Condivisione | Diocesi di Trivento

Riflessioni

Condivisione

Condivisione Non tutti danno alla propria vita lo stesso senso.

Qualcuno lo cerca nella ricchezza materiale, nell'accumulo di proprietà, nel benessere individuale o al più familiare; ci sono quelli che mettono al centro della propria esistenza la conoscenza ed il sapere come mezzo di realizzazione della propria intelligenza; taluni accettano le logiche discriminatorie dell'economia capitalistica e finanziaria e pensano di risolvere i problemi di una cattiva coscienza o di giustificare la propria ricchezza attraverso le logiche di un aiuto agli altri che i cristiani definiscono carità e gli islamici zakat; molti si rendono sostenitori dell'uguaglianza e della solidarietà sociale purché la realizzazione di tali principi non tocchi la propria condizione sociale; pochi, infine, sono i soggetti che vivono cercando realmente di guardare agli altri con amore e di realizzare intorno a sé la giustizia sociale condividendo tutto quello che hanno sul piano spirituale, culturale ed economico.

Quest'ultima è la prospettiva di vita indicata ad esempio molto chiaramente nel Vangelo in passaggi fondamentali quali il discorso della montagna o il dialogo di Gesù con il giovane ricco che gli chiede consigli sulla modalità di dare autenticità alla propria esistenza.
Il messaggio evangelico non parla tanto di solidarietà, ma di condivisione.

È il tema dell'uguaglianza e della fraternità che solo possono dare la libertà e che storicamente sono diventati i principi fondamentali dell'Illuminismo e della Rivoluzione Francese, come del movimento comunista ed anarchico.
Il tema della condivisione non è più al centro dell'agenda delle forze politiche e questo crediamo sia il motivo fondamentale dell'allontanamento dei cittadini dai partiti e perfino da sistemi elettorali che negano ormai la capacità di scelta, di decisione e di partecipazione al popolo.
Se, come ci dicono i dati OCSE, la crisi economica non ha scalfito per nulla la ricchezza del 10% della popolazione mondiale, mentre ha immiserito la condizione di vita dei ceti medi e soprattutto dei lavoratori, spesso risucchiati nella disoccupazione, vuol dire chiaramente che la politica gestisce gli interessi dei ceti abbienti e non certo quelli della maggior parte della popolazione.

Sul piano globale l'esodo di massa dalla miseria e dalla guerra da tante zone del pianeta dovrebbe dirci con chiarezza la profonda ingiustizia su cui poggia la società in cui viviamo.

In Italia ci sono forze politiche che stanno spingendo per far approvare a livello di consigli regionali o addirittura in parlamento l'idea di un reddito minimo garantito o di cittadinanza che dir si voglia.

Indubbiamente è un modo per garantire a tutti una certa autosufficienza, almeno alimentare, capace di allontanare molti dai ricatti del clientelismo e di assicurare un livello accettabile di libertà di pensiero e di espressione; non è tuttavia ancora la condizione ideale per affermare e realizzare nella società i principi di uguaglianza e di fraternità che un tempo, quando la politica non era così immiserita, rappresentavano gli ideali di diverse forze politiche.

Un reddito minimo garantito, che pure può essere ricercato come un traguardo intermedio, non è ancora un sistema adeguato per eliminare disuguaglianze e discriminazioni, come oggi ne abbiamo ancora nel sistema retributivo ed in quello pensionistico.

La rivendicazione allora da fare è quella di una redistribuzione equa del lavoro e della ricchezza che definisca la parità per tutti nelle opportunità di scelta e di lavoro.

Dare a tutti un reddito è utile, ma è ancora più dignitoso per la persona avere diritto al lavoro, così come prevede con chiarezza l'art. 4 della Costituzione Italiana.

L'accettazione della giungla retributiva e dei tassi di disoccupazione attuali, soprattutto a livello giovanile, non è scambiabile, se non in via provvisoria, con il salario minimo garantito, soprattutto se quest'ultimo è associato all'idea di un contributo non legato a forme di impegno per la comunità.

La via per creare eguaglianza sociale ed economica ha, a nostro avviso, un solo nome: piena occupazione che è raggiungibile con un'equa redistribuzione del lavoro disponibile sul mercato.

Sarebbe anche il modo di mettere liquidità nelle tasche dei cittadini e di avviarsi a superare la crisi che certo non può considerarsi alle spalle guardando ai dati dell'OCSE che vedono per l'Italia un Pil quest'anno in salita di appena lo 0,6% e sul quale sono molti gli economisti prudenti e gli italiani scettici.

Quella della piena occupazione è certo la prospettiva del capitalismo e del mondo finanziario e tantomeno di una classe politica che ogni giorno appare sempre più marcia dalla corruzione, ma è sicuramente la via, come scrivevamo sopra, di quanti vogliono mettere a fondamento della propria esistenza il principio della condivisione e dell'amore.

È chiaro che per costruire un tale assetto sociale bisogna percorrere strade diverse dal Jobs Act, dalle borse lavoro o dai voucher che sono ancora una volta organizzazioni del mondo del lavoro discriminatorie, clientelari e privi di garanzie per i diritti dei lavoratori.
Lavorare per questo obiettivo è l'impegno di una classe dirigente che non c'é e va costruita con urgenza.Umberto BerardoTrivento (CB), 7 giugno 2015

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