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Intervento del Vescovo mons. Scotti al Convegno del 3 novembre

Intervento del Vescovo mons. Scotti al Convegno del 3 novembre

Sono molto lieto di incontrarVi, Vi saluto tutti cordialmente e Vi ringrazio per aver accolto il mio invito.

Il bene comune è categoria centrale per l’intera dottrina della Chiesa, e le origini di tale nozione provengono da lontano, addirittura dal pensiero politico greco, il bene comune indicava il fine della politica e come tale, il raggiungimento di una felicità piena per l’uomo.
La nozione di bene comune è ampiamente presente nel magistero della Chiesa. Giovanni Paolo II nel descrivere i rapporti tra legge civile e legge morale nota che il valore della denominazione sta in piedi o cade con i valori che essa incarna e promuove e fra tali valori “fondamentali e imprescindibile” il papa richiama “l’assunzione del bene comune come fine e criterio della vita politica”.
Al bene comune si perviene mediante un duplice percorso: mediante la legge e accanto ad essa occorre un principio personale che attivi l’individuo e le sue risorse, disponendolo effettivamente a quel bene comune che le leggi si limitano a indicare obiettivamente.
Il bene comune non può essere affidato semplicemente all’efficacia vincolante della legge e delle istituzioni. Non è possibile delegare soltanto alle pubbliche autorità il suo raggiungimento. La tensione al bene comune deve divenire atteggiamento morale, mentale, spiritualmente radicato in tutti perché tutti si sappia riflettere, agire in termini di bene comune e non di bene privato, personale.

Chi si trova a dover assumere decisioni pubbliche, o comunque rilevanti in ordine alla società, è chiamato a farsi carico di questo criterio fondamentale dell’agire sociale e comunitario. Su di lui grava la responsabilità di interpretare obiettivamente il bene di tutti e di ciascuno, non puramente il bene corrispondente alla propria angolatura o a quella dell’area della maggioranza a cui appartiene.
Dovrà invece porre le proprie scelte nella direzione più opportuna e dunque doverosa in vista del bene di tutti, anche se ciò contrastasse con il bene proprio e con quello della propria area di appartenenza sociale.
Come è possibile nel nostro contesto operare scelte ragionevoli? Come decidere in modo corretto di fronte a tante attese? Come giungere al discernimento creativo, frutto non di calcolo, bensì di autentica sapienza, non timorosa, ma lungimirante, aperta al reale? E’ necessario un salto di qualità. Non basta solo parlare o lamentarsi, ma è necessario passare dal prendere le decisioni, al decidersi.

  1. Ogni decisione autentica implica mettere in gioco se stessi. Ai problemi che viviamo si dà risposta vera solo compromettendosi, coinvolgendo se stessi e gli altri soggetti cointeressati nelle decisioni prese.
  2. A decidersi devono essere i responsabili della vita pubblica e tutti. La fiducia è elemento chiave. Si esige un compito formativo delle coscienze; questo impegna ancora una volta le istituzioni che hanno il ruolo di edificazione del costume civile.

Anche la comunità cristiana si trova ad essere chiamata attivamente in causa. Non bastano regole nuove. Necessitano persone interiormente rinnovate e trasformate.

  1. Occorre un’analisi attenta per scoprire le possibilità che sono presenti nel nostro territorio.

La sfida del momento attuale è non cedere allo scoraggiamento. Rendersi più consapevole delle risorse di carattere culturale, morale, spirituali già presenti entro la nostra società e che forse attendono soltanto di essere meglio riconosciute e attivate in modo organico, in modo da valorizzare il possibile contributo di tutte queste realtà al bene comune.

Tutto quanto ho detto suppone un atteggiamento fondamentale, che ricavo dalla parola che il papa Giovanni Paolo II ha lasciato come messaggio a noi quando ha incontrato i rappresentanti dei lavoratori del Molise il 19 marzo 1995 ad Agnone: “Non arrendetevi di fronte ai gravi problemi del momento e non rinunciate a progettare il vostro futuro!”
Prima aveva parlato del fenomeno dell’emigrazione che “ha portato altrove notevoli energie fisiche e intellettuali, impoverendo il tessuto umano e culturale delle vostre contrade e mettendo in crisi le tradizioni artigiane un tempo fiorenti”.
Suggeriva alle autorità di mettere in atto “un programma concreto ed immediato di sviluppo che stimoli individui e comunità a riconsiderare la potenzialità delle risorse esistenti, e ripensi tutta una politica degli investimenti, impedendo l’ulteriore declino dell’occupazione, l’esodo e l’insicurezza delle prospettive.
Sarà doveroso, inoltre proteggere la qualità del territorio, superando la tentazione di emarginare, rispetto ai servizi essenziali, le zone più ferite dall’emigrazione, dallo spopolamento: solo ripristinando dappertutto condizioni di vita ottimali, si consentirà a ciascuno di rimanere nella terra dei suoi avi e nella sua casa. Si tratta di problemi che vanno risolti alla luce di una forte cultura della solidarietà e della giustizia: non si promuove vero progresso, se si abbandonano a se stessi i più piccoli e gli ultimi.”
A una lettura accurata della storia stessa, emerge come parecchi momenti di crisi a carattere sociale hanno avuto quale sbocco una successiva ripresa e insieme un effettivo approfondimento di quei valori che sembravano offuscati.
Si tratta di saper coltivare il coraggio e la fiducia necessari a progredire insieme. Un grazie a tutti voi che siete impegnati in prima linea nel servizio delle nostre comunità.

Desidero offrire a Voi il “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”, con la speranza che il suo insegnamento possa essere di aiuto al Vostro gravoso compito per il bene di coloro che hanno riposto in Voi la loro fiducia.Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali - Comunicato StampaTrivento (CB), 5 novembre 2007

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