quello sanitario. In questo campo la situazione è molto precaria, a livello generale, qui in Bangladesh. Negli ultimi anni c’è stato un notevole balzo in avanti: si sono moltiplicate le strutture ospedaliere, alcune delle quali non hanno niente da invidiare a quelle più sofisticate del mondo occidentale e così è cresciuta la schiera dei medici, ma è completamente assente ogni previdenza o assistenza governativa. La cura degli ammalati è un grosso business e può curarsi solo chi ha i soldi.

La missione, a riguardo, è un punto di riferimento non solo per i fuori-casta ma per tutti i diseredati della zona,che vengono a noi per i casi più disperati. Purtroppo in questi ultimi tempi abbiamo dovuto dire tanti no perché le risorse si sono esaurite. La crisi economica, che da vari anni travaglia il mondo occidentale, si è fatta sentire in maniera molto forte da noi. Dover dire di no a tanti casi pietosi fa piangere il cuore. E’ capitato qualche giorno fa. Una partoriente è venuta a chiedere aiuto perché aveva bisogno dell’intervento cesareo. Per l’operazione occorre l’equivalente di 120 euro, che, in Bangladesh, corrisponde a tre mesi di lavoro di un operaio. Non siamo stati in grado di aiutarla. In seguito son venuto a sapere che la donna è morta dando alla luce una bambina.Ecco un elenco di possibili interventi:

-CASETTE IN MURATURA: per sostituire quelle di fango con copertura di foglie di palma. Queste casette costituiscono un baluardo contro le frequenti inondazioni e i cicloni. Una casetta decente in muratura viene a costare intorno ai mille euro.
-DEEP TUBE-WELL: nella zona dove ci troviamo ad operare la falda acquifera superficiale è inquinata da arsenico. Per trovare acqua potabile bisogna scendere almeno a 200 metri di profondità. Nel passato abbiamo fornito di pozzi profondi 15 villaggi. Abbiamo tante richieste fatte da altri villaggi, che rimangono disattese. Il costo di un deep tube-well si aggira intorno ai 500 euro.
-INIZIATIVE DI LAVORO: queste iniziative mirano a che la nostra gente attraverso il lavoro riesca a stare in piedi da sola. a). FURGONCINI da trasporto merci e persone. Tanta della nostra gente per questo tipo di lavoro usa i tricicli a pedale, che sono molto faticosi e subiscono sempre più la concorrenza dei mezzi motorizzati. Il costo di un furgoncino si aggira intorno ai mille euro.
- APERTURA DI PICCOLI NEGOZI O BOTTEGHINI: abbiamo gente che ha frequentato la scuola tecnica o che ha imparato il mestiere di falegname, sarto, barbiere ma che non ha la possibilità di affittare un locale al bazar o comprarsi gli strumenti di lavoro. Un contributo di mille euro consentirebbe loro di partire e di autogestirsi.

E mi fermo qui sperando di non aver approfittato troppo della vostra pazienza. Eventualmente, chiedo perdono e comprensione, promettendo che per qualche mese non vi importunerò. Salutandovi cordialmente, vi chiederei per ultimo un ricordo nella preghiera.

P. Antonio Germano Das, sx. Ufficio comunicazioni sociali26 settembre 2013

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