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Corrispondenza Missionaria dal Bangladesh

Corrispondenza Missionaria dal BangladeshCorrispondenza Missionaria dal Bangladesh Carissimi rivisitando in questi giorni di grazia memorie e diari, ho trovato queste due pagine che risalgono ancora ai primordi della mia missione in Bangladesh.
Non so se in questo ottobre missionario possano interessare a qualcuno. Ve le mando.

Un cordiale fraterno saluto. p. Antonio

AMALGAMA CHE REDIME

Esco con i sandali ai piedi. Malgrado le piogge torrenziali di due giorni, c'è sempre in fondo al cuore la speranza che non si debba affondare nel fango, il cui solo ricordo ti trincera dentro e ti raggruma il sangue. Debbo recarmi all'ufficio postale e c'è da attraversare tutto il bazar: il tempo per rimescolarmi con tutti gli elementi della natura, degli uomini e degli animali. Metto la testa fuori del cancello della missione: non ci sono dubbi, bisogna rinunciare ai sandali. Ma l'esperienza visiva non mi convince ancora e cos voglio provare anche quella tattile. Rimango impantanato. Contro tale evidenza devo arrendermi. Se voglio andare avanti, devo eliminare i sandali. È il momento in cui riemergono tutte le paure come spettri incombenti. Ho le dita dei piedi piagate e i germi latenti nella massa di fango sono pronti ad assaltarmi. Intanto la gente ritorna dal bazar. Loro vanno avanti sicuri e mi danno uno sguardo divertito: quel fango ci divide, una cortina invalicabile si pone tra me e loro. Lentamente avanzo per non sdrucciolare giù. Di tanto in tanto il fango si fa melma, dove si rimescolano confusamente piscio e sterco di vacca e sputi di uomini consunti dalla tisi. Man mano che avanzo, affondo e mi confondo con l'amalgama, mi sento quasi invadere da una forza rigeneratrice. Vado avanti persino più spedito, con la gente ci incontriamo e sorridiamo a cuore aperto: quella cortina è caduta quasi per incanto. Il fango l'ha fatta cadere. Là dove tutto si confonde, gli elementi della natura con quelli degli animali e degli uomini mi sono rimescolato in un bagno purificatore.

Borodol,20 agosto 1979
P. Antonio Germano,s.x.

VISITA AD ALOMTOLA, UN VILLAGGIO DELLA MISSIONE DI BORODOL.
Sono quattro ore che sono seduto in barca: un tempo interminabile, sempre uguale; cerchi di pensare ma anche il pensiero ad un certo momento ti sfugge e ti trovi nell'inerzia senza tempo. Sto andando verso Alomtola per visitare quei cristiani: in tutto una quarantina di famiglie. La chiesetta fu spazzata via da uno di quei temporaloni di maggio. Il catechista, che da pochi mesi avevo mandato di là, aveva approfittato della buona fede e della ignoranza della gente, raspando take (taka è la moneta bengalese) qua e là, imbrogliando più di qualcuno. Come risultato dovetti rimuoverlo perché non ne compinasse di più. Arrivando ad Alomtola so cosa mi aspetta: padre, noi siamo poveri, stiamo morendo, se lei non ci aiuta per noi non c'è via di scampo. È la solita filastrocca. Ho avuto tutto il tempo per prepararmi e disporre a dire tanti no. Tanto è vero che porto con me solo i soldi del viaggio.Attraverso un cammino lento e paziente bisogna cancellare dalla loro mente questa identificazione del padre con le take, per cui la visione del padre a loro non suggerisce altro che la richiesta di aiuto. Finalmente si arriva e per tutto il tempo la corrente sfavorevole. Il solito imbroglio: ti dicono che fra non molto ci sarà la corrente favorevole e poi questi fiumi bengalesi che s'incrociano e si intersecano capricciosamente, rimescolano le correnti in maniera tale che nessun barcaiolo sa prenderle al momento giusto.

Appena metto piede a terra, i bambini mi intravvedono e si precipitano a venirmi incontro, mettendo a soqquadro il villaggio con le loro grida: il padre, il padre! Il padre è arrivato! Si fa presto a mobilitare gente che non ha niente da fare. In men che non si dica, uomini, donne, vecchi e bambini fanno massa sulla strada. Desiderio di vedermi o semplice diversivo che viene a interrompere l'eguale cadenza della loro giornata? Chi può dire fino a qual punto c'è sincerità in questa gente per secoli calpestata e trattata da sotto-uomini, a livello delle bestie? Sugli occhi dei bambini si legge meglio la spontaneità: forse per loro potrà essere qualcosa di diverso.

Il primo spettacolo che si presenta ai miei occhi entrando nella para (para è una sezione del villaggio; in ogni villaggio c'è la para Hindu,Musulman para e la Muci para e cioè la para dei fuori-casta) è il groviglio di legni e tegole della chiesetta spiantata dalla tempesta di maggio: sono passati 3 mesi e tutto è ancora lì. Nessuno ha avuto l'dea di raccogliere e sistemare in qualche modo quel materiale disperso. Al più qualcuno si è accontentato di portarsi a casa qualche pezzo di legno per alimentare il fuoco della cucina. Butto l'ombrello e la borsa a terra in maniera significativa in maniera che essi capiscano la tonalità della mia visita. Poi mi metto a raccogliere le tegole e a tirar fuori dal groviglio della rovina. Come sempre, l'esempio è contagioso: tutti mi seguono, primi fra tutti i bambini.

Terminato questo primo lavoro, mi dirigo verso la pompa dell'acqua, messa su col contributo del vescovo e mio personale (cioè dei benefattori): circa 3 mila take. Da più di due mesi non funziona unicamente perché l'washer si è rovinato. A nessuno è venuta l'idea che, sostituendo l'washer, avrebbero potuto attingere acqua di nuovo, evitando di bere l'acqua del pukur (pukur=laghetto-pozzanghera che si trova in ogni para: ci si lava e ci si fa il bagno). Mando qualcuno al vicino rice-mill a prelevare qualche chiave inglese per aprire la pompa. Arriva un mistri (=meccanico) musulmano con due chiavi e lui personalmente si mette al lavoro. Apriamo e troviamo che effettivamente l'washer è rovinato e bisogna sostituirlo. Ad Alomtola tale materiale non si trova, bisogna andare a Paigacha, centro della thana (=posto di polizia), che si trova a 3 miglia di strada. Ordino che si faccia subito una colletta: una taka per famiglia. È più che evidente: se manca il contributo loro personale, se non sentono come loro le cose, niente può durare in mezzo a questa gente e tutto è destinato ad avere la stessa fine della chiesetta e della pompa dell'acqua.

Intanto incomincia a diluviare: in pochi minuti tutto è ridotto in una poltiglia di fango e bisogna rassegnarsi a passare tutto il resto della giornata seduti in veranda. Intanto è pronto anche il mio pranzo. La mia visita è stata improvvisa e perciò è mancato il tempo per preparare qualcosa di speciale per il padre: un pugno di riso bollito e un ovetto striminzito. Anche il mangiare diventa uno spettacolo: tutti sono lì a vedere come me la cavo con le mani, perché questa mia gente appena sa che le posate possano esistere in qualche posto di questo mondo. Naturalmente non manca la compagnia degli animali: capre, mucche e galline. Qui tutto si confonde e la natura rimescola tutto.

Giunge anche la notte e c'è un letto anche per me. Nella veranda della capanna quel tavolo su cui ho consumato il pranzo e la cena si trasforma ora in letto per me: sopra ci sono io, sotto le capre e le galline. Meno male che non ho un fiuto raffinato ed è depositato in fondo a me quel fiuto campagnolo che ha costituito i primi anni della mia vita.

Borodol, 6 settembre 1979
P. Antonio Germano,s.x.p. Antonio GermanoChuknagar (Bangladesh), 16 ottobre 2014

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