Recensione del Libro di Don Erminio Gallo | Diocesi di Trivento

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Recensione del Libro di Don Erminio Gallo

La copertina del libro

Recensione del Libro di Don Erminio Gallo, “Il vescovo Luigi Agazio e la diocesi di Trivento.Un episcopato lungo e incisivo al tempo dell’unità d’Italia (1854-1887)”, collana “Oi christianoi”, ed. “Il Pozzo di Giacobbe”.

Mons. Luigi Agazio, frate minore francescano, nato a Soriano Calabro il 19 settembre 1807, uno dei più illustri e coraggiosi Vescovi della Chiesa di Trivento, figura avvincente, originale, intelligente e con un fiuto diplomatico non comune, che resse questa diocesi in un periodo molto turbolento, difficile e delicato della storia d’Italia, tra la fine del Regno Borbonico e l’inizio del Regno di Italia sotto casa Savoia, è l’oggetto della ricerca storica condotta da Don Erminio Gallo, professore di Storia della Chiesa presso l’Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense, Dottore in Storia della Chiesa e Archeologia Cristiana, Cancelliere Vescovile e Parroco di Celenza sul Trigno (CH).

In quegli anni delicati, pieni di vicende oscure e difficili, di persecuzioni subite da molti sacerdoti  per le idee politiche liberali da un lato da parte dei borbonici, e poi da parte del governo piemontese, che in quegli anni non sarebbe perfettamente sbagliato definire “occupante”, verso il clero nostalgico dei Borboni, con una ventata di anticlericalismo strisciante accompagnata da provvedimenti velatamente massonici contro tutto ciò che riguardava la fede cristiana, la Diocesi di Trivento ebbe la fortuna di avere per Vescovo Luigi Agazio, che seppe, con abilità diplomatica non comune accompagnata da una grande dose di coraggio condita di semplicità francescana, mantenere unito il suo clero, sostenere gli uni e gli altri, difendere la Chiesa per come gli fosse possibile, e, astuto come un serpente, semplice come una colomba, dribblare con successo le insidie e le trappole nocive per l’unità della Chiesa che quotidianamente emissari del Re di Napoli, luogotenenti, comandanti e prefetti del Regno d’Italia disseminavano sul suo cammino.

Una grande figura, innamorata di Francesco, di Cristo e della Chiesa: così questo lavoro, dopo un’accurata ricerca archivistica condotta con scrupolosità da don Erminio Gallo, cerca di fare piena luce su questo episcopato, uno dei più fulgidi e luminosi della Chiesa triventina. Il presule resse la diocesi triventina tra il 1854 e il 1887, e fu definito da Nicola De Luca, governatore del Molise, «un perfetto gesuita divoto, ma irreconciliabile, pero capace di covrirsi con la pelle di agnello». Mons. Agazio fu presente alla pubblicazione del Sillabo nel 1864, al XVIII centenario della morte di san Pietro nel 1867 e alla proclamazione del dogma dell’infallibilita pontificia il 18 luglio 1870. Notevoli furono i suoi interventi alla preparazione della costituzione dogmatica Pastor aeternus.

Il libro, ricostruendo la sua biografia in 6 capitoli, consente anche di capire tutte le questione storica con la sua evoluzione relativa alla Diocesi di Trivento di quegli anni, dando una visione realistica della realtà diocesana di quel periodo.

Il primo capitolo analizza il Magistero del Vescovo e le cinque relazioni della visita ad limina, che fanno conoscere la situazione concreta della Diocesi di Trivento in quel periodo. Nella sua prima lettera pastorale mette in guardia dal razionalismo, che aveva per oggetto discreditare le Sacre Scritture e distruggere la Rivelazione, chiede aiuto ai canonici nel governo diocesano, dice di aver accettato l’incarico per spirito di obbedienza, si augura di preservare la Vigna del Signore a lui affidata da Pio IX per difendere tutto il suo gregge dalle belve feroci e difendere la fede, invitando a fidarsi di Gesù Cristo in tutto il proprio agire ed operare, di avere costumi esemplari, e invitava il suo clero ad accettare con entusiasmo e coraggio, senza temere i nemici, il gravoso e difficile incarico di pascolare il gregge di Dio, curare le pecore malate e ricondurre le disperse all’ovile, predicando il vangelo, insegnando ai fanciulli i primi rudimenti della fede, introducendo gli adolescenti nei sacri misteri, istruendo i coniugi nei precetti del matrimonio, guidando gli adulti sulla via della fede, inculcando nelle donne la disciplina del pudore, ricordando al popolo i propri doveri, infondendo in tutti fede, speranza e carità, ricordando l’importanza di essere bravi confessori. Nella lettera si rivolge anche ai magistrati, esortandoli a   tenersi lontani dagli errori, dagli inganni e da ogni forma di astuzia, lavorando per il bene comune e ricordando che solo con il timore di Dio ha fine l’iniquità e fiorisce la pace’. Concludeva la sua lettera con il rituale omaggio al Re delle Due Sicilie e a Pio IX. Su questa linea si sviluppa tutto il suo magistero successivo, sulla disciplina ecclesiastica (1855), riguardo gli editti quaresimali (1856-1868-1869-1873-1874), negli editti per gli oli santi (1867-1868-1871-1874-1875), negli editti per le feste dei Santi Patroni, in cui, in quello del 1871, consacrava la Diocesi al Sacro Cuore di Gesù, e in quello del 1874 chiedeva che fosse inculcata a tutti i fedeli.

Nelle relazioni ad limina, mentre in quella del 1859 il Vescovo parla di una situazione abbastanza tranquilla con il governo borbonico, in quella del 1869 affermava che erano tempi molto tristi per la Chiesa cattolica, contro la quale le autorità piemontesi si accanivano ed infierivano contro il diritto e le leggi ecclesiastiche, con il calunniare lo stesso presule, il Vicario Generale e il Cancelliere in relazioni ufficiali al “governo Subalpino”. In quegli anni il Vicario Generale fu costretto a dimettersi e lo stesso Vescovo fu convocato presso il Governo Provinciale per essere interrogato e solo con la sua abilità diplomatica e scaltrezza evitò di essere inquisito. Furono soppressi sette monasteri maschili e i loro beni incorporati dallo Stato, e due femminili rimasero ancora aperti ma confiscati ugualmente, fioccavano le denunce politiche anche di confratelli contro sacerdoti e canonici, parecchi preti si smarrivano e davano cattivo esempio, e il Vescovo procedeva con cautela, prudenza, secondo l’opportunità e nel miglior modo possibile per correggere le varie situazioni, essendo oggetto di delazione. Le relazioni del 1876, 1880 e 1883, sono molto tranquille e danno una visione più serena della Diocesi, registrando una risalita della popolazione diocesana a 120.000 abitanti, con tutti i parroci residenti che vivevano senza onori e senza sfarzo la vita del popolo, compreso il Vescovo.

Il secondo capitolo, molto interessante, tratta dei rapporti del Vescovo con il suo clero. Riguardo a quelli con la Forania di Agnone, il Vescovo si interessò perché il fonte battesimale, presente solo in San Marco, fosse concesso a tutte le parrocchie, in primis Sant’Emidio, fossero repressi gli abusi del clero, l’obbligo di fare e di prendere parte alle processioni comandate tra cui quella di San Cristanziano e del Corpus Domini con veste e cotta.  Per quello che concerne la Forania di Castel di Sangro, Mons. Agazio difendeva il primato della Chiesa Arcipretale di Castel di Sangro, le questioni relative ai benefici e alle prebende ecclesiastiche in Alfedena, interveniva per interrompere l’attività abusiva di farmacista di don Beniamino Contestabile di Castel del Giudice.  Relativamente alla Forania di Frosolone, il Vescovo intervenne nelle diatribe tra il Vicario Foraneo di Frosolone e il Parroco di San Pietro in Valle, nel sospendere l’Arciprete di Bagnoli del Trigno don Achille Potestà per errori di fede per tre mesi ottenendone il pentimento e la diatriba concorsuale per le parrocchie e i benefici per errore burocratico di Civitanova del Sannio con la spinosa vicenda di don Vincenzo Maria Palma, che il Vescovo cercò di recuperare fino alla fine. I rapporti tra il Vescovo e la Forania di Trivento furono generalmente di ordinaria amministrazione.

Il terzo capitolo, che analizza le maggiori istituzioni e le realtà importanti della Diocesi di Trivento,  riporta le accuse fatte dal giudice Regio di Trivento contro l’Arcidiacono del Capitolo Cattedrale don Vitale Mastroiacono di liberalismo,  la vicenda dell’imposizione da parte del Sindaco di Trivento Giuseppe Ciafardini che il 14 marzo 1861 alle ore 15.00 e il 19 marzo 1861 alle ore 17.00  il Vescovo e il Capitolo Cattedrale celebrassero la Sacra Funzione per il compleanno di Vittorio Emanuele II e l’onomastico dell’anticlericale Garibaldi pregando per entrambi. Cosa a cui con astuzia e furbizia il Vescovo riuscì a sottrarsi, lasciando liberi i canonici di officiare per evitare guai maggiori.  
Difficili furono anche i rapporti tra il Regio Economato e la Diocesi, in merito alle rendite dei canonici, che volevano essere incamerate dallo Stato.  Il Vescovo ebbe anche una dura disputa, che perse, con il Capitolo Cattedrale, per l’istituzione di canonici onorari, ma anche ottenne molto per il Capitolo Cattedrale, che aveva poche rendite, anche se la questione del grano e delle offerte a Nostra Signora del Sacro Cuore fu sottratta dal Vescovo alla gestione capitolare.

Mons.Agazio  riapre  una prima volta nell’ottobre 1854 il Seminario Diocesano, e dà come indirizzo formativo nel 1856 per l’educazione dei giovani il fortificarli nella virtù, istruirli nelle scienze, avviarli sulla via del vero bene prima che “la malizia” li rovini, prevenendo il vizio. Sarà costretto a chiuderlo per le turbolenze politiche dell’epoca dal 1860 al 1863, trovando ostacoli da parte dell’autorità del Regno d’Italia del Consiglio Scolastico Provinciale, per la nomina del nuovo rettore, Don Gaetano Porfirio del successivo proposto, don Domenicangelo Di Iorio di Frosolone, come anche per la nomina degli insegnanti per le loro idee politiche. Con diplomazia il Vescovo rispose che le considerazioni espresse sui «sentimenti politici» sugli insegnanti erano «ragionevolissime» e che li aveva nominati per dare il pane a molti di loro che vivono in grandi ristrettezze, e l’escluderli avrebbe causato moltissimi problemi peggiori degli attuali,  condivideva la volonta del consiglio scolastico di non rendere pubbliche le nomine prima dell’approvazione, ma «questo atto prudenziale veniva attaccato dagl’interessati come sistema gesuitico e misterioso», per cui occorreva «pazienza e della piu maschia» in questa questione. Il vescovo proponeva come rettore don Francescantonio Sammartino, sottolineando che la Diocesi non aveva molti sacerdoti degni per tale incarico, e che il pastore, meglio di altri, conosce le sue pecore adatte per questo incarico, ricevendo l’approvazione il 5 dicembre 1863 dal Prefetto degli Studi della Provincia di Molise, pur con molte riserve e così il Seminario potette riaprire. Negli anni successivi il Vescovo intervenne perché l’istituzione rimanesse al passo con i tempi e si dedicasse anche all’educazione dei giovani in maniera più marcata, perché, anche coloro che non diventassero preti, fossero nella vita bravi cristiani.

Intervenne anche in maniera forte contro la calunnia e la delazione, spiegando che il “pessimo costume di degradare il prossimo nella reputazione, nella stima, e nella fama con delle lettere cieche oltre all’essere opposte a molte virtù e per conseguente contenere molti peccati, mostra tutto insieme l’animo perverso che codesti uomini vili covano in esso”.

Inoltre ebbe filo da torcere dalle autorità del Regno d’Italia nel 1861 per i predicatori quaresimali,  sui quali fu imposto un controllo asfissiante, spesso ricusati, arrestati e puniti, perché non liberali e non in sintonia con i principi dello Stato o contro il governo, e lo stesso vescovo veniva ritenuto responsabile del loro comportamento: Mons. Agazio, sempre con grande diplomazia, rispose che i pochissimi predicatori, da lui designati per la Quaresima, chi «per un verso, chi per un altro sono stati rifiutati dalle rispettive autorità locali». Ora, non aveva alcun modo di trovare predicatori che «potessero avere tutti i numeri che si ricercano nei banditori della parola di Dio». Per quell’anno, molte parrocchie sarebbero rimaste senza predicazione quaresimale. Rassicura il prefetto che ogni predicatore aveva il compito di inculcare la pratica della virtù, la fuga dal vizio, l’amore fraterno e il rispetto ai superiori e alle autorita costituite. Precisava che era «falso, falsissimo poi che fossevi stato accordo di mandare Predicatori per ispargere ne’ popoli il malcontento contro l’attuale Governo». Con parole ferme asseriva che era dovere di ogni vescovo mantenere nell’ubbidienza delle leggi, nel rispetto dovuto alle Autorita costituite i suoi figliuoli in Gesù Cristo.

Mons. Agazio pretese l’esame per i novelli confessori, si occupò molto della disciplina delle Clarisse e delle monache di clausura, dovette affrontare la scivolosa questione dei concorsi per le parrocchie di Patronato Regio pretesi dal governo italiano nel 1869, con l’aiuto della Santa Sede, per non pregiudicare i diritti della Chiesa di nomina agli uffici ecclesiastici, evitando di riconoscere il diritto di nomina del governo e salvarsi con formule ambigue, quando da questi preteso, cosa che non sarà più necessaria solo dal 1881, quando la situazione politica italiana sarà diversa. Ottenne nel 1872 la riapertura del Convento dei Cappuccini in Trivento.

Il quarto capitolo analizza tentativi di collaborazione e i contrasti creatisi tra la Chiesa locale e le amministrazioni civili dei comuni. I documenti archivistici da un lato mostrano esempi di collaborazione con le amministrazioni comunali, dall’altro mettono in luce i forti contrasti tra parroci, sindaci e amministrazioni locali. Mons. Agazio dalla sede episcopale di Trivento, fu chiamato a valutare e a dirimere le diverse questioni.

Il quinto capitolo, molto importante per la storia ecclesiastica e civile del mezzogiorno, presenta i difficili e tormentati rapporti ufficiali con le istituzioni e gli organi di rilievo tra la fine della monarchia borbonica e l’inizio del governo unitario. Prima del 1860 Mons. Agazio dovette intervenire più volte per difendere e proteggere laici pii e devoti e i sacerdoti ritenuti “liberali” dalle indagini poliziesche della polizia borbonica, quindi dovette fare il contrario negli anni seguenti, cercando di compiacere le autorità del Regno d’Italia, e sembra ci riuscisse, a giudicare dalla lettera scritta il 6 giugno 1862 dal Regio prefetto della provincia di Molise a mons. Agazio, in cui gli notificava  di aver appreso «con vera soddisfazione» gli ordini che il prelato aveva data a riguardo della festa nazionale del primo giugno, la festa nazionale «dello statuto fondamentale del regno» , che era stata celebrata nel territorio diocesano di Trivento con «quel voluto decoro» e ringraziava il vescovo mostrandogli la sua stima ed ammirazione. Così come nel caso dell’Arcipretura di San Marco ad Agnone, dove nel 1868 non riconosce motivi ad opporsi ai richiami del Capo dello Stato relativamente al diritto di nominare l’Arciprete alla Chiesa medesima, salvo poi nel 1874, difronte al caos generato dal concorso, suggerire al Ministro di Grazia e Giustizia la nomina ad Arciprete del Parroco della città più meritevole da lui segnalato. Altro esempio di diplomazia è il compromesso in cui comunica nel 1874 al procuratore del Re presso il Tribunale di Larino per far adempiere congiuntamente l’obbligo del matrimonio civile insieme a quello religioso per rispetto della legge del 1866, che aveva negato validità civile a quello ecclesiastico. Riuscì a far moderare nel 1868 le chiusure delle chiese appartenute agli ordini religiosi a seguito della legge relativa del 1867 per le chiese di Frosolone ed Agnone, seppe risolvere nel 1873, senza compromettersi con il governo, la questione dell’uscita dal Consiglio Comunale di Montefalcone di due sacerdoti, dovette seriamente impegnarsi per fronteggiare le ingerenze dei funzionari del Regno d’Italia sulle nomine dei benefici ecclesiastici vacanti e per l’incameramento di diversi benefici, dovette sospendere il pro vicario generale per una lettera falsa inviata alla Congregazione dei Vescovi per la nomina del Parroco di Vastogirardi nel 1872.

Nel VI capitolo si tratta dei procedenti da parte delle autorità giudiziarie del Regno d’Italia contro gli ecclesiastici colpevoli di parteggiare per i Borboni, la maggior parte ad Agnone. Durante l’episcopato Mons. Agazio dovette affrontare il processo e l’arresto di Don Biase Amicarelli di Agnone per sedizione contro il Re d’Italia e manifestazione dimostrativa a favore di Francesco II con esposizione di bandiera bianca borbonica, di Don Leonardo Cirulli di Roccavivara, assertore della diceria del ritorno del Re Francesco II, di Padre Ferdinando da Pietrelcina del Convento di San Bernardino ad Agnone, accusato di associazione a banda armata contro lo Stato, di Padre Bernardo da Agnone, accusato di essere un reazionario, del Diacono Antonio Fiorilli ad Agnone, di Don Gianvincenzo Maiorino di Salcito per discredito verso il matrimonio civile.

Il settimo ed ultimo capitolo affronta la conclusione della vicenda terrena di questo grande vescovo. Morì serenamente il 1 febbraio 1887, fu sepolto nel cimitero di Trivento, e il 29 luglio 1911 fu riportato solennemente da Mons. Carlo Pietropaoli nella Cattedrale di Trivento dove fu sepolto sul lato destro all’interno della terza nicchia a lato dell’altare di sant’Antonio.

Conclude Don Erminio Gallo : “Mons. Agazio resse la diocesi di Trivento per trentatre anni. Pastore attivo e instancabile diede tutto se stesso alla Chiesa affidatagli dalla provvidenza divina... Il suo episcopato si svolse in tempi difficili e duri, ma frate Luigi fu una guida ferma e sicura per l’intera diocesi. Uomo non solo di azione pastorale, ma anche di preghiera, promosse il culto alla Madonna, sotto il titolo di Nostra Signora del Sacro Cuore... Lo storico molisano, Giambattista Masciotta, affermava che frate Luigi «uomo di somma pieta e carita, visse modestissimo e mori povero»”.

DON FRANCESCO MARTINOAgnone, 18 ottobre 2017

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