Domenica 9 Febbraio | Commento al Vangelo

Commento al Vangelo

Domenica 9 Febbraio

Domenica 9 FebbraioDomenica 9 Febbraio Il Signore chiama i discepoli sale della terra e luce del mondo; sono quasi le prime parole che rivolge loro. Questo mostra la potenza di Gesù: è lui il vero sale e la vera luce, ma li rende subito partecipi di tutto, anche della sua condizione di Figlio. Per questo il discepolo che subisce la persecuzione sa di Cristo, è come il sale. E all'esterno produce una luce che illumina il mondo e la stessa comunità dei credenti, la Chiesa.

Propriamente è Gesù il sale della terra e la luce del mondo. Gesù sa di Dio, ha il sapore di Dio, tutt'altro rispetto al sapore del mondo. Così come si contrappongono il profumo, la fragranza di vita e l'odore di morte. Anche il discepolo, per la partecipazione a Cristo Gesù, ha anche lui questo sapore e deve cercare di non essere insipido. Avere sale vuol dire avere questa esperienza di Dio. Ma il sapore si può perdere e anche il discepolo può diventare insignificante, senza senso.

La luce è Gesù, il Figlio che è "luce da luce", brilla sul lucerniere, che è la croce, e rischiara le tenebre. Una luce così intensa che fa sembrare tenebra la luce in cui viviamo. Perché Lui è la luce, noi battezzati in lui, veniamo illuminati a nostra volta e riflettiamo luce sugli altri. È come nell'astronomia: corpi opachi, come la luna, non brillano di luce propria ma riverberano la luce del sole.

Anche Mosè, dopo aver visto e parlato con il Signore, si dice che aveva un'espressione così luminosa che quasi non si riusciva a guardarlo; per cui gli Israeliti lo pregavano di velarsi quando parlava con loro. E Mosè si toglieva il velo solo quando era nella tenda davanti al Signore.

Perdere il sapore è tragico; significa divenire stolti, idolatri. Si può parlare della luce senza che niente si illumini, del fuoco senza che niente si riscaldi, del lievito senza che niente venga fermentato, del sale senza che niente acquisti sapore. Se invece siamo luce, fuoco, lievito e sale, rendiamo testimonianza poiché per farne la esperienza gli altri devono entrare in comunione con noi e trovandoci in comunione con Dio lo conoscono e ne fanno essi stessi esperienza.Mons Angelo Sceppacerca9 febbraio 2014

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