Disuguaglianza: fondamento dell’economia capitalistica | Diocesi di Trivento

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Disuguaglianza: fondamento dell’economia capitalistica

Disuguaglianza: fondamento dell’economia capitalistica Qualche giorno fa a Ragusa il mare ha inghiottito tredici persone che provavano a raggiungere l’Europa dall’Africa.
Oggi, mentre scriviamo, altre centinaia, tra morti e dispersi, hanno perso la vita nello stesso tentativo.

Certo possiamo scagliarci contro l’immoralità e perfino l’inumanità degli scafisti e dei trafficanti di esseri umani ed è ovvio che non esista bilancia in grado di pesare le loro colpe; se cerchiamo tuttavia le cause di tali tragedie, forse la nostra riflessione dovrà allargarsi, perché le responsabilità toccano tutti quelli che accettano senza battere ciglio le strutture sociali, economiche e politiche che sono a fondamento di un’economia mondiale inaccettabile.

Iniziamo queste riflessioni allora con alcuni dati che danno plasticamente l’immagine disumana dell’organizzazione della società in cui viviamo.

Il 20% della popolazione mondiale possiede l’82,7% del reddito del nostro pianeta, mentre il 20% più povero ne ha solo l’1,4%.

In Italia il 10% delle famiglie detiene il 45,9% della ricchezza complessiva ed il nostro è, dopo USA e UK, il terzo paese per disuguaglianza da reddito.

In Molise, secondo il metodo Gini che va da 0 ad 1, il divario tra gli abitanti è pari a 0,274 per reddito e 0,502 per ricchezza mentreil tasso di povertà è al 28,2%.

In questo periodo di crisi la forbice tra ricchi e poveri è fortemente aumentata al punto che il patrimonio delle famiglie più ricche è salito del 2%.
Tra l’altro i benestanti sono sempre più anziani a scapito dei giovani.

La distribuzione ineguale della ricchezza è indubbiamente frutto di un’economia capitalistica che pochissimi ormai cercano di eliminare per forme più umane di programmazione della stessa.

Nel corso dei secoli intellettuali singoli o intere collettività hanno provato a disegnare ed a realizzare forme di organizzazione statalistica, collettivista o socializzata della proprietà, tutte fondate sull’idea solidaristica o sul concetto della condivisione.
Oggi la politica non si occupa più della giustizia sociale, impegnata com’è a difendere i privilegi di lobbies e caste o gli egoismi disumani di magnati dell’industria o della finanza.

C’è di più.

I profitti diventano sempre più esagerati soprattutto nei settori dell’alta tecnologia e della new economy ed il mondo finanziario è tollerato, mentre vi dilagano metodologieprive di qualsiasi etica.
Il capitalismo finisce per diventare selvaggio al punto che organizza la produzione in particolari aree del mondo con metodi che assumono nuove forme di sfruttamento e perfino di schiavismo.

Non si riesce neppure a capire un principio elementare: se non c’è una distribuzione più omogenea della ricchezza, i consumi resteranno compressi; così ovviamente sarà difficile uscire da una crisi che crea sempre più poveri e tantissimi morti a causa della miseria prodotta dalla voglia di accumulo e dall’ingiustizia di leggi che, bloccando i sistemi migratori, generano tragedie.

Se nel mondo si muore per fame o per la violenza della guerra, questo non sembra più affare né degli organismi internazionali, ridotti ormai a strutture unicamente formali, né più in generale della politica che non riesce neppure a cogliere le voragini di un sistema economico che rischia fra poco di saltare per soffocamento.

Papa Francesco ha detto con chiarezza che è l’idolo del denaro e del potere a generare il male nella storia e che, quando lo rincorriamo, dovremmo solo provare vergogna.

Non lottando per distruggere questi totem e per ricostruire relazioni tra gli esseri umani fondate sull’amore, continueremo ad indignarci per un giorno sulla tragedia di migranti inghiottiti dal mare, mentre piccole o grandi forme di ricchezza perpetreranno la disuguaglianza e ci seppelliranno in un egoismo da cui non saremo riusciti a redimerci.Umberto Berardo4 ottobre 2013

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