Gli affreschi della cupola della Cattedrale di Trivento | News

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Gli affreschi della cupola della Cattedrale di Trivento

Gli affreschi della cupola della Cattedrale di Trivento

Quel vortice di luce. Ti inonda appena varcata la soglia. Lo sguardo è portato in avanti e in alto, nella curvatura della cupola. Attira l’azzurro e, sopra, la luce dorata, come in giorno di pieno sole. Certo, in Chiesa è innanzitutto la luce ad accoglierti, sopra la penombra del raccoglimento, fra le colonne che vestono secoli e sono affondate nella storia che li attraversa. Sai che sotto i tuoi piedi c’è un’altra chiesa, in cripta, gioiello di una foresta di pietra che richiama i tronchi nei nostri boschi, dove gli antichi gridavano a Diana, signora delle selve e della caccia (c’è ancora un cippo, a base di colonna, che nomina il numine pagano). Sai cosa c’è sotto, ma guardi in alto: sono i colori della luce che attirano lo sguardo e riempiono d’ammirazione. La Cattedrale di Trivento, la prima chiesa della nostra Chiesa è adorna di nuovo splendore, affresco di arte, notevole per fattura e commovente per la folla che vi si affaccia. Chi sono? Che cosa c’è nella cupola?

L’opera non è mai separata dall’autore. Il pennello dall’artista. Qui, dietro l’affresco, c’è il Maestro Claudio Sacchi, ormai degno di essere amato e voluto come triventino d’affetto e di opera. E’ un grande pittore perché questa è la misura della sua anima, capace di commuoversi e sentire insieme al committente. Una scrittura a più mani, di cui solo i grandi sono capaci. E’ tutto del pittore, che resta docile all’ispirazione e aperto alla conoscenza dei luoghi, dei volti e dei temi.
Claudio è un grande pittore, noto anche fuori dai confini nazionali e questa misura di bellezza e di maturità artistica si è espressa e mostrata proprio in casa nostra. Si parlerà di Trivento anche grazie a lui.

Nelle cupole delle belle chiese è norma trovare la gloria dei santi: un turbinio di ali e di vesti in volo, come risucchiati da un vortice con Dio al vertice, appunto di questi coni di luce che hanno Cristo come motore e la Vergine e i Santi come leve di trasmissione. Se nel fondo delle chiese - uscendo - era la parete del giudizio universale (l’Apocalisse), la volta è il luogo dell’eternità, del dopo-giudizio, della vita eterna. Bene, la nostra cupola, in questo, è originale perché unisce il tempo all’eterno, l’oggi al giorno definitivo; si abbracciano, nell’unico presente della comunione dei santi, il giorno di ieri, la memoria adorabile dei nostri padri, col giorno di domani, abitato dai nostri figli, speranza vera di questa terra e di questa Chiesa. Sono loro gli angeli che punteggiano il giro della volta, seduti sul bordo del tempo, tra questo che è nostro e quello che sarà e già è dei santi.

Nella volta della cupola
della chiesa cattedrale c’è dunque la Chiesa, mistero del Corpo di Cristo che lo ha per Capo e che componiamo in quanto membra.

Di oggi
è la Chiesa che milita in frontiera: da Francesco candido pastore a Domenico suo fratello in questa terra triventina. Domenico ha attorno un nugolo di ministranti: sono il futuro atteso e invocato.

Di ieri
è la Chiesa che attraversa la grande prova della morte (i corpi che si librano protesi alla luce: chi ha gli occhi ancora coperti, chi è legato da catene, ma tutti sono già vincitori del buio e del ferro. Nei loro corpi vestiti di bellezza dicono l’incanto della creazione e del paradiso delle origini. In principio ci fu un eden perduto; alla fine il giardino promesso. Siamo tutti in tensione fra un paradiso sfuggito dalle mani e uno - certo - ridonato dal sangue di Cristo.

Di domani
è la Chiesa dei cieli nuovi e terra nuova, inaugurata dal Risorto e dalla Vergine Madre, con attorno i grandi testimoni dell’universo popolo di Dio e di quello del nostro “recinto” locale: i Santi universali e i Santi di questi luoghi, tutti santi, tutti nostri, fino a quelli del paradiso, indistinti di luce.

Facciamo il giro di danza
, proviamo la gioia - ammirando - di quella festa che sarà il Cielo. Dinanzi a chi entra è la Madre dolcissima, Maria di Nazareth e di Gerusalemme. Sotto l’abbacinante luce che squarcia in alto, la Vergine Madre tende il dito e lo indica, anche se i suoi occhi si attardano sul nostro volto, pazienti, aspettano il nostro passo, sempre così lento. Ha il velo delle nostre madri, feriale per il lavoro di casa, con l’ampio manto raccolto sulle ginocchia, pronto a coprire, avvolgere, proteggere.

Alla sua sinistra
i santi nostri. Ognuno una storia di vangelo e di carità: il giovane Nazario e l’adolescente Celso, con Papa Vittore; Bernardino da Siena, ospite ad Agnone e Francesco Caracciolo, lì morto; e Camillo, chino sul fratello malato, che a Trivento maturò la sua scelta di vita; fino a Casto, primo vescovo, alle spalle del vescovo di quest’ora, Domenico: ci sono alle spalle, ma sono le nostre avanguardie.

Alla destra
di Maria, altri pastori con memoria santa: Antonio Tortorelli; Luigi Agazio; Epimenio Giannico (pronto a scambiarsi con giovani di Trivento condannati a morte dai Tedeschi nel 1943: un gesto che ne procurò la liberazione); e alcuni sacerdoti.

Al centro
della cupola, guardando dall’altare verso l’uscita, è Gesù, il Salvatore; giovane, luminoso e calmo, con una mano ci invita e con l’altra indica la direzione del suo cuore. Tra lui e il vescovo Domenico, altri santi locali: Randisio, Stefano, Amico. Alla sua destra, invece, i grandi testimoni della storia della Chiesa: Domenico, Antonio, Francesco, Chiara, Teresa e i 4 grandi maestri/dottori: Ambrogio, Agostino, Giovanni “dalla bocca d’oro” e Atanasio invincibile difensore. E’ la Chiesa con i suoi polmoni d’occidente e d’oriente. Fino al grande Tommaso aquinate.

A fronte
del nostro pastore Domenico, sorridente e benedicente, c’è Papa Francesco, nella piazza san Pietro in mezzo ai grandi santi Benedetto, Teresa di Gesù Bambino e Antonio abate. A incorniciarli, sotto il cielo, angeli e frutti della terra: l’incanto del corpo dell’uomo impastato di spirito, dei frutti succosi della terra, le ginocchia piegate in adorazione e ringraziamento.

La volta ha un ulteriore slancio!
E’ il “cupolino”: luce su luce, sfolgorio di gloria e di cielo. Lo Spirito in immagine di colomba è immerso nell’oro della divina Trinità, mentre intorno danzano i cittadini del cielo, la folla dei salvati; alla base la corona delle dodici stelle. Il libro dell’Apocalisse è una parola per la Chiesa di oggi; il suo futuro non è minaccioso; il suo è un messaggio di una consolazione impegnativa fondata sulla certezza della vittoria del Cristo crocifisso e risorto; vittoria già avvenuta, definitiva, anche se non si vedono ancora tutte le conseguenze. Nel libro dell’Apocalisse è Gesù che tiene le stelle nella sua destra, sono sette come le sette chiese; anche Maria è la donna “Rivestita di sole”, rivestita del sole di Dio, amata da Lui e ricolma dei suoi doni, che ha già la sua eternità (le dodici stelle, la vittoria finale dell'antico e del nuovo popolo - le dodici tribù d’Israele - finalmente riuniti).

L’immagine della comunione dei santi
offre speranza e lucidità. Ci si accorge, a questo punto, di aver percorso un viaggio: dalla storia umana con le sue contraddizioni alla pace semplice del Regno di Dio. La Chiesa Triventina si è preparata a questa festa, tessendo la sua veste nuziale attraverso le “opere giuste dei santi”. E proprio le “opere giuste dei santi” riportano alla vita di ogni giorno, agli avvenimenti che costano sofferenza e dolore, la fatica della fede, la volontà di preghiera e di lode, compreso anche l’impegno a superare tutte le Babilonie che rinasceranno nella storia fino alla vittoria finale. Noi che guardiamo siamo la Chiesa “sposa”, che già sa di amare Cristo ma si sente dolorosamente lontana da quella parità d’amore dello Sposo a cui ci prepariamo ogni giorno. Dinanzi agli occhi, ora, l’intero cammino, dal passato, al presente, al futuro. Nella volta della nostra Cattedrale, c’è anche l’ambiente con le chiese di pietra; non è descritta la città, ma il volto della comunità salvata e purificata da Dio. Nel tempo Dio sta facendo nuove tutte le cose: fossimo diversi, fossimo migliori noi e il mondo che ci circonda!

Nelle quattro vele
che sorreggono la cupola, gli evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. La parola da loro scritta, perché di Dio, porta la luce per smascherare l’idolatria presente e ritrovare la certezza del futuro, cogliendo il germe di promessa e di novità. Anche per Trivento, la sua gente, i suoi figli. A collegare idealmente la cupola al piano nostro, scendono le vele e poi i pilastri. Su di esse, nei quattro scrittori sacri, è il segno della Parola che risuona nelle nostre Ecclesìe, fin dal primo giorno di Casto, Suo annunciatore e testimone.

Sulla Parola
, Gesù raccontò la parabola del seminatore. Una pagina (Matteo 13, 18-23) che si sposa con la nostra campagna e la cui spiegazione è oggi dipinta alla base degli evangelisti. Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada (sotto la figura ieratica di Matteo). Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia (sotto Giovanni), ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto (sotto Luca). Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta” (sotto Marco).

Ancora due brevi parole
, sempre del vangelo, ma questa volta scritte sull’affresco, bisognano di un commento commosso.

Nello spigolo della vela
sopra Matteo (ma poco sopra, nella cupola si vede la chiesa di Trivento) è riportato il verso “ET TV BETHLEHEM NEQVAQVUAM MINIMA ES”: “E tu, Betlemme, non sei la più piccola (fra le città di Giuda)”. Sì, siamo noi, la piccola e umile Chiesa triventina, misurabile con il villaggio della “Casa del Pane”. Quello vide nascere il Figlio di Dio in grotta; la nostra, ancora capace di mostrarlo presente nella storia di questi giorni.

Sul libro aperto
tra le mani di San Luca è il suo verso “ESTOTE MISERICORDES SICVT ET PATER MISERICORS EST” (“Siate misericordiosi, come il Padre vostro”). Quello di Luca è il Vangelo della Misericordia e noi siamo alla vigilia dell’Anno Giubilare della Misericordia indetto da Papa Francesco.
Oggi, inaugurazione del grande affresco della Cupola, si accenda il fuoco per bruciare il profumo d’incenso. Salga in alto, ci avvolga ed esca per le nostre strade e paesi. Porti a tutti il profumo di Cristo.
Alla comunione dei santi, nella Gerusalemme Celeste, conduce la strada dei martiri, inaugurata da San Casto, nostro primo Pastore. Col profumo di oggi si oda anche l’ultimo dialogo fra la sposa e lo sposo: Amen: vieni, Signore Gesù! - Sì, vengo presto!

Mons Angelo SceppacercaTrivento, 9 luglio 2015

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