In ricordo di mons. Giovanni Fangio ad un anno dalla sua morte: maestro di vita, di arte e di ascesi | Diocesi di Trivento

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In ricordo di mons. Giovanni Fangio ad un anno dalla sua morte: maestro di vita, di arte e di ascesi

Una foto di Mons. Giovanni Fangio

È passato una anno.

Erano le sette del mattino appena dopo il suono delle campane quando mons. Giovanni Fangio, nel suo letto della casa canonica emise l'ultimo respiro per andare incontro al Signore. Era il 17 agosto 2017.
Dopo il ritorno da Roma in luglio la sua situazione personale era andata progressivamente peggiorando. Gli ultimi giorni per me sono i ricordi più dolci e forti di tutta la mia vita passata accanto a lui.
Fu il mio parroco dal 18 ottobre 1992 e mi accompagnò al sacerdozio.

Non ho mai accettato da ragazzo certi suoi modi forti e senza misure, ma come mi diceva un professore a Chieti in Seminario: il lavoro si giudica alla fine e direi che la vita di don Giovanni la posso comprendere proprio dalla sua fine, dalla sua sofferenza e dalla serenità con cui ha dato prova di chi era e in chi credeva. È proprio la sua ultima ora a gettare luce sulla sua esistenza.

Penso che la il brano di Lc 11,27-28 «mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» dica molto di lui.  A don Giovanni non interessava altro che osservare la Legge di Dio.

Potrei dire molto su di lui, ma non posso tradire i suoi segreti, che ancora restano gelosamente custoditi dentro di me. Dico solo che don Giovanni è stato temprato al suo carattere maschio da una vita di molteplici prove e sofferenze: da  bambino a Castiglione Messer Marino, nel percorso degli studi a Trivento e a Chieti, a san Giovanni Lipioni, a Roccavivara ed infine ad Agnone  in sant'Emidio.

Mi diceva che da Roccavivara negli anni '60 doveva andare a piedi in Seminario a Trivento per ascoltare le confessioni dei seminaristi una volta la settimana e parimenti a Montefalcone dalle Suore francescane della Carità. Poi l'ho visto io stesso ad Agnone, sotto il sole forte e rovente o le bufere di neve, o le grandinate e le piogge, uscire sempre per i suoi "doveri": la visita agli ammalati cioè, con la confessione e la comunione mensile. Fino al 2002, per dieci anni celebrò solo nella chiesa di Maiella, senza riscaldamento. Molte volte in inverno usciva con la pala in groppa per "farsi la via" quando nevicava.

Non l'ho mai udito sparlare e giudicare qualcuno, mai. Se volevi conoscerlo nei suoi tratti più delicati, dovevi incontrarlo nel Sacramento della Confessione.

Appena arrivò ad Agnone, sotto le feste Natalizie, disse ai fedeli che era a completa disposizione per le confessioni e raccontò che a Canneto in un anno lontano, gli era capitato di confessare ininterrottamente più di dieci ore. Disse: fatemi anche qui ad Agnone questo regalo!

Quando gli dissi che volevo entrare in seminario non mi rispose nulla, non mi incitò, non mi spronò. Mi ripeteva solo vai. La sera che fui ordinato presbitero, mentre mi baciava i palmi delle mani, piangevamo insieme fronte a fronte e mi disse: non ho mai smesso di pregare per te, per questo giorno.

Desiderava che i suoi fedeli camminassero da soli, che facessero i passi giusti per avanzare nella Fede. Pregava molto per la sua Parrocchia.
Tante volte di sera tardi, passando accanto a sant'Emidio vedevo da fuori la luce accesa del presbiterio. Era una sua abitudine, rimanere a quell'ora lì solo con Lui. Era il suo momento migliore. Portava a Lui le persone, le famiglie, i giovani, tutti.

Nel lungo epistolario che ho intessuto con don Giovanni dal Seminario, mi scrive in un passo: io non so fare il muratore per il Signore, non sono come loro che fabbricano e sanno l'arte, io sono solo un manovale e mi accontento di questo.
Prima di partire mi disse: non telefonarmi mai, scrivimi una lettera ogni settimana. All'inizio mi pesava, i compagni seminaristi mi prendevano anche in giro. Oggi quelle lettere sono una forza enorme per me, non parole dette e dimenticate, ma lettere, da poter leggere e rileggere.

Mi scrisse, ricorda: da prete dovrai soffrire molto, sarai spesso disprezzato e non capito, avrai qualche soddisfazione dopo i cinquant'anni di vita, forse.

Nel 2002 la nostra Parrocchia e la sua Famiglia volle celebrare il suo 50esimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Fu una bella soddisfazione per lui, lo si vedeva visibilmente commosso. Mons. Santucci lo rese Cappellano di Sua Santità, ma a lui non cambiò niente. Non acquistò mai la veste prelatizia.

Il suo 60esimo nel 2012 non lo volle celebrare, lo invitai a Fontesambuco per il due Agosto a presiedere l'Eucaristia e lì con il clero locale lo festeggiammo, con viva sorpresa da parte sua.

Negli ultimi giorni del Luglio 2017 gli ero vicino, noi due soli, nella nostra chiesa di sant'Emidio per la celebrazione della Santa Messa, era debole e affaticato, si andava spegnendo piano piano. Ai primi di Agosto, un giorno l'ho trovato a letto. Prendo solo la Comunione, mi disse. Intanto la calura asfissiante lo andava provando indicibilmente. Maria, sua sorella e suo angelo custode di una vita intera, Norina, Lucia con la sua famiglia, don Felice e don Mario, sono stati la gioia e l'orgoglio della sua esistenza e la corona della sua Pasqua, confortato di andarsene tra chi lo ha amato tanto.

Il 14 agosto è l'ultima volta che l'ho visto e sentito, le sue ultime parole: sono felice di te, va'avanti.

Don Paolo Del PapaTrivento, 24 agosto 2018

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