"Gorgo" | Diocesi di Trivento

Riflessioni

"Gorgo"

Davvero un interessante incontro culturale nel capoluogo regionale al Libertine caffè boutique sollecitato da un'interessante iniziativa editoriale.
Eravamo insieme alla manifestazione tenutasi nell'autunno dello scorso anno a Campobasso contro le centrali a biomasse nell'area del Matese quando Angelo Di Toro mi ha chiesto di presentargli "Gorgo", l'ultima sua fatica letteraria per i tipi della Tipolitografia Lampo.

Nella vita ci sono persone con le quali nascono rapporti sinergici dichiarati di pensiero e di azione ed altre con cui le stesse relazioni di carattere culturale, sociale e politico si incrociano quasi come un fatto normale, direi dovuto, tra soggetti che, pur con sensibilità e formazione diverse, camminano in ogni caso nella stessa direzione caratterizzata dai medesimi obiettivi.

Questo è successo spesso tra me ed Angelo nel ruolo di docenti ed in quello di operatori culturali e politici umili, ma decisi ad avere una presenza attiva, soprattutto all'interno della società molisana.
Angelo Di Toro è stato per lunghi anni apprezzato docente di Italiano e Storia negli istituti superiori di Campobasso presso i quali ha lavorato con grande competenza professionale ed onestà intellettuale in un'attività didattica in grado di formare negli allievi un forte spirito critico, un largo orizzonte culturale ed un'efficiente presenza nel lavoro di elaborazione di tentativi razionali di soluzione ai problemi individuali ed a quelli della collettività.

Questo suo impegno è stato sempre affiancato da una costante volontà di aggiornamento culturale, pedagogico e didattico capace di animare con intelligenza e competenza l'attività di ricerca degli allievi.
La sua passione per l'impegno politico e sociale, poi, non ha avuto mai fini legati al prestigio ed al potere personale, ma unicamente l'intento di rendere questa società attenta alla realizzazione di principi e valori sempre proclamati da talune forze politiche e purtroppo mai completamente concretizzati quali la democrazia, la giustizia sociale, l'uguaglianza, la libertà e soprattutto il rispetto della dignità di ogni essere umano.

Angelo di Toro, come tanti altri, ha fatto politica e continua a farla nel senso più originale e maturo del termine e cioè come un servizio costante alla collettività, opponendosi a qualsiasi forma di sovrastruttura socio-economica o istituzionale costruita dagli uomini per garantire i privilegi di pochi ed umiliare così la stragrande maggioranza dell'umanità.

Il sogno della sua vita è stato e rimane la realizzazione di una società comunista sul cui ideale è fermo nelle sue convinzioni filosofiche, ideologiche e politiche, ma anche aperto al confronto con quanti sente autenticamente e non demagogicamente orientati a sinistra.
Angelo, amici, è stato sempre fuori da circoli di sedicenti intellettuali autoreferenziali che si pongono quasi come vestali della cultura, cercando piuttosto nelle relazioni di amicizia e di lavoro soggetti caratterizzati dalla forte autenticità di vita e dotati come lui di grande umiltà nel modo di porsi in rapporto con gli altri.

Per tutto il tempo in cui è stato impegnato da docente nella scuola ha profuso tutto il lavoro nell'aggiornamento professionale e nell'organizzazione meticolosa della sua attività didattica.

Con il pensionamento si sono aperti spazi nuovi per quella che probabilmente è stata sempre per lui la necessità della comunicazione sul modo di concepire la vita, del confronto con gli altri sulla maniera di porsi in questo mondo e soprattutto sulla ricerca delle strategie da mettere in atto per orientare la società verso il bene comune piuttosto che sull'individualismo e sul tornaconto personale.

Ha lavorato sempre in questa direzione sul piano pragmatico scegliendo di operare in formazioni politiche che a lui sembravano più consone al raggiungimento delle finalità politiche che immaginava.
Spesso credo abbia avvertito anche la difficoltà di confrontarsi con forze della cosiddetta sinistra che sembrano da anni ormai l'immagine sfocata di quelle che un tempo operavano a sostegno dei deboli e degli emarginati e che sempre più sono oggi avviluppate nel vicolo cieco delle contraddizioni e dell'inerzia.

Di qui i suoi tentativi di organizzazione di strutture e luoghi di incontro e di ricerca come il "Centro Studi Amici di Gramsci" fondato da alcuni anni qui a Campobasso.
Questa necessità di elaborazione culturale e politica lo ha portato a dedicarsi alla scrittura con opere di narrativa e saggistica che lo hanno visto già nel 2010 pubblicare il romanzo "Viaggio a Barcellona", dedicato al fratello Antonio stimato pittore e nostro fraterno amico che purtroppo ha lasciato tutti noi troppo prematuramente.

Ai familiari di Antonio Di Toro vogliamo far giungere la nostra perenne stima per la sua attività di pittore, come l'apprezzamento per il suo impegno culturale e politico, ma anche il ricordo della sua enorme bontà di animo.
Nella prima pubblicazione di Angelo Di Toro la narrazione di un viaggio d'istruzione a Barcellona diventa per l'autore l'occasione per riflettere sul funzionamento del sistema scolastico, ma anche sul modo in cui i diversi protagonisti del romanzo si pongono nei confronti dell'esistenza e delle sue relazioni umane a livello di opinioni, di rapporti di lavoro, di legami sentimentali, di attività legate al bisogno di definire la propria identità e di metterla in gioco nei diversi momenti della vita.

La cultura, la politica e gli aspetti della società neoliberista sono già i temi che affiorano nei fitti intrecci del continuo confronto dialogico tra i personaggi del primo romanzo che l'autore sceglie come tecnica narrativa prevalente o quasi esclusiva, intervallata ogni tanto dalla narrazione del protagonista.

Lo stesso stile narrativo Angelo Di Toro utilizza in "Gorgo", ma questa è l'unica analogia tra le due opere, perché il nuovo volume rappresenta a mio avviso per l'autore un grande salto qualitativo nella forma espressiva, sul piano dell'orizzonte culturale e dei temi che ne attraversano le pagine.

Le sequenze descrittive di ambienti, paesaggi o persone hanno veramente, per una scelta chiara dell'autore, pochissimo spazio, mentre sono prevalenti quelle dialogiche intercalate a tratti da altre di natura narrativa affidate al personaggio di Giorgio, voce riflessiva nella prima parte sulle aberrazioni di vita di una certa borghesia e rievocante eventi storici e conflitti ideologici, culturali e politici nella seconda insieme alla figura del prof. De Carli.

La forma è tutta costruita attraverso un periodo ampio, articolato, ma molto fluido e direi, se mi passate il temine, penetrante.
La configurazione della sua espressione è più vicina allo stile di un pensatore che a quello di un narratore e di uno storico e non potrebbe essere diversamente, visto che l'autore sembra quasi voler catturare l'attenzione e l'interesse del lettore per condurlo a riflettere sulle tesi che espone.

Proprio per questo il lessico è sempre appropriato, anzi meticolosamente ricercato e funzionale ad una comunicazione che non è né uni, né bidirezionale, ma direi triadica nel senso che prevede il coinvolgimento contestuale dell'autore, dei personaggi ed ovviamente dei lettori.
Per tale ragione, lo noterete chiaramente nella lettura, la terminologia non vuole avere alcun effetto plateale di natura psicologica inteso a catturare episodicamente l'attenzione del lettore quanto piuttosto il desiderio di rendere il linguaggio formale e letterario, ricco di termini, similitudini e metafore capaci di suscitare la riflessione. D'altronde il carattere narratologico della storia e del discorso politico è decisamente utilizzato a stimolare non una lettura veloce delle sequenze, ma piuttosto a ripercorrere più di una volta un periodo carico di analisi profonde sugli eventi e sui personaggi.

Il libro appartiene a quello che si può considerare allo stesso tempo un romanzo ed un saggio storico.

Se il "Gorgo" del titolo è il tumultuoso agitarsi dei pensieri e dei sentimenti che afferra e travolge per fortuna momentaneamente l'intelletto di due pazienti speciali come lo psichiatra N. ed il prof. Arturo De Carli o piuttosto rappresenti metaforicamente l'articolarsi dell'analisi di politici che si allontanano dai principi e dalle finalità programmatiche della sinistra per mettere al centro della propria vita le logiche del potere lo scoprirete da soli con la vostra lettura personale.

Una cosa è apparsa sicura alla mia lettura dell'opera: il gorgo per l'autore è un fenomeno presente all'interno della psiche umana, ma anche negli agglomerati socio-politici.
L'intreccio è davvero accattivante ed originale, capace di catturare in ogni pagina l'interesse del lettore e di tenerlo avvinto alla fabula.

Il volume si apre con un esordio dalla forma comunicativa molto particolare organizzata attraverso una narrazione letteraria fatta allo stesso tempo di poesia e prosa: è la fotografia metaforica dell'esistenza umana costituita di sogno, bellezza, gioia, piacere, godibilità di persone, paesaggi e relazioni, ma che può diventare d'improvviso, come scrive testualmente l'autore, "lamento flebile", "gemito straziante", "urlo orrido" ed infine "buio nero", cioè morte, quando in un "vortice improvviso ci si sente afferrati a tradimento".
Sì, amici, per Angelo Di Toro è il tradimento, come inganno e truffa, simbolizzato nel romanzo dall'immaginario Joe Muddy, che sembra quasi una persona reale, l'elemento più grave che può costruire un gorgo come tempesta mentale in senso medico-scientifico come nell'accezione politica.

Attenti, però, perché il tradimento per l'autore non è solo il voltafaccia sui principi ed i valori, ma soprattutto l'inganno verso le persone cui si è promessa la realizzazione dell'equità come fondamento dell'esistenza condivisa.
Tutto il romanzo-saggio ruota intorno a questa idea centrale che percorre la vicenda iniziale in un reparto di psichiatria di una piccola città di provincia facilmente individuabile fino alla narrazione del percorso di grandi personaggi politici come Pietro Secchia, alias Vineis o Botte, ed Enrico Berlinguer.

Per non togliervi la bellezza dell'articolarsi originale della narrazione non anticiperò ovviamente molti elementi della trama che muove dal conflitto scientifico, professionale ed umano sulla diagnosi e la terapia per la terribile depressione che ha colpito il dott. N. da sempre con il collega Giorgio in conflitto sui metodi di ricerca, di diagnosi e di cura della malattia mentale con Renato, il primario, ed il suo vice Mario.

Questi ultimi pensano per il dott. N. ad un caso di paranoia, di psicosi maniaco-depressiva e sono orientati a metodi di cura violenti di vecchio stampo nell'intento di liberarsi di lui e della sua ingombrante personalità per raggiungere potere e prestigio all'interno del reparto.
Giorgio al contrario, sostenuto dall'infermiere-filosofo Salvatore, si oppone al TSO perché è attraversato da una felice intuizione che lo porta a sospettare che il suo collega abbia semplicemente assunto una dose di Plegine, un'anfetamina capace di creare un quadro psicotico.

Qui si gioca il conflitto professionale tra soggetti aperti all'innovazione nella ricerca ed al rispetto della dignità del malato e quelli al contrario votati all'acquisizione di potere e prestigio e per questo disposti a percorrere qualsiasi strada pur di raggiungere l'obiettivo.
L'analisi del comportamento di questa borghesia dai camici bianchi diventa impietosa da parte di Angelo di Toro che attraverso le riflessioni di Giorgio così scrive a pag. 34 "c'è la soddisfazione di aver avuto la prova irrefutabile dell'abisso di perversione morale in cui erano precipitati" ed ancora a pag. 36, riferendosi a Renato e Mario, " sono assetati di vendetta e decisi ad afferrare al volo questa insperata occasione per togliersi dai piedi una persona che li ha costretti a mangiare il sale della consapevolezza della propria inettitudine.... Che siano ebbri e storditi da questa ritrovata e riassaporata condizione di dominio, appartiene alla loro natura abietta e vile, quindi non mi attendo niente di umano da loro. Ad un minimo di umanità li si dovrà costringere e ciò avverrà loro malgrado quando si sentiranno braccati come una preda. E ciò non è da escludere."

È, come vedete, la lotta di sempre tra l'ipocrisia di chi rinuncia alla verità ed alla eticità e la cristallinità di chi vive l'autenticità del proprio pensiero finalizzato al bene.
Dall'incontro di tre personaggi della vicenda che introduce la fabula, Giorgio, Salvatore ed il prof. De Carli, nasce poi il grande flash back di natura storica che presenta il ruolo del PCI in Italia dalla lotta antifascista, alla Resistenza, alla morte di Pietro Secchia e di Enrico Berlinguer fino a quella che Angelo Di Toro definisce lucidamente a pagina 122 "la nequizia del nostro tempo".

Da questo momento la narrazione procede unicamente attraverso una serie di fitti confronti dialogici che pongono in primo piano anzitutto Pietro Secchia, uno di quegli uomini che, secondo il racconto a pag. 63 di Giorgio, che io credo sia identificabile senz'altro con l'autore, "appaiono dei giganti pur non pretendendo di passare né per titani né per eroi. In loro si concentra una forza, una energia così incontenibile, da modellare, da informare di sé masse umane sottratte alla disperazione e all'anonimia dello sfruttamento selvaggio dell'uomo sull'uomo e condotte finalmente alla coscienza di classe in sé e per sé".

Apparentemente sembrerebbe l'esaltazione della figura carismatica come egemonia all'interno di una formazione politica ed invece Angelo Di Toro, pur non negando il ruolo utile dei quadri di una forza politica, privilegia, come vedremo, la funzione del confronto collettivo alla base di un partito.

L'obiettivo politico di Secchia, davvero ben analizzato dall'autore, fu quello di superare da convinto rivoluzionario leninista il costume attendista e rinunciatario se non addirittura comprensivo di taluni dei massimi dirigenti del PCI verso i cosiddetti "fratelli in camicia nera".

Il suo collegamento nelle formazioni partigiane del nord con Luigi Longo, alias Gallo, e Togliatti, alias Ercoli, servirà ad indirizzare il partito verso la lotta armata antifascista come base per far nascere una nuova democrazia in grado di agevolare i processi di unità dal basso per rompere le pratiche compromissorie e verticistiche che a Roma e nel sud del Paese erano affidate a gruppi dirigenti moderati dei partiti antifascisti.

All'interno di tale conflitto dentro e fuori dal partito, secondo l'autore, sia Secchia che Longo si batterono perché la lotta armata nella Resistenza contro il fascismo ed il nazismo potesse portare a quella democrazia progressiva disegnata da Eugenio Curiel, ma allo stesso tempo si incamminasse sulla strada della giustizia sociale con un chiaro contenuto di classe per bandire ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Non indugia un attimo Di Toro nell'analisi delle epurazioni verificatesi nel P.C.I. come nel P.C.U.S. che portarono all'emarginazione di molti esponenti in Italia, tra i quali Umberto Terracini, come alla scomunica del trotzkismo ed alla condanna nell'Unione Sovietica di Zinovev, Kamenev, Bucharin ed altri, ma rivendica il coraggio e l'originale efficacia dell'antifascismo comunista che, con grande capacità organizzativa, aveva privilegiato la presenza della lotta di popolo in Italia rispetto a quelli che avevano scelto di espatriare.
In tal modo il partito comunista era riuscito, secondo l'autore, a saldare l'antifascismo delle origini a quello delle nuove generazioni collegando, come scrive a pag. 85, l'a-fascismo dei gruppi monarchici, l'antifascismo delle brigate Matteotti, le formazioni dei Giellini ed i nuclei di soldati ed ufficiali dell'esercito italiano con i tanti operai, studenti e lavoratori con la convinzione, però, come sottolinea Di Toro a pag. 86 "che il sacrificio della propria vita non sarebbe stato inutile perché una nuova Italia, un popolo rigenerato stava per prendere saldamente nelle mani il proprio destino: tutto questo faceva la differenza tra i partigiani comunisti e tutti gli altri".

In altre parole l'autore vuole avanzare la tesi che, mentre altre formazioni partigiane si davano l'obiettivo di liberarsi dalla dittatura fascista, quelle comuniste avevano già chiaro davanti anche il quadro di una nuova società che stava nascendo e che avrebbe visto i momenti più significativi nella Resistenza, nei grandi scioperi del 1943 e 1944 come nell'impegno successivo all'Assemblea Costituente.
Seguono da pag. 90 analisi molto appassionate sull'incapacità di troppi italiani di dare alla Resistenza il giusto ruolo storico che le deve essere riconosciuto o sullo squallido e cinico modo di pensare di chi ha sempre ritenuto di delegare ad altri il contributo di difesa degli elementi fondanti di una società libera, giusta e democratica.

Molto duro Angelo di Toro sul revisionismo che, dopo la caduta del muro di Berlino e dello stesso P.C.I., comincerà quella che lui chiama "l'opera di demolizione dei capisaldi, dei principi e dei valori fino ad allora ritenuti inviolabili della nostra Resistenza".
Leggerete in proposito ciò che scrive al riguardo su Luciano Violante o Gianpaolo Pansa, paragonati a beghine o a grafomani libidinosi.

Assai interessanti le pagine che raccontano il realismo del PCI sulla questione istituzionale e sulle istanze proletarie di classe, come sulla opposizione alla ricomposizione dei vecchi equilibri prefascisti che poi, al di là delle ipotizzate soluzioni insurrezionali e rivoluzionarie, saranno le vere ragioni che porteranno a nuove forme di anticomunismo ed all'affermazione della Democrazia Cristiana con Alcide De Gasperi.

La trasformazione della società italiana in senso socialista, immaginata da Secchia, Longo e dagli altri esponenti del P.C.I. del Nord fu sicuramente un obiettivo a lungo perseguito, ma decisamente mancato proprio perché, come cerca di argomentare Di Toro, soprattutto dopo il 1948 riprendeva vigore l'anticomunismo.

In tanti sul piano politologico hanno sempre visto la Democrazia Cristiana come una forza politica interclassista.
L'autore sottolinea come Secchia ed altri esponenti del partito al contrario prendono coscienza del fatto che milioni di elettori dal 1948 vedono nella D.C. solo l'immagine di un partito popolare e democratico, non riuscendo ad individuare con chiarezza il suo carattere di classe con chiari requisiti di rappresentanza degli interessi della grande e media borghesia italiana.

In questi anni si rompe in effetti secondo l'autore il grande spirito di collaborazione tra mondo cattolico e sinistra, nonostante in molti cerchino di evitare le contrapposizioni assurde che occuperanno la scena politica italiana per anni.
Le pagine che seguono raccontano il travaglio nel partito comunista negli anni che vanno dal quinto congresso del '45 e del '46 che elegge Secchia membro del comitato centrale, della direzione e della segreteria fino alla carica di vicesegretario dal 1948 al 1955, alla sua caduta in disgrazia per la vicenda di Giulio Seniga o per il controllo del cosiddetto "parapartito" della cui esistenza non si sarebbero avute mai prove certe.

L'autore lascia intravvedere che probabilmente il suo allontanamento dai vertici del partito possa aver avuto come causa i contrasti con il gruppo dirigente dovuti agli spazi molto significativi che Vineis aveva conquistato non solo con l'azione politica, ma anche con la riflessione "approfondita e puntuale" messa per iscritto in pagine di diario o nella forma epistolare.

La sua morte, in parte misteriosa, giunse nel 1973 dopo che Secchia l'anno precedente si era recato in Cile per difendere il governo di Salvador Allende.
Il volume presenta poi nelle pagine 117 e 118, attraverso la voce del prof. De Carli, di cui scoprirete nel procedere della lettura l'identità e le relazioni politiche, un'analisi breve, ma molto lucida del Sessantotto e della sua eredità storica e politica.

L'ultima parte del racconto storico è dedicata ad Enrico Berlinguer ed alla sua discontinuità che lo porterà a convincere il partito che il sistema per uscire dal capitalismo non aveva altra strada che una profonda rivoluzione culturale e morale.
Si opporrà per questo, come scrive Di Toro "al sistema clientelare e corruttivo della D.C." ma denuncerà anche "il forte potenziale antidemocratico connaturato al craxismo montante"; proporrà la strategia del governo di solidarietà nazionale nella logica del dialogo tra comunisti e cattolici per abbandonarla poi per la cosiddetta alternativa democratica.

Seguirete ancora le rivelazioni del prof. De Carli sulla ipotetica congiura ai danni del P.C.I. con l'eliminazione fisica del suo segretario attraverso Muddy, una figura simbolica introdotta dall'autore come personificazione di tutti i movimenti politici inquietanti, come quello appunto nei confronti di Berlinguer proveniente dal cuore dell'Impero americano, come lo definiscono in un loro fortunatissimo saggio Hard e Negri, o dalla opposizione interna nel partito alla denuncia della corruttela del craxismo.
Certo, come viene chiaro da un passaggio del fitto confronto tra Giorgio, il prof. De Carli e Salvatore, "Un ampio settore del P.C.I.... che si nutriva di massicce dosi di pensiero debole e destrutturante, giudicava con scettico distacco gli ultimi sussulti di una diversità comunista rivendicata ancora orgogliosamente da un segretario" come Enrico Berlinguer che morirà per un'emorragia cerebrale nel giugno del 1984.

Dopo questo ampio excursus storico di cui ovviamente ho portato alla vostra attenzione solo taluni elementi per lasciarvi, come dicevo in apertura, tutto lo sviluppo articolato delle analisi sugli eventi e sulle posizioni politiche dei diversi personaggi introdotti, il volume torna alla vicenda personale del dott. N.

Dovrò necessariamente lasciarvi la suspense sulla conclusione della stessa dove troverete i cenni sulle disavventure sentimentali del dottore, ma anche le sue ricerche di natura scientifica o l'interesse per il buddismo ed il concetto di empatia.
Il periodo storico raccontato da Angelo di Toro può essere osservato con percorsi diversi.

Lui ha scelto di farlo seguendo le vicende del Partito Comunista, scomparso dalla scena parlamentare nel 1991, ma sicuramente rimasto, come dice l'autore, nel cuore di tanti italiani onesti che non rinunciano a costruire una società fondata sui principi della uguaglianza, della libertà e della giustizia sociale ed ovviamente di una democrazia partecipata.

Il volume a mio avviso permette al lettore di entrare in modo analitico e riflessivo su talune vicende storiche e politiche, ma presenta anche chiara la finalità di introdurre il dibattito su questo nostro tempo contagiato secondo l'autore "dal morbo degenerativo della berlusconite" in uno scenario in cui le forze politiche non sembrano avere più fondamenta programmatiche, né visioni progettuali di una convivenza accettabile tra gli esseri umani, mentre il rapporto destra-sinistra è definito "ripugnante".

Certo a questa decadenza grave della politica siamo giunti, come sostiene di Toro, anche con la fine del Partito Comunista nel 1991, ma altresì con il venir meno di ulteriori tradizioni e pratiche concettuali come quella del più maturo pensiero anarchico e del cattolicesimo sociale.
Ecco, io credo che, oltre alla ricchezza letteraria di "Gorgo", questa nuova fatica editoriale di Angelo di Toro abbia soprattutto una forte valenza storico-politica perché, riportando in primo luogo i giovani ad eventi del passato, cerca di guidarli a riflettere sui percorsi da intraprendere per evitare quello che egli chiama "lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo".

È chiaro come la luce del sole che l'intento di Angelo di Toro è quello di sgombrare l'orizzonte dal grigiore e dalla palude che sembra occupare ogni spazio e che sta portando alla negazione di molti diritti, come alla costruzione di un'oligarchia del potere finanziario ed industriale che sta affossando la democrazia.

È inaccettabile che un neoliberismo selvaggio persista come pensiero egemone e che le giovani generazioni restino fuori dalla costruzione di un pensiero critico in grado di valutare l'inequità dell'attuale società per costruirne una a misura dei diritti umani per tutti.
Acquisire una coscienza soggettiva delle discriminazioni che il neoliberismo sta moltiplicando nella società con l'unico scopo di salvaguardare i privilegi scandalosi di pochi ricchi è l'obiettivo secondo me sul quale occorre lavorare con insistenza sul piano educativo e su quello di un sistema di comunicazione tolto ai potenti e reso libero.

Dobbiamo lavorare, come ha fatto anche il P.C.I. in una certa fase storica, al tentativo di riunificazione delle forze della cosiddetta area progressista o prendere atto che in molti stati europei, compresa l'Italia, la sinistra è diventata essa stessa neoliberista e conservatrice orientandoci perciò verso i movimenti e la democrazia dal basso?

È questa a mio avviso la domanda che sottende tutto il lavoro di ricerca di Angelo di Toro.
Per rispondere a tale questione occorre pensare agli strumenti del cambiamento e questo è il passaggio che richiederà l'impegno più arduo dovendo uscire dal gioco delle parti di formazioni della finta sinistra che è ormai piena di soggetti sedotti dal benessere che proclamano ideali sistematicamente calpestati nell'azione politica ed ancora riescono a camuffare l'ipocrisia ed il loro vero ruolo di zerbini del potere.

Nel libro di Angelo di Toro io ho letto chiaramente la volontà di incontrare le periferie dell'esistenza per ridefinire un umanesimo che non può essere cercato solo sul piano delle idee, ma contestualmente su quello della testimonianza delle stesse con stili di vita coerenti.

La sinistra oggi sembra più rivolta ad individuare gli aspetti negativi del neoliberismo che a definire un progetto di società alternativa.
Sugli input lanciati allora nel volume "Gorgo", per il quale desidero esprimere ad Angelo tutto il mio apprezzamento per l'impegno di ricerca storica e di riflessione, il compito di noi lettori non è solo quello di confrontarci con le idee espresse dall'autore, ma di dialogare con lui in maniera aperta e costruttiva per creare appunto sinergie utili alla trasformazione della società in cui viviamo orientandola verso i valori della relazione solidale e della condivisione.

In questa direzione è indubbio, Angelo, che "Gorgo" sarà un successo.Umberto BerardoTrivento (CB), 7 aprile 2015

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