“Rompere gli schemi” per creare il nostro futuro | Diocesi di Trivento

Riflessioni

“Rompere gli schemi” per creare il nostro futuro

I segni che Papa Francesco sta dando al popolo dellaChiesa e a tutti i popoli sono quelli che abbiamo sempre aspettato e cherappresentano l'attualizzazione dell'insegnamento più profondo che lo Spirito Santoha ispirato ai Vescovi nel Concilio Vaticano II.

Mi riferisco in modoparticolare al forte richiamo alla Chiesa come popolo di Dio, all'attenzione aipoveri e alle cause che creano le povertà, alla condanna che deve essereimplacabile contro i mercanti di morte e contro i trafficanti di esseri umaniche prosperano nel dolore dei più umili e deboli.
In questo contesto, trova unasua ragione la parola, chiara e ferma come non mai, che il Santo Padre hapronunciato contro le mafie che nelle nostre società producono terrore, morte,devastazione della dignità umana. Papa Francesco ha ricordato, nella Omeliatenuta a Campobasso, che Dio "non è neutrale, ma con la sua sapienza sta dallaparte delle persone fragili, discriminate e oppresse". È chiara la responsabilitàche il Papa ci assegna, quella di raccogliere e fare nostro il monito delle sueparole perché, come Egli ci ha spiegato, "noi siamo un popolo che serve Dio". E"Il servizio a Dio si realizza in diversi modi, in particolare nella preghiera,nell'annuncio del Vangelo e nella testimonianza della Carità".

Ma il Papa non si è fermato a questo, a unincoraggiamento generico. Ci ha detto di più, ci ha invitato, riprendendoun'espressione usata nel suo saluto dal Rettore dell'Università del Molise, a"rompere gli schemi", perché questa è la condizione indispensabile per andareavanti, per essere creativi trovando così le nuove strade del futuro. Romperegli schemi, dunque. "Bella definizione teologica" l'ha definita Papa Francesco,per me è anche un'indicazione politica, il primo punto di un manifesto per ilrisveglio della nostra terra, un invito che tutti debbono accogliere nel lorocuore e nella loro mente facendone la linea guida della loro azione. Miriferisco naturalmente agli uomini e alle donne impegnati nel servizio delleIstituzioni e della comunità, ma anche a tutti noi perché le colpe e leomissioni degli altri non debbono farci essere indulgenti nei confronti dellenostre.

La visita di Papa Francesco ci ha rafforzato nellanostra idea di porre al centro della nostra azione pastorale l'uomo nella suainterezza, la persona nel suo essere insieme "anima e corpo", la dimensionespirituale e quella materiale. È ciò che da anni la Caritas di Triventosostiene, è quello che io stesso ho sintetizzato, in un articolo di diciottoanni fa, con l'espressione "Non solosalvarsi l'anima"; ieri sembrava quasi un'affermazione o velleitaria oprovocatoria, oggi l'autorevolezza del Papa ci conferma che si trattava di unagiusta intuizione e ci incoraggia nel proseguire su questa strada che si facarico dell'uomo nella sua interezza, come Gesù ci insegna nella bellissimaparabola del Buon Samaritano. Diceva don Primo Mazzolari: "abbiamo imparato avalutare il carico massimo di una nave, la portata di un ponte, il carico di uncammello e di un cavallo, e non ci curiamo di sapere fin dove reggono le spalledi un uomo". Oggi è lo stesso Papa a raccomandarci di chinare il nostro sguardosull'insopportabilità dei pesi che l'uomo in certe circostanze è costretto adassumere su di sé, per la sopravvivenza propria e della propria famiglia.

Il forte richiamo che il Papa fa costantemente agliultimi e ai fragili, il suo riferimento continuo e accorato a guardare tutte leperiferie del mondo ci riporta anche alla nostra terra, ai suoi problemi, aglielementi di una crisi che l'ha progressivamente emarginata e impoverita diuomini e beni. È del nostro Alto Molise e dell'Alto Vastese che sto parlando,non bisogna andare lontano da qui, in altri luoghi del mondo, per incontrare leperiferie per le quali possiamo e dobbiamo fare qualcosa. Le nostre terre sonouna periferia territoriale e sociale, nella quale sono assenti tutti i presidiche assicurano la prospettiva di una vita dignitosa.

Il ridimensionamentodell'Ospedale di Agnone, che prelude forse alla sua definitiva chiusura, la cancellazione delle piccole scuole dimontagna, la cui funzione è molto più importante di quanto moltisuperficialmente siano disposti ad ammettere, la viabilità sempre piùdisastrosa che rende difficile persino gli incontri e il dialogo tra persone ecomunità, la carenza o l'assenza di una connessione internet adeguata,l'annullamento, un pezzo dopo l'altro, della struttura dei servizi pubblici,come le caserme o le poste: tutti questi sono i segni di una periferizzazionedelle nostre terre. La periferia è ciò che si allontana dal centro, non soloterritorialmente ma anche socialmente, economicamente, psicologicamente,culturalmente; è lo scomparire dall'orizzonte delle priorità comuni ed è perciòil sintomo di un degrado che è nostro dovere contrastare e fermare. In chemodo? Rompendo gli schemi, come ci insegna Papa Francesco.

Rompere gli schemisignifica non arrendersi al conformismo che pretende di dare un costo e unprezzo a tutto, circoscrivendo il conto a un dare e avere solo materiale.

"Rompere gli schemi" significa avere ilcoraggio di dire che l'Ospedale di Agnone deve essere non solo conservato maanche potenziato perché è situato in un'area periferica del Molise sprovvistadi qualsiasi altra opportunità sanitaria.
"Rompere gli schemi" significa che lescuole primarie debbono restare nei piccoli paesi e su di esse occorreinvestire con le più moderne tecnologie in modo che i nostri bambini abbiano lestesse sollecitazioni di quelli che studiano in condizioni più favorevoli,perché molti studi ci dicono che si possono realizzare esperienze didattiche diavanguardia anche nei piccoli paesi e nelle pluriclassi, a patto che ci sianoattrezzature adeguate, progetti didattici innovativi, docenti motivati.
"Rompere gli schemi" significa investire nella banda larga e nella fibraottica, per assicurare una connettività veloce, anche nelle zone disagiate cheil puro conto economico esclude da programmi di modernizzazione, ignorando lepotenzialità che in queste realtà esistono.
"Rompere gli schemi" significastudiare e applicare progetti per far tornare la gente a vivere nei nostripaesi, offrendo condizioni di vantaggio che siano l'incentivo per questoritorno.
"Rompere gli schemi" significa ritornare alla coltivazione dellaterra, da noi abbandonata in nome dello sviluppo industriale che oggi stamostrando tutti i suoi limiti e contraddizioni: dice Papa Francesco: "Ilrestare del contadino sulla terra non è rimanere fisso; è fare un dialogo, undialogo fecondo, un dialogo creativo. È il dialogo dell'Uomo con la sua terrache la fa fiorire, la fa diventare per tutti noi feconda".
"Rompere gli schemi"significa che il Patto per il lavoro, auspicato dal Papa per le nostre terre,veda tutte le Istituzioni - a partire dalle Regioni Abruzzo e Molise che inquesto hanno il ruolo più importante - protagoniste di un progetto comune perle zone interne, favorendo chi vuole investire e innovare, agevolando leattività artigianali e la piccola imprenditorialità e ponendo al centro dellepriorità il lavoro, la cui creazione dovrà essere il parametro sul qualevalutare il valore dei progetti e delle iniziative.

Dobbiamo essere pronti, in una parola, a vivereun'epoca in cui il mondo torni con la testa sulle spalle, e cioè a guardare lecose per quello che sono e non come la distorsione ottica della nostra societàvorrebbe farci vedere.

L'invito a "rompere glischemi" è rivolto sia alla politica sia ai Vescovi della nostra terra sia aisacerdoti e a tutti gli uomini che sentono la responsabilità del bene comune.

Oggi sembra che le parole di Papa Francesco abbiano colpito e fatto breccianell'animo di tutti; le sento citare e ripetere nelle occasioni più svariate.Un'impressione così forte e condivisa mi riporta alla visita di un altro Papa,Papa Giovanni Paolo II che venne ad Agnone, a parlare di umanità e lavoro, ilgiorno di San Giuseppe del 1995. "Sarà doveroso – Egli disse - progettare laqualità del territorio, superando la tentazione di emarginare, rispetto aiservizi essenziali, le zone più ferite dall'emigrazione, dallo spopolamento:solo ripristinando dappertutto condizioni di vita ottimali si consentirà aciascuno di rimanere nella terra dei suoi avi e nella sua casa.

Si tratta diproblemi che vanno risolti alla luce di una forte cultura della solidarietà edella giustizia: non si promuove vero progresso se si abbandonano a se stessi ipiù piccoli e gli ultimi". Papa Giovanni Paolo ci affidò un compito; a distanzadi quasi venti anni sento che quel compito è ancora attuale e quell'impegnoancora necessario.

Spero fortemente che le parole di papa Francesco lo abbianorisvegliato nei cuori dei tanti che purtroppo in questi anni ne hanno offeso lospirito vero, dimenticando e abbandonando quei " più piccoli e ultimi" che, nelnome del Vangelo e della Costituzione della Repubblica il nostro doverecristiano e civile ci impone di difendere.Don Alberto ContiCastelguidone (CH), 4 agosto 2014

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