Riflessione sul MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA IV GIORNATA MONDIALE DEI POVERI Domenica XXXIII del Tempo Ordinario 15 novembre 2020 «Tendi la tua mano al povero» | Diocesi di Trivento

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Riflessione sul MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA IV GIORNATA MONDIALE DEI POVERI Domenica XXXIII del Tempo Ordinario 15 novembre 2020 «Tendi la tua mano al povero»

Riflessione sul MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA IV GIORNATA MONDIALE DEI POVERI Domenica XXXIII del Tempo Ordinario 15 novembre 2020 «Tendi la tua mano al povero»

Domenica 15 novembre siamo invitati da Papa Francesco a celebrare la quarta Giornata Mondiale dei poveri. Quest'anno il titolo della giornata è un versetto tratto dal libro del Siracide dell'Antico Testamento: «Tendi la tua mano al povero». È un messaggio che ci raggiunge in un tempo di forte crisi economica, sociale e sanitaria, acuite dalla pandemia del coronavirus, e che provocano da una parte nuove povertà – quelle di chi finora era vissuto in una modesta agiatezza e si sentiva protetto dai mali di questo mondo – e dall'altra accrescono i bisogni di chi invece già viveva situazioni precarie e di indigenza.

Come il popolo d'Israele, duecento anni prima della nascita di Cristo, viveva "in un momento di dura prova ... un tempo di dolore, lutto e miseria a causa del dominio di potenze straniere", così anche il nostro tempo è segnato dal pianto, dalla mancanza di speranza, dalle preoccupazioni per la salute, il lavoro, le relazioni sociali che diventano sempre più distanti, non solo a causa del distanziamento fisico dovuto al covid, ma anche agli egoismi che ci abitano.

La medicina che la sapienza del Siracide prescrive per le nostre malattie, del corpo e dello spirito, è prima di tutto imparare ad avere fiducia in Dio: «Non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l'oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Nelle malattie e nella povertà confida in lui. Affidati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui. Voi che temete il Signore, aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere» (2,2-7).

L'esortazione che ci viene rivolta dal testo sacro è di diventare più forti nel nostro spirito, ma ciò può essere una medicina anche per il corpo? E se lo è, come può aiutarci ad affrontare il bisogno materiale, spesso assoluto e senza speranza, delle persone? La risposta a questa domanda la troviamo nelle parole di Papa Francesco, quando scrive, con una insistenza che sembra non voler concedere attenuanti ai dubbiosi: «Il costante riferimento a Dio, tuttavia, non distoglie dal guardare all'uomo concreto, al contrario, le due cose sono strettamente connesse». «La preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili». «Il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà».

Papa Francesco, in sostanza, ci richiama al nostro dovere di essere militanti senza risparmio contro la povertà, a sentirci responsabili di quanto ci accade intorno e davanti al quale spesso preferiamo distrarci, scegliendo di essere indifferenti per non mettere in discussione il triste equilibrio della nostra tranquillità. Ci sono due parole che mi hanno colpito nel messaggio di quest'anno e che ricorrono spesso nei discorsi di papa Francesco, sono due parole che si pongono agli estremi della nostra sensibilità morale e religiosa: "indifferenza" e "responsabilità".

L'indifferenza è presentata come una "barriera" che provoca isolamento, emarginazione, divisione, «la fretta – ammonisce il Papa – trascina in un vortice di indifferenza», mentre il nostro – se siamo capaci di cogliere quell'essenza che va oltre l'apparenza delle cose – è un tempo favorevole per «sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo [...]. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell'etica, della bontà, della fede, dell'onestà [...]. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l'uno contro l'altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell'ambiente» (Lett. enc. Laudato si', 229).

er poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell'indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 54) «"Tendi la mano al povero", dunque, è un invito alla responsabilità come impegno diretto di chiunque si sente partecipe della stessa sorte».

Una dura censura viene rivolta contro «l'atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch'essi complici. L'indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano». Ecco allora che il papa parla di mani operose, mani che, come diceva don Lorenzo Milani, anche se sono pulite ma tenute in tasca non servono. Non basta dire: io non faccio male a nessuno, bisogna fare anche il bene.

Seguendo il libro del Siracide, che ci racconta l'antica sapienza dei nostri "fratelli maggiori" ebrei, possiamo trovare le indicazioni per vedere nel volto dei poveri il volto di Gesù e per comprendere dunque verso chi deve essere rivolta la nostra responsabilità di uomini e di cristiani.

Dio abita, infatti, nella donna e nell'uomo feriti dalla fame, dalla sete, dall'emarginazione, abita nella vita di chi vive nelle prigioni, abita nelle solitudini dei cuori, nei dolori, nelle lacrime, nei volti segnati dalla malattie, cammina accanto al profugo, naviga sulle barche dei migranti, siede accanto alla madre e al padre che piangono la morte di un figlio, è vicino all'operaio in cassa integrazione, al lavoratore che ha perso il posto di lavoro, ai giovani che sono costretti ad abbandonare la casa dei genitori, la terra dove sono nati e cresciuti – quella dove hanno studiato, costruito amicizie – per cercare lavoro in altre terre. Dio è in tutti questi volti, che recano il segno delle ingiustizie subite da chi usa le mani, che dovrebbero essere operose e feconde di bene, contro il proprio simile, « per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all'altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Ci sono mani tese ad accumulare denaro con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell'ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E ci sono anche mani tese che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano ».

La giornata che papa Francesco ci chiede di dedicare alla preghiera e alla riflessione sui poveri si può ancor più comprendere con la sapienza di una pagina del vangelo, quella che leggeremo nella domenica che chiuderà il cammino dell'anno liturgico. La grande e sconcertante pagina del vangelo che mette davanti ai nostri occhi la scena del giudizio finale, dove tutto, anche il gesto più semplice, come quello di dare o di rifiutare un solo bicchiere d'acqua fresca, diventa non solo restituire il giusto al depredato della dignità umana, ma diventa scelta eterna, storia decisiva. Padre Davide Maria Turoldo faceva notare come nella pagina del vangelo di Matteo (25,31-46) non troviamo il verbo "amare". Nel brano, Gesù non dice: avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, in carcere ... e mi avete amato, ma «avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, nudo e mi avete vestito, straniero e mi avete accolto, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi». Qui l'amore diventa concretezza, pane, acqua, accoglienza, vicinanza e non belle parole vuote e sciupate. In questa sapienza evangelica il cielo si unisce alla terra, la preghiera alla quotidianità della vita. Papa Francesco ha voluto ricordarmi tutto questo, recentemente, offrendo in risposta a una mia richiesta di preghiera per gli operai, in cassa integrazione, della GAM non solo la sua vicinanza spirituale, umana, ma anche un aiuto concreto per evitare che il momento difficile vissuto dai genitori provocasse un disagio per i figli, per la loro istruzione e perciò per il loro futuro.

Il suo è stato anche un gesto che mi ha ricordato come si debba saper guardare al bisogno di chi ci è vicino per dare credibilità alle nostre azioni, alle nostre richieste di aiuto per i poveri e gli offesi di tutto il mondo. La giornata della povertà, dunque, ci impone di vincere la tentazione dell'indifferenza e di assumere su noi stessi la responsabilità dell'intera comunità, dei suoi annosi problemi: quelli che tante volte abbiamo evocato, come l'impoverimento delle nostre terre, lo spopolamento dei nostri piccoli centri e delle campagne, la rarefazione dei pochi presidi dello Stato che ancora resistono, come le scuole, gli uffici postali, gli ospedali. Tutto questo, giorno dopo giorno, uccide la speranza, la serenità, la convivenza e ci rende tutti poveri di futuro.

Eppure è proprio la drammaticità del tempo attuale che ci può condurre a una visione diversa, a rivalutare l'importanza di ciò che in questi ultimi decenni abbiamo perduto senza quasi muovere un dito delle nostre mani per evitarlo. Solo adesso, forse, riusciamo a comprendere quanto siano importanti i piccoli plessi scolastici dei paesi per garantire una vita scolastica sicura dei nostri figli, il funzionamento degli ospedali abbandonati – come quello di Agnone -, in nome di calcoli economici che hanno ribaltato l'ordine dei valori e delle necessità, inducendoci a considerare la sanità come un costo piuttosto che come una ricchezza da distribuire per il benessere dei cittadini. Gli uffici postali aperti, i servizi pubblici funzionanti, le strade percorribili – segni di una società attenta ai bisogni di tutti e che considera un demerito lasciare indietro i più indifesi, i più marginali – sono stati considerati un di più, quasi un lusso, di cui non sarebbe stato uno scandalo privarsi.

Oggi siamo stati riportati alla verità nuda e cruda, dalla quale dobbiamo ripartire.

C'è una riflessione che la lettera di Papa Francesco ci sollecita a fare: una conclusione a cui ci conduce e da cui ci invita a ripartire per una nuova fase del nostro pellegrinaggio di uomini e donne.

Tutti noi, vincendo l'indifferenza e diventando pieni di un sentimento di responsabilità, aiutiamo certamente l'altro ma aiutiamo anche noi stessi, costruiamo una comunità dentro la quale proteggerci, quando i tempi diventano duri e bisogna rincuorarsi a vicenda per trovare il coraggio di guardare in faccia il futuro, con una rinnovata, rigenerata, speranza di cristiani.

Ricordiamoci sempre delle parole del Signore: "I poveri saranno sempre con voi" (Mc.14,7). Sono i compagni del nostro cammino perché in qualsiasi momento possiamo esserlo noi. Per questo la Giornata Mondiale dei Poveri riguarda tutti, credenti e non credenti. Solo la fraternità e la solidarietà sono le fondamenta della convivenza umana.

Sac. Alberto Conti - Direttore Caritas TriventoTrivento, 14 novembre 2020

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