«ERO ORFANO E MI HAI ADOTTATO» NON DISPERDIAMO LA SUA EREDITÀ. Omelia ai funerali della Dott.ssa Rita Fossaceca | Diocesi di Trivento

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«ERO ORFANO E MI HAI ADOTTATO» NON DISPERDIAMO LA SUA EREDITÀ. Omelia ai funerali della Dott.ssa Rita Fossaceca

Novara, Cattedrale 6 dicembre 2015

“Voglio aprire un orfanotrofio!”: così un giorno Rita entrò decisa comunicando la sua intenzione al prof. Carriero, Direttore di radiologia a Novara. Egli ne rimase profondamente colpito – come ha riferito nella conferenza stampa alla notizia sconvolgente della morte della sua fidata collaboratrice – cercando di avanzare anche qualche obiezione per la difficoltà dell’impresa. Ma, come si sa, è difficile resistere all’impulso del cuore, quando si presenta in modo irresistibile. Per giunta è impossibile sfuggire all’intuizione del genio femminile, alla volontà di una donna quando sente che la vita chiama. A tale appello non si può dire di no. Con l’aiuto della fondazione umanitaria For Life Onlus, di cui è presidente lo stesso prof. Carriero, in questi anni la dottoressa Fossaceca ha coinvolto molti colleghi e amici. Quest’ultima volta Rita aveva portato con sé il papà, la mamma e lo zio don Luigi. Per mostrare il suo orfanotrofio, il gioiello del suo cuore di donna che amava la vita. Era la sera della partenza, avevano appena finito la festa d’addio (sarebbero rientrati nella notte), quando l’irruzione di uomini armati ha cominciato a far violenza. Rita si è buttata a difendere la madre, facendole da scudo ed è partito il colpo mortale.

Cara Rita, ti abbracciamo tutti, con gli occhi colmi di pianto, qui nella tua Novara, città di elezione. Ci stringiamo al tuo papà e alla tua mamma, allo zio don Luigi, alle due amiche infermiere che erano con te, a tutti i tuoi colleghi, allievi, all’Ospedale a cui hai dato tanto, e alle persone che ti volevano e ti vogliono bene. Anche noi sentiamo che una parte di noi è venuta meno, che hai dato la vita per i poveri, difendendo il tuo orfanotrofio.

Nella decisione della dottoressa Fossaceca di costruire un orfanotrofio si racchiude l’eloquenza di un gesto che è il senso di tutta la sua vita. Era la sua passione, ne parlava ai colleghi, raccoglieva risorse, invitava altri a dare una mano, a collaborare con lei, a fare le ferie in modo alternativo. La stessa parola “orfanotrofio” contiene la perla preziosa della sua intuizione umana. Il termine deriva dal greco che significa “luogo di cura degli orfani” (orphanós + trépho: verbo che significa nutrire, curare, educare): ecco questo era il richiamo dell’Africa che le aveva trafitto il cuore. C’erano semplicemente dei bambini orfani malati, soli, poveri che avevano bisogno di nutrimento, cura e prossimità.

Il richiamo era impellente e, se ti prende una volta, diventa irresistibile. Lo chiamano mal d’Africa. Molti dei nostri missionari, preti e laici, una volta andati, non sono più voluti tornare. Rita era una persona generosa, solare, che non si tirava indietro, quando c’era da aiutare qualcuno. I colleghi la ricordano come una persona con cui era piacevole lavorare. Precisa nella sua professione, che richiedeva molta attenzione e che la metteva in contatto con quasi tutti i reparti dell’Ospedale. «A Novara – mi ha detto don Michele, parroco dell’ospedale – so che ha aiutato in diverse occasioni l’Ambulatorio di suor Nemesia; la stessa dottoressa Fossaceca si era incontrata con suor Nemesia per capire le cose di cui aveva necessità. [...] Di recente (mese di luglio, mi pare) ci siamo sentiti per trovare ospitalità a Novara per due coniugi, qui da noi per motivi di cura e sono andato assieme a lei a verificare l'appartamento che abbiamo trovato». Il bene fatto ai lontani diventa un moltiplicatore che si diffonde anche ai vicini: non contrappone la povertà degli sfortunati del terzo mondo dimenticando i bisognosi del primo mondo.

Di fronte a questa morte incomprensibile, che ha colpito Rita, il cuore pulsante e l’unica vittima fra i presenti in quella tragica sera, la parola ci muore in bocca e non sappiamo cosa dire. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato accende una luce, che sentiamo scendere benefica sulla nostra vita. In un tempo come il nostro dove l’angoscia ci circonda da ogni parte, il tuo gesto, Rita carissima, è un raggio di luce. Mentre ci avvolge da ogni parte la paura del terrore, la tua scelta di aprire un “luogo di cura per gli orfani” è un balsamo sulle nostre paure, è una stella che brilla nelle nostre tenebre. Per questo ho scelto due pagine della Bibbia, l’una molto nota, la scena del giudizio finale, dove il Signore chiama a sé come benedetti coloro che hanno esercitato le opere di misericordia; l’altra forse meno conosciuta, quando san Paolo descrive la sua venuta a Tessalonica, la sua prima comunità. Un testo di rara bellezza, dove a un certo punto, l’Apostolo usa la metafora della madre che ha cura dei figli.

Ascoltate l’inizio: «Voi stessi sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile». Forse tutti noi avremmo avanzato tale obiezione: “che senso ha fare un orfanotrofio nell’oceano immenso dell’Africa? Non è che una goccia nel mare infinito...”. Anche oggi molti si chiederanno se l’impresa di Rita sia finita o sarà a rischio. Questo però è il genio italiano, anzi il genio femminile: che sa concentrare il tutto nel frammento, la potenza del cuore nella semplicità di una scelta: “faccio un orfanotrofio!”. Se voi continuate a leggere il testo di Paolo, le espressioni che egli dedica all’annuncio del Vangelo di Gesù sembrano riflettersi sul volto delle foto dei bimbi di Rita. Lei è stata una ”buona notizia” per loro; quando arrivava, era “annuncio di gioia” per tutta la casa. Soprattutto il culmine della testimonianza di san Paolo, si riferisce con tutta naturalezza a Rita: «siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli...».

La dottoressa non ha mai ostentato la motivazione interiore che la muoveva, si sentiva semplicemente la mamma di questi bambini. Una mamma, oltre alla vita, che cosa non darebbe insieme con essa? Ogni altra cosa! Rita ha lasciato che ogni persona, a cui narrava il racconto delle sue “campagne d’Africa”, potesse condividere con lei la gioia di essere “buona notizia di vita” per quei ragazzi. Anzi, Lei voleva essere la stessa vita di questi bambini, nutrendoli, curandoli, educandoli, amandoli. La parola dell’apostolo Paolo, forse ci rivela qui la profonda verità del sacrificio di Rita, per noi incomprensibile: «Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari». Non sono parole che valgono solo per chi annuncia il vangelo ma, soprattutto, per chi trasmette le buone pratiche che danno vita. Mi piace dirvelo con una frase fulminante di uno dei primi martiri, Ignazio di Antiochia: «Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo» (Lettera agli Efesini, XIV-XV). Rita l’ha detto semplicemente con il suo gesto: difendendo la vita della mamma, e donando così la vita per la sua opera, “luogo di cura per gli orfani”!

Ora possiamo sentire la bellezza e la verità profonda del testo sul Giudizio finale, proclamato nel vangelo e raffigurato in modo splendido nella cupola del nostro Battistero: «Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”» (Mt 25,34-40). Notate la domanda. Noi, uomini e donne, chiediamo: «Signore, quando mai ti abbiamo visto malato e siamo venuti a visitarti?”. La risposta è disarmante: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Senza aggiunta, senza tessere, senza dichiarazioni o proclami. Noi ci domandiamo: “quando mai?”. Il Signore della parabola risponde “ogni volta che...”.
Ogni volta che la vita chiama, noi possiamo rispondere e per questo siamo benedetti. È la parabola del giudizio finale, la voce che sentiremo al termine della vita. Alla fine saremo giudicati solo sull’amore, nascosto, appassionato, coinvolgente, silenzioso, capace più di fare che di dire. O, meglio, capace di dirlo attraverso il nostro agire, con la mano che cura, con il sorriso che dà gioia, con la passione nel cuore.

Carissimi, diamo l’ultimo saluto a Rita dopo un mese tremendo pieno d’immagini di morte, in cui la paura ha attraversato come un brivido l’Europa, e molti l’hanno brandita per farci ancora più paura. In un lontano paese dell’Africa intanto, silenziosamente, una donna, una di noi, faceva prevalere la vita sulla morte, e per questo ha dato la sua vita. Come molti qui da noi, tanti hanno continuato silenziosamente, ma tenacemente, a soccorrere, a educare, ad aiutare, a fare onestamente il proprio lavoro, a servire la città, a far crescere il Paese...
Caro Professore, cari colleghi, allievi, amici dell’ospedale di Novara, cari parenti, vi siamo grati per il vostro diuturno e instancabile servizio alla vita, che ha trovato nella dottoressa Fossaceca il suo simbolo più eloquente. E tutti voi che l’avete conosciuta e stimata, non ammainate la sua bandiera, non disperdete l’eredità di Rita!

Vorrei che la sua eredità s’imprimesse nella nostra mente e nella nostra memoria con una bella immagine che ho visto in questi giorni. I bambini nel suo orfanotrofio sono schierati in fila. Rita sta visitando un piccolo ragazzino, increspato di riccioli. Il suo viso non è macilento. Sembra in salute. È in fila con gli altri e si fa visitare con il fonendoscopio il cuore. La dottoressa sorride e sembra dirgli: “Va tutto bene!”.
Il ragazzo ha il volto orgoglioso e felice e pare rispondere: “Finalmente c’è chi mi ha ascoltato il cuore. Non sono più orfano!”.

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+ Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara
Novara, 8 dicembre 2015

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